Non guardare la palla. Che cos'è (davvero) il calcio - Ruud Gullit - copertina

Non guardare la palla. Che cos'è (davvero) il calcio

Ruud Gullit

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Traduttore: Annalisa Carena
Editore: Piemme
Anno edizione: 2017
In commercio dal: 24 gennaio 2017
Pagine: 321 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788856657326
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Non guardare la palla. Che cos'è (davvero) il calcio

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Dalle decisioni tattiche alle formazioni, dalle caratteristiche dei singoli giocatori ai momenti chiave, Gullit rivela ogni segreto del gioco più amato dagli italiani.

«Solo un talento unico e raro come Gullit poteva partorire un libro così affascinante, illuminante, rivoluzionario»

Perché un solo attaccante è meglio di tre? Perché un buon difensore non ha bisogno di fare tackle? Qual è il segreto del Tiki taka? Benvenuti all'accademia calcistica di Ruud Gullit, dove si impara tutto quel che c'è da sapere su come si guarda una partita. Dalla sua prospettiva privilegiata di calciatore, allenatore e grande campione, una delle leggende del calcio spiega tutto quello che bisogna tenere d'occhio nei fatidici 90 minuti. Dalle decisioni tattiche alle formazioni, dalle caratteristiche dei singoli giocatori ai momenti chiave, Gullit rivela ogni segreto del gioco più amato dagli italiani.
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    Marianna

    17/05/2020 19:11:35

    Il libro è consigliabile a quanti ricordato con ammirazione o affetto Gullit, a chi vuole avere una panoramica più ampia sulla carriera di Gullit o a coloro che sono curiosi di capire quali sono le dinamiche che consento ad una squadra o ad un calciatore di essere più forte rispetto agli avversari. Lo sconsiglierei a coloro che non nutrono molta passione per il mondo del calcio in quanto potrebbero trovarlo noioso. Mi ha particolarmente colpito comprendere l’importanza che i calci piazzati e la gestione delle relazioni con i media possano avere per il successo di un club.

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    Tiziano

    07/03/2019 16:44:47

    Libro semplice, di facile lettura...dal titolo mi aspettavo qualcosa di più approfondito, invece sono cose piuttosto note per chi ha delle discrete conoscenze calcistiche. Qualche aneddoto da allenatore e da giocatore impreziosisce il libro che altrimenti risulta piuttosto piatto.

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    Francesco

    07/03/2019 13:04:12

    E' un libro di calcio, per addetti ai lavori ma non troppo, nel senso che parla di calcio, di schemi, di nozioni tattiche ma senza essere un libro per "allenatori" in senso stretto con esercitazioni e approfondimenti. E' un libro perciò descrittivo che si legge bene e contiene interessanti idee e spunti.

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    Antonio

    26/04/2018 14:53:49

    I contenuti sono interessanti per l'appassionato, ma ho trovato pessima la traduzione, piena di errori grammaticali, talmente frequenti da renderlo illeggibile.

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    Nino Manocchio

    17/08/2017 11:17:03

    La forza esplosiva di questo calciatore è direttamente proporzionale alla bruttezza del libro.

Vedi tutte le 5 recensioni cliente

“Alla fin fine, nel calcio l’unica cosa che conta è vincere. E questo vuol dire come giochi, come ti alleni, come alleni una squadra, come guardi una partita. Ma non comincia così. Comincia dalla palla!”.

Alzi la mano chi, profano o esperto del gioco del calcio, non abbia mai seguito il movimento della palla durante la visione di una partita di pallone! Tutto parte, effettivamente, da qui: la palla che circola tra i piedi dei giocatori attrae l’attenzione della maggior parte delle persone e dei tifosi. Quest’ultimi, sono talmente coinvolti emotivamente o presi a seguire le gesta dei propri beniamini che rischiano di dimenticarsi la vera essenza del gioco del calcio: il gioco di squadra, i movimenti sincronizzati tra le varie linee, le strategie che ogni allenatore adotta per vincere il match, gli schemi di gioco in fase difensiva e in fase offensiva (…). A differenza della maggior parte delle persone, Ruud Gullit, noto ex fuoriclasse del Milan degli anni 80-90, ex-allenatore del Chelsea e attuale commentatore televisivo cerca di spiegarci la sua personale visione del calcio spostando l’attenzione da quell’oggetto che catalizza l’attenzione di tutti (la palla) a tutte quelle componenti che sono parte integrante del gioco del calcio. Nel suo libro dal titolo “Non guardare la palla (che cos’è davvero il calcio)” Ruud Gullit ci offre un’analisi molto dettagliata di come si dovrebbe guardare e vivere il calcio in campo, in panchina, allo stadio,  in uno studio televisivo e a casa. Ogni particolare viene preso in considerazione: dalla concezione del mondo del calcio ai tempi in cui giocava a quello odierno, dai sistemi agli schemi di gioco maggiormente utilizzati, dalle diverse culture calcistiche europee a come interviene la psicologia sui risultati di una squadra e sul rendimento dei singoli, dai ruoli in campo a come si fa ad arrivare in cima al Gotha del calcio.

Un libro che si adatta soprattutto a coloro che hanno una minima cultura calcistica e che, ad esempio, comprendono il significato di una serie di numeri come 4-2-3-1 o 4-3-3. Non tragga in inganno il carattere giocoso e divertente di Ruud Gullit! In questo libro, infatti, non vengono riportati aneddoti divertenti come succede spesso nei libri di sportivi dal passato glorioso, bensì vengono date risposte a quesiti come “Perché con un attaccante solo si può fare una fase offensiva migliore rispetto all’uso di un tridente?” oppure “ Qual è il segreto che si cela dietro al Tiki-Taka?” o ancora “Perché il miglior difensore non ha bisogno di fare un tackle per bloccare un attaccante avversario?”.

“Il calcio è indubbiamente un gioco psicologico. Se puoi trarre un vantaggio su quel piano, non dovresti trascurarlo né come allenatore né come giocatore. […]. Come commentatore, cerco sempre di guardare degli indizi significativi come ad esempio dove si posiziona una punta rispetto alla porta avversaria, oppure valuto se i giocatori sono capaci di leggere una partita, o quando decidono che gli basta un pari, o quando avvertono che è ora di giocare per vincere. È così che io guardo il calcio.”

Recensione di Stefano Carboni

Le prime frasi del libro

Ogni calciatore ha il proprio stile. E questo vale anche per i commentatori del calcio. Ci sono commentatori provocatori, commentatori chiassosi, e commentatori che cercano di mantenere buoni rapporti con tutti. Quando coprono gli eventi calcistici, i giornalisti televisivi amano combinare tutti questi stili di commento per dare agli spettatori un quadro completo.
Quando io sono invitato a commentare una partita, la guardo da allenatore piuttosto che da giocatore. Molti tifosi, invece, tendono a guardarla da spettatori. È naturale, ma è la differenza che passa tra guardare una partita e guardare la palla.
La prima cosa che noto è come ciascun allenatore ha schierato la sua squadra. Questo ti dice immediatamente che intenzioni ha e come intende colpire l’avversario. Poi, quando inizia la partita, verifichi se ogni squadra riesce a mettere in atto la sua strategia, e fino a che punto l’altra ha previsto quella strategia. Dallo schema di gioco ti rendi conto di quale squadra è dominante ed è in grado di prevalere sulla base del suo modulo e della sua tattica. Ormai la partita è già iniziata da qualche minuto e tu non hai nemmeno guardato la palla.
Man mano che l’incontro procede, sto attento ai dettagli e cerco i motivi per cui le cose vanno male. L’errore lo vedono tutti; il punto è: perché è successo? Dove e perché le squadre sbagliano? Spesso la colpa non è della persona che ha commesso l’errore, come l’ultimo difensore o il portiere; comincia molto prima. Non tutti quelli che sono davanti allo schermo se ne rendono conto. Ed è qui che entra in gioco il commentatore: per far notare cose magari poco evidenti ma che hanno un impatto cruciale sull’andamento della partita. Cerco anche di spiegare come si sarebbe dovuto evitare un errore. Lo faccio senza cercare capri espiatori. Sono critico, baso i miei commenti su ciò che vedo, e conservo il rispetto per le persone. Non devi cercare popolarità in tv con le tue osservazioni.
Il mio approccio al calcio è positivo. Dopotutto, devo tantissimo al calcio. Lo sport mi ha dato tutto. Non mi interessa lavare i panni sporchi in pubblico; cerco di analizzare il calcio il più oggettivamente possibile. Devo ammettere che è difficile parlare in modo oggettivo di alcuni ex compagni di squadra come Frank Rijkaard, Carlo Ancelotti e Marco van Basten. Con questi personaggi sono positivo – concedo sempre il beneficio del dubbio, quando non tifo addirittura per loro.
Prediligo un calcio tecnico, ben programmato e offensivo, ma l’obiettivo dev’essere sempre quello di vincere. È bello vedere squadre che puntano tutto sull’attacco. Ma non sempre funziona, e nell’ultima stagione non sono state le squadre favorite, il Barcellona e il Borussia Dortmund, a vincere la Champions League e l’Europa League. A entrambe è mancata la scaltrezza del giocatore comune il cui obiettivo primario è vincere. Anche se questo significa andare contro la propria natura e assumere una diversa identità quando la situazione lo richiede.
Mi piace guardare il Barcellona, ma allo stesso tempo non sopporto di vedere le altre squadre accettare supinamente la supremazia di Messi e compagni. Devi fare tutto il necessario per vincere, nel rispetto delle regole, persino contro il Barça.
Ecco perché ho apprezzato l’Atlético Madrid nei quarti di finale della Champions League 2015/16. Perché mai l’Atlético avrebbe dovuto fare il gioco del Barcellona e offrirsi volontariamente al massacro? Perché è ciò che gli spettatori neutrali volevano? Se non c’è modo di vincere giocando a calcio, devi fare ricorso ad altre armi oltre il talento calcistico, come la tattica e la forza psicologica e fisica. L’importante è vincere.
La squadra di Diego Simeone si è adattata a vari livelli per essere sicura di accedere alle semifinali di Champions League; alla fine l’Atlético è riuscito a superare tatticamente il Barcellona, ritenuto imbattibile, con un calcio rude e maschio.
Allo stesso tempo, mi è piaciuto anche il Manchester City in quei quarti di finale. A differenza dell’Atlético, la squadra di Manuel Pellegrini non ha pensato a difendersi, ma è andata all’attacco per eliminare il Paris Saint-Germain di Zlatan Ibrahimović, una squadra più forte.
Il Liverpool di Jürgen Klopp è stato costretto dalle circostanze a scegliere un altro approccio per battere nei quarti di finale di Europa League un Borussia Dortmund che gli era superiore. A Anfield il Liverpool si è trovato per due volte in svantaggio con un margine quasi irrecuperabile (0-2 e 1-3), e ha fatto appello a tutte le sue risorse in un’offensiva disperata. Sotto costante attacco da parte di un Liverpool animato da un’energia inesauribile e una determinazione assoluta, i tedeschi si sono ritrovati in svantaggio per 4-3 in pieno tempo di recupero.
Pur non negando la grande impresa del Liverpool, è stata anche colpa del Borussia Dortmund, che ha permesso agli inglesi di creare scompiglio indisturbati. Invece di finirli segnando altri goal o rallentando il ritmo per ostacolare l’avversario, il Borussia si è fatto trascinare in un gioco aperto e si è semplicemente dimenticato di chiuderlo. I tedeschi non hanno fatto ricorso a mezzucci come perdere tempo, indugiare alla bandierina del calcio d’angolo, o rotolarsi per terra a ogni fallo subito. Questo tipo di tattica non sarà bella da vedere, ma in fin dei conti è in palio la semifinale di Europa League ed è una scusa buona come un’altra. Farsi trascinare in un gioco all’inglese contro una squadra inglese vuol dire andare in cerca di guai, e in questo caso il risultato è stato la sconfitta e l’eliminazione.
Mi affascina vedere le squadre che si impegnano e ce la mettono tutta. L’Atlético Madrid è un perfetto esempio. Non saranno i giocatori migliori a livello individuale, ma riescono a fare meglio di altre squadre e a giocare con più disciplina.
Quando l’Atlético Madrid affronta una squadra più debole che a sua volta si adatta al gioco dell’Atlético, fa fatica a dominare. È sempre più facile rispondere al gioco dell’avversario. Negli ottavi di finale di Champions League, l’Atlético Madrid ha rischiato il tracollo. Il PSV Eindhoven ha quasi messo al tappeto i madrileni, ed è stato sconfitto solo ai rigori. Poiché il PSV si è adattato, l’Atlético ha dovuto prendere l’iniziativa, ed è questo che lo ha messo in difficoltà.
Seguendo la partita Atlético Madrid-Barcellona come commentatore, ho cercato di capire se il Barça fosse in grado di reagire alla determinazione dell’Atlético. Chiaramente no, visto che non sono mai entrati davvero in partita e non hanno mai mostrato lo stesso impegno dei loro avversari. Gli attaccanti del Barcellona continuavano a cercare il dribbling, ed è esattamente quel che non devi fare in uno spazio ristretto. Finisci per perdere la palla. Invece dovresti cercare di mantenere il possesso il più a lungo possibile, con uno o due tocchi, tenendo alto il ritmo. Aspettare di creare uno spazio e di sfruttarlo. Così si evitano contrasti e falli. È stata una delusione vedere una grande squadra come il Barcellona, piena di campioni di livello mondiale, incapace di usare il buonsenso nel corso della partita. Avevano elaborato un piano, ma non stava funzionando, e non c’era un piano B. O meglio, il loro piano B consisteva nel mandare avanti un centrale difensivo alto come Gerard Piqué per sfruttare la sua statura in attacco. Era una misura disperata che a tutta evidenza non avevano provato, visto che a Piqué non arrivavano né palle alte e lunghe da dietro, né cross dalle fasce. Per me, questo ha messo in luce la vera debolezza del Barcellona.
La tattica deve rispondere alle caratteristiche specifiche di coloro che determinano il gioco, che siano nella tua squadra o in quella avversaria. Contro il Manchester City, il Paris Saint-Germain pensava di poter mascherare l’assenza di veri centrocampisti schierando un modulo 3-5-2, garantendo comunque il sostegno a Zlatan Ibrahimović. Il cambio di tattica dell’allenatore, Laurent Blanc, ha gettato la squadra nel caos. Sospetto che nessuno al PSG avesse mai giocato con quel modulo. La posizione e i compiti di ogni giocatore sono diversi. Di conseguenza, le loro reazioni automatiche erano tutte sbagliate. Aumentando la pressione sui tre difensori, il Manchester City è stato in grado di prendere il sopravvento.
Spiazzato nel suo modulo 3-5-2, il PSG non è riuscito a dare profondità al suo gioco. Il Manchester City ha adottato il suo consueto modulo 4-2-3-1 e ha aspettato pazientemente la sua occasione. Il Paris Saint-Germain non è praticamente mai entrato in partita. La soluzione sarebbe stata spostare in avanti uno dei tre difensori per dare più struttura. Potevano permetterselo visto che il City giocava con una sola punta, Sergio Agüero, e dunque per i francesi due difensori sarebbero bastati. Ma non l’hanno fatto, col risultato che Zlatan, il loro miglior giocatore, è rimasto isolato nella metà campo francese. Si è reso pericoloso solo in due occasioni, due calci piazzati, e il PSG non è riuscito a impedire al Manchester City di eliminarlo dalla competizione.
Come si può vedere dall’Atlético, dal City e dal Liverpool, ci sono tanti modi per fare le cose. A volte la soluzione non è la tecnica, o la tattica, o la strategia, ma semplicemente dare tutto quel che hai. I puristi del calcio non amano sentirselo dire, ma se non sei la squadra migliore in termini assoluti, questo può essere l’unico sistema per vincere quell’unica partita cruciale.

  • Ruud Gullit Cover

    è nato ad Amsterdam nel 1962, è stato uno dei giocatori più forti della storia del calcio. Dopo aver militato nel Feyenoord, con cui vince 1 Campionato e 1 Coppa d’Olanda, passa al PSV Eindhoven, con cui si aggiudica altri 2 Campionati olandesi, prima di essere notato da Nils Liedholm che lo segnala al Milan, dove arriva nel 1987. Con i rossoneri, allenati prima da Sacchi e poi da Capello, gioca sette straordinarie stagioni insieme ad altri due fuoriclasse come Van Basten e Rijkaard, facendo messe di vittorie: 2 Coppe Campioni, 2 Coppe Intercontinentali, 2 Supercoppe Uefa, 3 Scudetti e 3 Supercoppe italiane. Nel 1987 vince il Pallone d’oro, che dedica a Nelson Mandela, e l’anno dopo viene incoronato Campione d’Europa con la nazionale olandese. Dopo... Approfondisci
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