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La notte del gatto nero - Antonio Pagliaro - copertina

La notte del gatto nero

Antonio Pagliaro

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Editore: Guanda
Anno edizione: 2012
Pagine: 206 p., Brossura
  • EAN: 9788860887467
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È una vita come tante, quella del palermitano Giovanni Ribaudo: un lavoro dignitoso, una moglie, Vera, e un figlio, Salvatore, che frequenta l'ultimo anno delle superiori. Un ragazzo simile a molti altri, con un po' di sogni per la testa e qualche piccolo segreto. Ma una notte la paura che è di ogni genitore diventa realtà: una telefonata sveglia di soprassalto i Ribaudo, una sconosciuta cerca Salvatore con voce agitata. Salvatore però non è rientrato. La mattina, dopo angosciose ricerche, Giovanni scopre che suo figlio è stato arrestato: un reato grave, un'accusa incomprensibile. E per quest'uomo, che ha sempre creduto a parole come onestà, giustizia, serietà, e ha cercato di viverle, inizia un incubo, nel quale precipita tutta la sua famiglia. Schiacciato negli affetti, assurdamente e crudelmente privato di un figlio, si trova a dover combattere una battaglia personale contro un muro di indifferenza, di arroganza, di corruzione: una macchina capace di stritolare chiunque, che lo porterà lontano, molto lontano dalla persona che era... Una storia di sopraffazione e una requisitoria morale che investe un mondo intero.
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    maurizio60

    23/03/2021 09:46:45

    mi ha molto emozionato e lo consiglio....lettura che ti entra dentro in modo quasi devastante...libro davvero toccante e pervaso da amaro realismo. situazione che potrebbe vedere ciasuno di noi purtroppo drammaticamente coinvolti.

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    maurizio-mo

    04/02/2021 09:54:36

    Triste, toccante, non retorico e pervaso da amaro realismo. situazione che potrebbe vedere ciasuno di noi purtroppo drammaticamente coinvolti. mi ha molto emozionato e lo consiglio

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    maurizio

    11/07/2015 12:16:27

    Per certi versi inquietante, a volte triste, spesso toccante per la sua drammaticità di un realismo che, pensa un pò, potrebbe capitare a ciascuno di noi. Un libro che emoziona moltissimo. Primo libro che leggo di questo scrittore: sicuramente andrò a leggermi anche gli altri. Consigliato.

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    Massimo F.

    27/05/2015 17:01:26

    Nel complesso una buona lettura. Una trama non nuova (film Il borghese piccolo piccolo), ma intensa e coinvolgente. Qualche deriva eccessiva e ai limiti della verosimiglianza nella seconda parte della storia (quella della "giustizia" fai da te).

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    Leo Milano

    10/04/2015 14:36:47

    Triste, toccante, non retorico. Nel complesso indimenticabile e pervaso da amaro realismo. Una situazione che potrebbe capitare ad ognuno di noi, purtoppo. Un libro che mette ansia e che emoziona moltissimo. Lo consiglio

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    Ivan

    21/05/2014 18:53:10

    Bello, socrrevole, consigliato. Sono stato attirato dai commenti dei precedenti lettori. La trama ha un bel ritmo, in crescendo. Sicuramente uno scrittore del genere meriterebbe una maggiore visibilità.

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    Federica

    19/12/2013 10:27:40

    In questo romanzo Pagliaro ci racconta la storia di una famiglia normale che in brevissimo tempo verrà catapultata in un mondo totalmente sconosciuto, fatto di violenza e sopraffazione. Una storia in cui, persone oneste, escono dai loro binari e vengono "corrotte" da storie ed esistenze che mai avrebbero pensato di intrecciare alle loro. Pagliaro ci mostra con fredda lucidità cosa può accadere a un uomo comune che ha perso la fiducia nella giustizia: il dolore straziante; l'ossessione; la scoperta della verità e la discesa nell'abisso senza ritorno della ricerca di una "propria" giustizia, fino alle più estreme, tragiche, conseguenze. Che cosa resta per le vittime di un reato, quando chi dovrebbe proteggerli, fallisce (accidentalmente, o peggio, volutamente)? Quando la disperazione trova l'unico conforto nella violenza e nella vendetta? Temi e spunti di riflessione ahimè tristemente attuali nel nostro paese? Il tutto narrato con precisa sintesi ed estrema efficacia, senza spezzare mai quel sottile filo di compassione e umanità che sempre ci rende empatici verso i suoi protagonisti. La facilità e la scorrevolezza del linguaggio rendono la lettura assai piacevole e ne fanno un romanzo affannato, disperato, da leggere tutto d'un fiato. Consigliatissimo agli amanti del noir! Un perfetto regalo di natale. ;)

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    Vladimiro Spagnolo

    13/11/2013 15:08:42

    Una telefonata alle 3:32 del mattino è il modo migliore per smettere di dormire. Smettere di dormire per sempre. Salvatore si sarà cacciato nei guai, è sicuro. E sicuro è anche che di mezzo c'è una donna, una fidanzata. Hanno litigato e ora stanno facendo la pace. Ma chi fa una telefonata alle 3:32 del mattino? Chi vuole dare una brutta notizia. Quello che è certo è che Salvatore non è tornato a casa e che una donna l'ha cercato alle 3:32 del mattino. Per tutto il resto è meglio che la giustizia faccia il proprio corso. La giustizia dello stato, degli avvocati, dei magistrati?. No, forse è la giustizia di Tony la via giusta, e riuscirà a presentare il conto a tutti quanti. La giustizia non è uguale per tutti, ognuno ha la propria. Se hai potere, la tua sarà precisa e inarrestabile. Se sei disperato, la tua giustizia farà male e colpirà chiunque. Se credi nella giustizia dei giusti allora nasconditi e inizia a pregare, perché questo mondo non fa per te. Lo confesso, sono un po' in collera con l'autore per aver tolto tutti i riferimenti che avevo acquisito con i romanzi precedenti. Ma a pagina 25, quando ancora mi chiedevo quando sarebbe arrivato il tenente Cascioferro, protagonista dei romanzi precedenti, il dramma si è presentato con tutto il suo carico di angoscia ed in quel momento ho capito che questa volta nella storia non c'era posto per i buoni. Lo stile è rapido, asciutto, uno stile efficace, incisivo, un ritmo incalzante, sembra scritto di getto ed è di getto che lo leggerete. Senza pause, al massimo in tre ore. Mai una descrizione troppo lunga o qualche parola in più. Qualche termine in siciliano ogni tanto, anzi in palermitano, la lingua di strada parlata nella vita di tutti i giorni, una lingua vera, non quella di Montalbano per intenderci.

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    Veronica T.

    06/11/2013 12:45:17

    È una discesa inesorabile verso l'abisso, in cui i personaggi evolvono drammaticamente. È una storia costipata di ingiustizia, crudele fino al paradosso, quasi kafkiana, violenta di quella violenza di certe periferie indotte da Pasolini, che divora il lettore fino alla fine, una fine auspicata, non liberatoria, non salvifica. La cifra di Pagliaro è la griglia perfetta del giallo-noir, senza mai trascurare la parola scritta, l'importanza di un tempo letterario. Trame avvincenti destinate a perturbare, ad inchiodare il lettore utilizzando di solito un incipit definitivo. Nella sua requisitoria morale, Antonio Pagliaro consolida le qualità già mostrate nei precedenti romanzi, uno stile impeccabile, il taglio conciso delle frasi, lo snodo narrativo di una precisione quasi chirurgica figlia di quel minimalismo appreso e amato grazie ai suoi riferimenti d'oltralpe, uno su tutti: lo scrittore nero Manchette. Da leggere.

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    mr

    05/11/2013 15:57:25

    Lo cominci e vieni completamente assorbito dalla storia, impossibile chiuderlo, è un romanzo che devi finire. La storia è tragica ma densa di spunti e riflessioni, ha qualcosa del "Borghese piccolo piccolo" di Cerami (e dello stupendo film con Alberto Sordi), ma secondo me è un passo avanti, per il linguaggio, scarno, secco, essenziale, per la trama, mai scontata: accade sempre qualcosa che ribalta la prospettiva.

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    fri

    29/10/2013 17:43:44

    La storia che l'autore ci regala è davvero coinvolgente, spiazzante e ha il potere di tenerti incollato alle pagine fino alla fine. La bellezza della scrittura di Antonio Pagliaro sta nello scrivere l'essenziale, senza tanti giri di parole inutili, mira al sodo, trasportandoti con lui nella storia. Come in un vortice, ti fa entrare in quella realtà cruda e senza veli. Racconta la storia di due genitori comuni, come ce ne sono tanti. Una mattina il figlio diciannovenne non fa rientro a casa, nella notte è stato arrestato per un reato incredibile, inconcepibile ai loro occhi, in una casa dove i valori quali l'onestà, la serietà, la moralità sono sempre stati fondamentali. Tutto ad un tratto si trovano dentro un incubo, catapultati in una realtà così lontana dal loro essere, dalla loro vita, in un attimo tutto quello che, fino a quel momento avevano creduto, viene messo in discussione.. Non riconosci più tuo figlio, cominci a dubitare di lui, e finisci col sentirti in colpa, per non essere stato attento a cosa gli stava succedendo.. Ma era veramente colpevole? Nei genitori c'è sgomento, rabbia, impotenza e dolore, tanto dolore. Ma è proprio vero che la legge è uguale per tutti? O come spesso succede, vince chi ha il potere? Ha inizio così la battaglia di Giovanni alla ricerca della verità, solo, ritrovandosi a lottare contro un mondo fatto di corruzione, dove la giustizia non esiste.. "..c'è sempre qualcuno più in alto che decide. I cattivi stanno più su e tu non puoi vederli. Quelli che incontri sono rassicuranti ma allargano le braccia." Ed è proprio il dolore a portarlo a fare cose, che mai avrebbe pensato di poter fare. La disperazione ti indurisce, ti trasforma, ti rende meno umano. E' una storia dura, spietata, ma assolutamente reale. Nella vita non si è mai sicuri di nulla, a chiunque può succedere un giorno di ritrovarsi accusato ingiustamente di qualunque cosa, ed in un attimo non si è più padroni della propria vita.

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    Ivo Tiberio Ginevra

    25/09/2013 09:35:23

    E' un romanzo ben congegnato, convincente in ogni sua parte, pieno di contenuti e riflessioni su alcuni aspetti estremi della nostra Giusta Società amministrata dai forti poteri statali, come Magistrati, Pubblici Ministeri, Tribunali, Poliziotti, Carceri, che non proteggono i diritti individuali anche all'interno delle stesse istituzioni e strutture del garantismo statale. Antonio Pagliaro con lo stile dei grandi narratori che riescono a scandagliare l'animo umano, narra semplicemente di cose "anormali" che potrebbero colpire una qualunque famiglia "normale". Narra di cose "anormali" come il male assoluto che da un momento all'altro potrebbe distruggere ogni tuo sentimento, ogni tua granitica certezza, perché esso esiste ed è appostato dietro l'angolo. Da grande scrittore dipinge con maestria l'escalation psicologica di fatti e personaggi restando sempre un passo indietro; facendo parlare solo i protagonisti, con le loro vicende, il loro dolore, le loro scelte. Pagliaro, senza mai sposare il racconto, stravolge con disinvoltura le certezze che certezze dovrebbero essere e non lo sono. Nel suo romanzo non c'è il politicamente corretto, o il lieto fine d'obbligo, o la giusta morale. C'è la fotografia di una certa Italia che non ci piace vedere, narrata con una prosa secca, tagliente e lucida; fatta da brevi frasi, brevi periodi, dialoghi serrati e verosimili, restando sempre fuori dalla scena. Senza mai criticare, o schierarsi, o ironizzare. Senza essere buonista, possibilista, moralista o assolutista. L'unico intento di Antonio Pagliaro è stato quello di dare al lettore, ogni elemento utile per entrare nella storia, appiccicarsela addosso come propria e verosimile, coinvolgerlo negli eventi e stimolarlo alla riflessione senza dare mai il proprio pensiero, perché lo scrittore, anche se presente in ogni passo dell'opera, non si non si coinvolge nel romanzo parteggiando con i propri convincimenti. Questi sono dei lettori e sono personali. Consigliatissimo.

  • User Icon

    m.r.

    11/09/2013 09:18:50

    Lo cominci e vieni completamente assorbito dalla storia, impossibile chiuderlo, è un romanzo che devi finire. La storia è tragica ma densa di spunti e riflessioni, ha qualcosa del Borghese piccolo piccolo di Cerami (e dello stupendo film con Alberto Sordi), ma secondo me è un passo avanti, per il linguaggio, scarno, secco, essenziale, per la trama, mai scontata: accade sempre qualcosa che ribalta la prospettiva. Assolutamente da farci un film.

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    Garibotti Rossano

    15/09/2012 21:29:36

    L'unica cosa convincente è lo stile. Per il resto - la storia - il romanzo non è coerente, poichè non avvalora con fatti credibili lo svolgimento di essa. Nessun padre/madre si comporterebbe - all'inizio e nell'immediato proseguo della storia -nei confronti del figlio nella maniera in cui avviene; vi sono inoltre elementi importanti d'indagine che vengono del tutto trascurati. Peccato, perchè gli argomenti trattati sono reali e avrebbero meritato altra 'giustificazione'.

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    Andrea Fava

    05/09/2012 14:33:52

    Trama piuttosto banale, con una sequenza dei fatti scontata. Si fatica a terminarlo...

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    lucy

    30/07/2012 13:03:42

    E' un libro da leggere tutto di seguito. E' una storia che purtroppo potrebbe rasentare la realtà.

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    alfonso

    07/06/2012 10:59:15

    Confermo: questo noir toglie il fiato. E sembra un Cornel Woolrich, cioé: meglio di così...

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    Elisa Bolchi

    24/05/2012 21:52:59

    La notte del Gatto nero toglie il fiato. La storia che ci racconta è semplice, fatta di persone comuni, come noi. Ciò che capita loro sembra inverosimile, perché ci illudiamo che quanto capita loro sia riservato a disgraziati, delinquenti. Eppure Pagliaro lo diceva già nel suo secondo romanzo I cani di via Lincoln: quando nessuno è innocente fare giustizia non è possibile. Ed è così: nessuno è innocente perché chiunque può diventare colpevole, dall'oggi al domani, nel giro di un minuto. E poco importa se lo sia davvero o meno: lo diventerà. In un paese come l'Italia le false notizie si diffondono velocemente mentre la realtà arranca. Questo romanzo lo dimostra senza troppe accuse, senza retorica. È così che un professore qualunque, padre di un bravo ragazzo qualunque, perde ogni innocenza nel momento in cui il figlio viene arrestato senza spiegazioni. Pagliaro, con il classico stile asciutto e tagliente che lo contraddistingue, ci mostra cosa accadrebbe a ognuno di noi, persona semplice, onesta, innocente, qualora inciampasse in una buca imprevista che lo facesse uscire di strada. E una volta fuori dal sentiero rientrarci è impossibile. A togliere il fiato è che ciò accade a Giovanni è spaventosamente possibile, anzi plausibile. Fa paura riflettere su quello che ci mostra Pagliaro, il quale scosta la rassicurante tendina posta davanti alla realtà per farci dormire tranquilli e così facendo ci mostra anche la corruttibilità del genere umano, persino di quello migliore, che quando è colpito nell'istinto (e quale istinto è più forte della difesa del proprio figlio?) si perde completamente. Una faticosa riflessione, una dura presa di coscienza, che Pagliaro ci fa condurre con passo fermo e sicuro accompagnandoci attraverso un racconto misurato, magistralmente costruito e condotto, destinato a lasciare un segno nell'animo del lettore.

Vedi tutte le 18 recensioni cliente
A volte ci sono libri a cui la sorte ha destinato il ruolo di far comprendere meglio e più a fondo la grandezza di altri libri. È questo il caso dell'ultimo romanzo di Antonio Pagliaro, La notte del gatto nero (pp. 206, € 14,50, Guanda, Milano 2012). La vicenda è ambientata nel 2003. Siamo a Palermo, sono le tre e trentadue di notte, quando la vita grigia e povera di fatti di Giovanni Ribaudo, un insegnante precario, viene sconvolta per sempre dall'arrivo di una telefonata. Una voce femminile dal vago accento straniero chiede di suo figlio, Salvatore, un diciannovenne come tanti, capelli lunghi e occhiali D&G usati a mo' di cerchietto. Giovanni chiede alla moglie, Vera, se ha sentito Salvatore rincasare. Vera risponde solamente: "Non l'ho sentito". Comincia tutto qui. Il giovane non è nel suo letto, sembra sparito. Ritroveranno Salvatore qualche giorno dopo, in carcere. Come in un romanzo kafkiano c'è solo la certezza del reato, mentre accuse, moventi e indizi risultano incomprensibili. A partire da quel momento, l'esistenza di Giovanni sarà trascinata dentro un incubo senza fine fatto di avvocati, usurai, false speranze e corruzione; un incubo dentro il quale il protagonista perderà ogni certezza fino a trasformarsi egli stesso in un aguzzino. La notte del gatto nero è la storia di questa sua lenta, allucinata e truce vendetta. Lo stato, a cui Giovanni crede fermamente e verso cui ripone ogni fiducia, si rivelerà come un insieme molecolare e disarticolato di piccoli clan feroci, raggruppati tra loro unicamente da interessi spiccioli e giochi di potere, popolati da individui soli che lottano disperatamente per sopravvivere. In un universo simile, la giustizia semplicemente non esiste: Giovanni lo scoprirà a proprie spese, man mano che i suoi tentativi di fare luce su quanto accaduto verranno tutti sistematicamente frustrati (oltre che sabotati fin nelle loro più minuscole articolazioni) da un potere pulviscolare che riverbera la propria immagine dietro ogni ufficio, dietro ogni porta che si chiude, dietro ogni funzionario che fa solamente il proprio dovere. Giovanni subirà tutto questo senza mai accettarlo realmente. La giustizia non sparisce mai dalla sua mente. "La giustizia che lo Stato gli deve. Lo Stato che gli ha sottratto un figlio sano e gli ha restituito un cadavere". E se lo stato non è in grado di rendergli la giustizia che gli spetta, a Giovanni non rimane altra alternativa che quella di intraprendere un percorso sempre più estremo, nel tentativo folle di ripristinare un ordine equo oramai perduto. Si butterà a capofitto in questa impresa, con lucidità, senza lasciarsi nemmeno la possibilità di coltivare rancore. È una vicenda cupa e feroce, quella raccontata da Pagliaro, una lunga discesa all'inferno fino all'unica, inevitabile conclusione. Nelle sue parole non c'è niente di riparatorio o assolutorio. Il suo è uno sguardo spietato che non risparmia nulla al lettore. Non c'è alcun intento polemico o satirico nella sua scelta stilistica, né tanto meno anacronistiche prese di posizione o altro; c'è soltanto un palese amore per il dettaglio, quasi un'ossessione. La sua scrittura somiglia a un lungo piano sequenza che mostra al lettore tutte le fasi della caduta del protagonista senza mai giudicare alcunché. Così facendo obbliga il lettore a mettersi in gioco, a prendere consapevolezza assieme al protagonista dell'orrore senza rimedio che viene scandito dalla concatenazione degli eventi. È quasi come se Pagliaro puntasse una lente d'ingrandimento contro un formicaio. Tutto il dolore, tutta la confusione e tutta la rabbia di Giovanni Ribaudo vengono condensati in poche frasi misurate, controllate in maniera maniacale. Spesso si tratta di dialoghi, o meglio di rapidi scambi di battute che focalizzano l'attenzione su un gesto, su un particolare, su un microscopico spostamento psicologico: "'Dobbiamo essere uniti' disse Giovanni. Ci credeva davvero. 'Non so più chi sei' rispose lei. Lo fece con amore. Lui si alzò, andò per abbracciarla. 'Dobbiamo farlo per Salvatore'. 'Farlo cosa' chiese lei. 'Essere uniti'". Quasi obbligatorio il confronto con il borghese piccolo piccolo di Vincenzo Cerami. C'è lo stesso mitologema (la vittima che diventa carnefice in seguito alla morte del figlio), un analogo percorso psicologico, c'è addirittura la stessa modalità di tortura. In entrambe le opere l'azione è ambientata qualche anno prima, quasi a segnare un distacco con l'epoca in cui l'opera stessa è stata scritta. E in entrambe le opere, il protagonista reagisce alla disintegrazione della propria idea di stato rifugiandosi dentro forme di aggregazione alternative: la massoneria nel caso di Cerami, la mafia in quello di Pagliaro. A ben vedere, però, nella Notte del gatto nero c'è anche dell'altro. Un borghese piccolo piccolo esce nel 1976. Sono anni duri, cupi, pieni di contraddizioni stridenti. La crisi petrolifera degli anni settanta, gli accordi di Bretton Woods e le conseguenti politiche economiche restrittive incidono profondamente sul tessuto sociale: i salari tornano a scendere, la mobilità sociale ridiventa appannaggio esclusivo delle classi dirigenti, tutto si ferma. Per milioni di persone l'idea che il futuro si sarebbe svolto per tappe lineari e progressive diventa, da un giorno all'altro, un'utopia. Giovanni Vivaldi, il protagonista del romanzo di Cerami, è figlio della disillusione di tutte quelle persone. La sua parabola vendicatrice è la parabola di una generazione che reagisce alla perdita di ogni certezza sul futuro virando con decisione verso l'esercizio di una violenza che non ha più nulla di riparatrice, ma che, semplicemente, fa emergere la vendetta come valore fondante attorno a cui costruire la propria identità. Fa male constatare come, dopo trent'anni di politiche di attacchi salariali, di privatizzazioni, di delocalizzazioni selvagge e di finanziarizzazione oltranzista, l'Italia di oggi sia tornata a essere molto simile a quella percepita dal borghese di Cerami. Un precario di oggi vive contraddizioni analoghe a quelle che viveva un borghese piccolo piccolo nel '76. Sono entrambi individui condannati al presente. Il futuro, per loro, è un'ossessione. Non potendo poggiare su alcuna narrazione alternativa che dia un senso alle loro esistenze e vivendo una condizione lavorativa deprivante, non possono far altro che assegnare ai propri figli il compito, anzi la missione, di riscattare il proprio nome, il proprio destino. Salvatore Ribaudo e Mario Vivaldi, dunque, non sono soltanto i figli dei due protagonisti, sono anche e soprattutto l'unico futuro che essi possono permettersi. E tanto più quel futuro diventa indecifrabile, tanto più le azioni intraprese per accaparrarselo si caricano di significati, di presagi, di inquietudini. Quando però quel futuro si sgretola, allora niente ha più senso. Giovanni Ribaudo e Giovanni Vivaldi, in questo senso, sono personaggi complementari, speculari. La loro postura, la loro impotenza, il loro desolante squallore raccontano la stessa condizione, lo stesso destino; una condizione e un destino che la storia, il potere, gli eventi hanno loro assegnato e dai quali non riescono a sfuggire. Sono quasi due fotografie della nostra nazione, una scattata nel '76 e l'altra scattata oggi. Basta metterle a confronto per comprendere che Giovanni Ribaudo non è altro che un Giovanni Vivaldi dopo trentacinque anni di sconfitte. La sua solitudine è più profonda, la sua violenza è più insensata, le sue azioni sono più disperate; non gli è valso a nulla cambiare nome, mestiere, linguaggio, miseria, il suo nucleo fondante è rimasto lo stesso. Si è semplicemente riadattato cambiando forma non sostanza. Ha lasciato i grigi uffici ministeriali romani per immergersi nell'anonimo precariato palermitano, senza che questo sia riuscito a scalfirne abitudini e nevrosi. Come un incubo ricorrente, la sua ombra non ha mai smesso di tormentarci. Il grande valore del romanzo di Pagliaro sta proprio in questo: nell'aver saputo cogliere la mutazione profonda dei borghesi piccoli piccoli nostrani e nell'averla raccontata senza falsi pudori, quasi con crudeltà. Daniele Zito
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