Il nomos della terra nel diritto internazionale dello «Jus publicum europaeum»

Carl Schmitt

Traduttore: E. Castrucci
Curatore: F. Volpi
Editore: Adelphi
Edizione: 4
Anno edizione: 1991
Pagine: 460 p.
  • EAN: 9788845908460
Approfitta delle promozioni attive su questo prodotto:

€ 39,10

€ 46,00

Risparmi € 6,90 (15%)

Venduto e spedito da IBS

39 punti Premium

Disponibilità immediata

Quantità:
Aggiungi al carrello

Recensioni dei clienti

Ordina per
  • User Icon

    lilimarlene

    09/12/2012 17:18:28

    Uno splendido libro di filosofia e per chiunque si stia avvicinando al pensiero conservatore. Carl Schmitt è un pensatore della politica di capitale importanza,va conosciuto e studiato di più. Quest'opera è senz'altro di gigantesco spessore, non può mancare nella formazione di un filosofo.

  • User Icon

    Monateri

    22/01/2006 13:18:29

    Il libro di Schmitt è il libro per eccellenza nell'epoca della globalizzazione. La storicizzazione che viene tentata della sua opera, con intento negativo rispetto alle sue frequentazioni, non può mai scalfire l'appello decisivo che il suo pensiero ci conduce a meditare: cioè appunto la scoperta dell'abisso, e la natura del diritto come presa di posizione nei confronti di esso. Questo appello, che è tutt'uno con quello di Heidegger, rimane oggi ciò che deve essere necessariamente pensato. In particolare si deve meditare sulla profondità del suo metodo di analisi, in quanto capace di indicare possibilita' che non potevano altrimenti essere previste all'epoca del suo scritto. I fatti del 9-11, 2001 si sono posti come tipico esempio dello "stato di eccezione" a livello planetario, in cui ne è andata, e ne va, della sovranita' mondiale. Il discorso di Schmitt conduce a svelare, proprio nella nostra epoca, l'occultamento del politico che è stato tentato con l'avvento di una societa' mondiale pacificata (globalizzazione). Il politico pero' non e' stato eliminato, e' stato solamente rimosso. E tutto cio' fa giustizia della maggior parte dei discorsi che sono oggi ancora condotti sulla globalizzazione economica e sulla presunta fine della sovranita'.

  • User Icon

    Herzog

    10/01/2005 16:46:08

    Il racconto della genesi e del deperimento delle "istituzioni" della convivenza internazionale nella gloriosa epoca dello jus publicum europaeum. Su questo si concentri il lettore interessato a capire gli incendi che bruciano oggi.Di una importanza teorica quasi imbarazzante.Magistrale: la sua traduzione in lingua inglese "interrerà" il mondo anglosassone.Prepariamoci agli sconquassi.

  • User Icon

    Pelle

    09/12/2002 03:00:17

    Quelli che giudicano Schmitt un cinico cantore del diritto del più forte resteranno delusi da questo saggio. Infatti un tema principale dell' opera in oggetto è il jus publicum europaeum, termine usato dall'Autore per definire l'ordinamento interstatuale che regolò i rapporti tra le potenze continentali dell'Europa a partire dal XVI-XVII sec. e fino alla prima guerra mondiale. Questo complesso di norme non era un sistema nel senso normativistico della parola, ma il portato di un assetto territoriale concreto che ebbe origine dalla crisi della respublica christiana medievale, causata dagli scismi religiosi. Sul piano della sovranità la risposta a quello stato di anarchia e belligeranza civile fu la creazione degli Stati territoriali, secolarizzati e centralizzati; le loro relazioni internazionali furono indirizzate a limitare la possibilità della guerra e in particolare di una guerra di annientamento. Per questo pare a Schmitt che un simile equilibrio tra "Leviatani" sia degno di apprezzamento e sia venerabile; infatti permise all'Europa di restare al centro della politica mondiale, scongiurando l'eventualità di una lotta fratricida, che proprio la fine dell'ordo sacrale dell'Impero medioevale aveva posto sul campo. In questa prospettiva la secolarizzazione non è tanto l'agognata conquista di una umanità liberata dalle tenebre pre-moderne, quanto il ripiegamento, imposto da un tempo di disordini, su un terreno al sicuro dall'odio religioso. Insomma, l'omogeneità spirituale del Medioevo era certo più confortevole, ma a mali estremi... Bisognerà pur dire che ad un pacifista di oggi la ricetta schmittiana piacerà poco: da un lato la guerra non è bandita dal diritto, ma solo circoscritta, dall'altro nella sua versione più cruda e distruttiva essa è sospinta, materialmente, non idealmente, fuori dai confini del jus publicum europaeum e cioè fuori del continente. Qui si situa l'altro aspetto cruciale, veramente il fondamentale dell'opera, almeno se facciamo fede al titolo: mi voglio riferire alla distinzione Terra-

Vedi tutte le 4 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione


recensione di Staff, I., L'Indice 1992, n. 1
(recensione pubblicata per l'edizione del 1990)

La ricezione italiana di Carl Schmitt non conosce battute d'arresto. L'uscita del "Nomos della terra" prosegue la serie delle traduzioni italiane degli scritti schmittiani di diritto internazionale. Cominciata tra il 1938 e il 1942 per la rivista fascista "Lo Stato", raggiunse un certo apice nel 1941 con la pubblicazione, da parte dell'istituto nazionale di cultura fascista, dell'opera di Schmitt "Il concetto d'impero nel diritto internazionale. Ordinamento dei grandi spazi con esclusione delle potenze estranee". Chi conosce gli scritti schmittiani di diritto internazionale apparsi nel periodo rispettivamente nazionalsocialista o fascista, non avrà difficoltà a capire "Il Nomos della terra". La tesi di fondo è sempre la stessa, benché formulata in modo più larvato e apparentemente più neutrale.
Questi cambiamenti a livello linguistico non devono stupirci. Nel 1950, l'anno di pubblicazione di questo libro in tedesco, sarebbe infatti stato difficile anche per Carl Schmitt ripetere quello che egli nel 1933 a proposito degli ordini del 'Führer' Hitler aveva definito "nomos": "Noi non ci lasciamo fuorviare da una sofistica antitesi tra politica e diritto e tra diritto e potere, secondo, cui la volontà del Führer non sarebbe di per sé stessa 'diritto'. Anche seguire la volontà di un condottiero è, come ci ha insegnato Eraclito, un nomos" (in "Deutscher Juristentag 1933, 4. Reichstagung des Bundes Nationalsozialistischer Deutscher Juristen e. V.", Berlin 1933, pp. 242 sgg. [252]).
"Il Nomos della terra" si presenta dapprima come una semplice ricostruzione delle linee di sviluppo storico del diritto internazionale, esposta in modo brillante dal punto di vista linguistico, cosa che venne già apprezzata nel 1935 da Delio Cantimori che tuttavia non entrò nel merito del rigore intellettuale di Schmitt.
Schmitt delinea la nascita dello 'jus publicum europaeum come "diritto interstatale", con cui termina "l'ordinamento spaziale della 'respublica christiana' medievale (pp. 142-44).
La guerra secondo l'interpretazione dello 'jus publicum europaeum' è "guerre en forme"; la sua giustificazione è data dalla qualità dei nemici, intesi come "justi hostes", vale a dire che alle parti in conflitto viene attribuito un carattere statuale analogo e un analogo "diritto economico comune'' (pp. 164 sgg. e 263 sgg.). Schmitt ribadisce così la validità del suo famoso schema di amico-nemico secondo il quale una compagine statale si caratterizza attraverso una "sostanziale" omogeneità anche sul piano del diritto internazionale: la "sostanziale" omogeneità degli stati europei garantisce un ordinamento spaziale eurocentrico e una "limitazione della guerra" (pp. 174 sgg.). Il sovrano statale decide circa la "justa causa" di una guerra tra stati: egli è "portatore del nuovo ordinamento spaziale" (pp. 186 sgg.).
Schmitt considera come ultimo grande atto dello 'jus publicum europaeum' il congresso sul Congo (1884-85) che ebbe luogo a Berlino sotto la presidenza di Bismarck. Risultato del congresso furono le Disposizioni sul Congo che Schmitt definisce l'"ultimo singolare documento di una fede ininterrotta nella civiltà, nel progresso e nel libero scambio, e della pretesa - che su tale fede si basava - alla libera occupazione da parte europea del suolo aperto del continente africano" (p. 272). Questa fase dello 'jus publicum europaeum' era certamente improntata a concezioni universalistiche ma - come rileva Schmitt - "con il termine umanità si intendeva innanzitutto l'umanità europea, con civiltà ovviamente solo la civiltà europea e il progresso era l'evoluzione lineare di questa civiltà" (p. 288).
La "de-localizzazione" dell'universo eurocentrico si verificò per Schmitt nella seconda metà del XIX secolo, con la progressiva espansione dell'economia mondiale e con la sostituzione di un "ordinamento spaziale" con accordi internazionali positivistici, che si riferivano a contesti geopolitici esclusivamente eterogenei come le conferenze dell'Aja del 1899 e del 1907, che per Schmitt segnavano l'"abdicazione del diritto internazionale" (p. 305). La zona di influenza degli Usa si estende e con questa "linea dell'emisfero occidentale, una nuova linea globale non più eurocentrica ma, al contrario, tale da porre in questione la vecchia Europa viene contrapposta alle linee eurocentriche dell'immagine globale del mondo" (p. 368). Interventi internazionali portano alla de-localizzazione delle potenze sovrane e "la sovranità territoriale si trasforma in un vuoto spazio di eventi economico-sociali" (p.324). Gli Stati Uniti si contrapposero all'Europa con la pretesa morale di essere considerati il baluardo della libertà (cosa che Schmitt, cattolico convinto, fa risalire alla coscienza degli americani, derivante da un atteggiamento calvinistico-puritano di essere degli "eletti"), ed elevarono "lo standard di legalità democratica a principio giuridico internazionale" (p. 404). I vecchi ordinamenti spaziali, che per Schmitt si appoggiavano ancora alla fede nella loro legittimità e non solo a idee di legalità, tramontavano. La definizione di amico e nemico in base al grado di legalità democratica insieme alla disponibilità di mezzi tecnologici di annientamento, spalanca per Schmitt l'abisso di una discriminazione giuridica e morale altrettanto distruttiva (p. 430).
Per "giustificare l'impiego di tali mezzi di annientamento" in "una guerra giusta" c'è bisogno per Schmitt di nuove "linee di amicizia" (p. 431), vale a dire di nuovi forti blocchi di potenze che siano capaci di decidere circa la legittimità dell'utilizzazione di mezzi di annientamento sui "grandi spazi internazionali".
Emanuele Castrucci sottolinea nella sua postfazione che chi deve prendere tali decisioni deve avere per Schmitt una "coscienza integra". Castrucci conclude la sua postfazione con le parole che Schmitt pone al termine della prefazione del "Nomos della terra", definendole particolarmente belle e piene di speranza: "È agli spiriti pacifici che è promesso il regno della terra. Anche l'idea di un nuovo Nomos della terra si dischiuderà solo a loro".
Il lettore si commuove.
Questa commozione può comunque durare nel migliore dei casi solo finché il lettore summenzionato non si sia liberato dall'irretimento prodotto dagli artifici retorici di Schmitt e non abbia fatto uso del proprio intelletto analitico, uso già consigliato da Kant, di cui Schmitt (cfr. pp. 203-4 dell'opera recensita) non tiene in gran conto le massime. Risulta allora chiaramente un'ininterrotta continuità di pensiero tra il concetto di Nomos che Schmitt aveva ricollegato al 'Führer' Hitler nello scritto del 1933 da me prima citato e la definizione di Nomos che per Schmitt dovrebbe improntare il "nuovo" ordinamento del nostro mondo. Il Nomos è per Schmitt (come si legge alle pp. 54 sgg. nel "Nomos della terra") un concetto che riguarda il piano dell'Essere, con il quale si intende il "fondamento primo, legato al suolo, nel quale si radica ogni Diritto" (p. 26). Nel 1950 il concetto di Nomos viene allo stesso modo contrapposto da Schmitt nel "Nomos della terra" all'ordinamento parlamentare, parallelo allo sviluppo democratico, come già era avvenuto nel 1928 nella sua Dottrina della Costituzione, nel 1932 in "Legalità e Legittimità" e, in particolar modo, nel 1934 nel suo articolo "Il Führer tutela il Diritto". Come l'unità statale interna è determinata per Schmitt dalla "sostanziale omogeneità", così anche i grandi ordinamenti spaziali ancora da creare devono avere una struttura omogenea. Questo postulato di Schmitt implica anche il suo rifiuto nei confronti di tutte le organizzazioni internazionali esistenti nel XX secolo, dal momento che, secondo le sue concezioni manca loro sia l'omogeneità strutturale che quella a livello di interessi comuni. Tutti gli accordi infranazionali ed internazionali del nostro secolo sono per Schmitt obsoleti, dal momento che essi non garantiscono il Nomos della terra, rappresentando invece semplici "Nomomachie". La democrazia rappresentativa si fonda sull'autonomia della ragione, è un'"autolegittimazione" (Schmitt, in "Teologia politica", II, p. 114) e in quanto tale non è capace di creare legittimità. Carl Schmitt conosce solo la democrazia dell'identificazione, il popolo non può decidere, può solo acclamare ("Verfassungslehre", p. 77), ciò che corrisponde al noto modello delle dittature.
Ma nel "Nomos della terra" c'è anche un altro aspetto su cui mi sembra importante attirare l'attenzione. Schmitt sottolinea con forza che nel XX secolo il profilo mondiale del diritto internazionale (la "recinzione della guerra") sarebbe sostanzialmente cambiato attraverso il Patto Kellogg del 1928 e a partire dallo Statuto di Londra del 1945. La "criminalizzazione" dei nemici sarebbe nata in quel momento (p. 367). In questo modo Schmitt si scaglia contro le "ingerenze" di stati estranei nelle "questioni interne" di un paese o, più chiaramente, contro la denuncia e la condanna di cittadini di uno stato per "crimini contro l'umanità". Qui il consigliere di stato del regime nazionalsocialista Carl Schmitt si sente personalmente colpito e discriminato a causa del suo appoggio ai crimini dei nazisti contro gli ebrei, i cosiddetti "appartenenti a razza diversa" e le persone politicamente sgradite. I lettori italiani possono capire cosa rappresentino in realtà per Schmitt le "linee di amicizia" ("Il Nomos della terra", p. 431), e quale "forma immediata" (p. 58) abbia assunto per lui il Nomos della terra dopo il 1945, dalla lettura dei suoi diari, appena pubblicati nella Repubblica Federale (Carl Schmitt, "Glossarium. Aufzeichnungen der Jahre 1947-1951", a cura di Eberhard Freiherr von Medem, Berlin 1991). Scopriranno che gli ebrei sopravvissuti (e sono pochissimi!), insieme agli emigranti rientrati nella Rft e in generale ai vincitori del Reich nazionalsocialista sarebbero coloro che discriminano "gli spiriti pacifici di questa terra" e in special modo il "povero" Schmitt (come egli si autodefinisce), distruggendo definitivamente il "Nomos della terra" (cfr. "Glossarium", D. 119, 252, 282, 290, 297, 298).