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Silvia Bigliazzi

Editore: Liguori
Anno edizione: 2005
Pagine: 184 p. , Brossura
  • EAN: 9788820739201
A questo proposito c'è stato chi come Howard Caygill ha parlato di "mostro ontologico" e in effetti ha qualcosa di assolutamente equivoco il fatto che si possa designare il non essere e quindi attribuire esistenza sia pure soltanto a un livello segnico a ci= che non esiste. Per= questo segno entra nel discorso e lo scompagina sia sul piano semantico sia sul piano metaculturale. Sul piano semantico in quanto il nulla indica non solo ci= che non è dicibile in quanto inesistente ma anche ci= che non è dicibile in quanto incodificato e dunque esistente anche se esistente in un modo misterioso e altro. Sul piano metaculturale in quanto la paradossalità del nulla e cioè il suo alludere al volto in ombra della realtà fa s8 che il "non" dell'essere apra dimensioni inesplorate e inimmaginate ma non per questo inimmaginabili. Al punto che il non essere diventa oggetto di esperienza. Triplice esperienza. Essa ci fa incontrare il vuoto il non ancora tradotto in figura la pura e semplice assenza di realtà; ma ci fa incontrare anche la potenza della negazione che s'insinua nella trama dei simboli e ne rovescia la funzione conoscitiva cos8 come ci porta sulla soglia in cui l'essere trapassa nel non essere e apre prospettive eccentriche.
Paradosso della letteratura. Dice benissimo l'autrice: "Del resto la natura del discorso letterario che raramente segue il rigore delle distinzioni e dei divieti filosofici ammette appunto di postulare questa ipotesi û che per Parmenide era assurda û consentendo sia di nominare ci= che non esiste sia di rappresentarlo con specifiche attribuzioni". Bigliazzi fa notare che "la tradizione letteraria del nulla" ha praticato in vario modo le due strategie (nominazione e rappresentazione) come per esempio negli esercizi cinquecenteschi di eloquenza o nelle poetiche della meraviglia per quanto riguarda la prima oppure relativamente alla seconda nelle finzioni di mondi alla rovescia che benché inesistenti e anzi impossibili sono prospettabili proprio come tali. Con Shakespeare nel momento in cui le forme del discorso accolgono il nulla al loro interno si produce un vortice che "coincide con il tragico smagliarsi di ogni senso". Attraverso una ricognizione non meno puntuale e analitica che sistematica l'autrice mostra come l'universo shakespeariano investito dal nulla apra nella direzione di un vero e proprio anti-universo che di quello visibile e noto costituisce l'inquietante punto di fuga. Ci limiteremo a tre esempi tratti rispettivamente da Lear Otello e Macbeth.
"Nothing will come of nothing" nulla verrà fuori dal nulla è la risposta di Lear a Cordelia che gli dice di non aver nulla da dire nulla da chiedere; ma in realtà Lear sta parlando a se stesso in una specie di riflessione inconsapevole come se cercasse di far affiorare alla coscienza le conseguenze di un'azione di cui non ha misurato la portata. Lear ha rinunciato ai suoi possedimenti a favore delle figlie ha abdicato al suo potere pur mantenendo il titolo di re e con ci= ha operato una frattura irreparabile fra il nome e la cosa. Che re è un re che di fatto non lo è pi·? Avendo svuotato di senso il segno è destinato a essere puro simulacro impotente. Immagine speculare della sua disfatta e della sua perdita d'identità (quindi immancabilmente della sua follia) è Kent bandito dal regno ossia ridotto allo stato di fantasma. Se Lear crede di essere qualcuno addirittura un re ma non è pi· nessuno Kent è certamente qualcuno ma condannato a reputarsi e a comportarsi come se fosse un niente comunque non una persona bens8 una cosa. ("What art thou?" gli si rivolge Lear). A partire da quella scena il nulla passa dalla bocca del re alla bocca del buffone; il quale ha la funzione di aprire gli occhi al re e svelargli il nulla che ormai è diventato per mezzo di giochi di parole riflettenti "l'assurdo ontologico inscritto nella semantica simbolica del non-essere".
Se Lear sperimenta il nulla in quanto nulla cioè come potenza annichilente che dissolve l'identità nella contraddizione (non si pu= essere e non essere allo stesso tempo il non essere non è e propriamente neppure questo si pu= dire) invece a Otello il nulla appare come qualcosa che tuttavia è e proprio per questo si configura come una realtà insidiosa e devastante. Richiesto di un chiarimento circa la sua insinuazione Iago risponde che non ha nulla da dire û o posto che ce l'avesse non saprebbe come definire questo qualcosa. Al che questo qualcosa (questo nothing che è something) acquista di colpo un peso enorme. Da ipocodificato che era il concetto di nulla si mostra di colpo ipercodificato pronto com'è a caricarsi di mille immagini di tradimento almeno agli occhi di chi teme di essere tradito e capace di confermare i peggiori sospetti. Qui abbiamo a che fare non già con il nulla che non è bens8 con il nulla che pu= essere. Donde l'evocazione di uno spazio vuoto che per= pu= essere riempito di fantasie atroci e di incubi all'infinito. Lungo questo asse il nulla che è pura simulazione di qualcosa raggiunge per cos8 dire il cuore dell'essere. Nella morte di Desdemona cui segue l'eclissi del sole e della luna a Otello non resta che vedere "la metafora apocalittica della fine del mondo".

Infine Macbeth. Scrive Bigliazzi: "Macbeth è forse la tragedia in cui con pi· insistenza si consuma lo scardinamento dell'identità simbolica all'insegna del nulla immaginario che articolato nei fantasmi del desiderio (ambizione) e della paura (colpa) fornisce le tappe del percorso di ascesa e poi di discesa del tiranno. A differenza di Otello dove 'nothing' è pregnante per la sua portata dialogica (alternando ipercodifiche e ipocodifiche) Machbeth accoglie il nulla come segno di una solitudine monologica". Ossia come imprigionamento dell'io nella gabbia della propria egoità elevata a principio di tutto il reale che proprio perci= ne è annichilito venendo a essere identificato con le allucinazioni del soggetto a sua volta destituito di qualsiasi consistenza o senso o valore non essendo altro che il risultato perverso del proprio desiderio autodistruttivo. Con Macbeth conclude l'autrice Shakespeare si spinge al "limite estremo dell'esperienza del nothing". Dove "l'implosione nella nichilistica fine del Senso" sembra preannunciare quel nichilismo che è ancora di là da venire ma la cui prima figura (il termine nichilismo compare la prima volta nella celebre critica di Jacobi a Fichte) forse non a caso sarà quella di un io prigioniero del proprio smisurato e rovinoso egotismo.

Sergio Givone