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Alessandro Barbero

Editore: Mondadori
Collana: Omnibus
Anno edizione: 2011
Pagine: 429 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804595434

Bianca e Michele sono giovanissimi: diciassette anni lei, diciannove lui. Si sono appena sposati e stanno imparando a conoscersi, nel carattere e nell'intimità. Vivono nella Venezia di fine Cinquecento, nella casa dei genitori di lui nel Sestiere Dorsoduro, e Michele lavora come muratore aiutando il padre Matteo, artigiano maestro. Non sono certamente agiati, ma sopravvivono dignitosamente.
Improvvisamente tutto cambia. Matteo insulta il nobile ser Girolamo Lippomano, procuratore di San Marco, uno dei diplomatici più apprezzati della Repubblica - in partenza come ambasciatore per Costantinopoli con il compito importante di acquistare grano - che non vuole corrispondergli il denaro dovuto per i lavori del nuovo palazzo in costruzione. La vendetta del potente senatore non si fa attendere, decisa dal Consiglio dei Dieci con l'unica astensione di ser Alvise Bernardo, figura positiva che tornerà nella storia.
Quando una pattuglia si avvicina a padre e figlio a Rialto per arrestare l'uomo, ne nasce una colluttazione che porta alla morte del vecchio e alla fuga forsennata di Michele. È evidente che un arresto - malgrado l'assoluta innocenza del giovane - avrebbe conseguenze disastrose. L'unica via di uscita è imbarcarsi al volo come rematore su una galera in partenza.
Bianca e la suocera restano sole, l'una vedova e l'altra ignara della sorte del marito, in una Venezia dove sopravvivere non è facile. Bianca riprende il suo lavoro di lavandaia, quello che sa fare, ma i soldi che guadagna non bastano a sfamare anche la suocera e pagare l'affitto. Così è costretta a mandare al ricovero l'anziana e a cercare servizio in qualche casa.
Seguiamo le due vite di Bianca e Michele, parallelamente, lungo tutte le pagine del romanzo, con sempre maggior apprensione per il destino dei due giovani. Lui imbarcato da una galera all'altra, alle prese con i veneziani e con i genovesi, con i pirati e con i mercanti - e testimone casuale di un evento che si rivelerà importante -, a stretto contatto con i suoi compagni, schiavi, forzati e liberi, tutti sfruttati al massimo in un lavoro massacrante, tra onde e porti del Mediterraneo, da Napoli a Palermo, da Creta a Costantinopoli. Con alcuni di loro nasce una amicizia data dalla comunanza di sorte e Michele si troverà a conoscere persone molto diverse da lui, ma a convivere con loro abbastanza facilmente.
Nel frattempo Bianca, tra alterne vicende, trova un'altra solidarietà, altre amicizie. Divide la casa, le spese, il cibo con alcune donne, viene spinta da una di questa a mendicare, c'è in agguato la prostituzione e il serrato corteggiamento di un altro uomo, ma arriva anche un incontro positivo, un nume tutelare, Clarice, moglie di Lorenzo Bernardo e nuora di Alvise, che sarà anche colei che cucirà le storie di tutti i protagonisti.
Qui nel romanzo si inserisce la Storia e per qualche capitolo seguiremo anche l'importante compito affidato a ser Lorenzo da Zuanne Morosini.
Inevitabile un collegamento tra questa complessa e ricca storia e quella dei Promessi Sposi. Altro contesto, epoca appena antecedente, protagonisti meno ingenui e creduloni - e anche meno innocenti di quelli manzoniani - ma il tracciato delle due vicende corre parallelo. Anche qui ritroviamo due innamorati divisi (potremmo definirli i Novelli Sposi), incontriamo le ingiustizie del potere accanto alla generosità e la saggezza di alcuni potenti, anche qui di fianco alla vicenda privata di due giovani scorre il fiume della Storia.
Potremmo definirlo una versione disincantata, più moderna della storia di Renzo e Lucia: un libro semplicemente bellissimo.

A cura di Wuz.it


Intervista ad Alessandro Barbero
Alessandro Barbero: da Manzoni non si scappa, non si può!


Scordatevi Renzo e Lucia, arrivano Bianca e Michele! Questa affermazione decisamente provocatoria per presentarvi un piccolo capolavoro firmato Alessandro Barbero, un libro perfetto per quest'epoca storica: una storia d'amore e d'avventura tra Venezia e il bacino del Mediterraneo, tra Occidente e Impero Ottomano.

Gli occhi di Venezia è un romanzo d’avventura intrecciato fortemente con la storia, che del resto è la tua specializzazione. Immagino che un libro come questo sia frutto dello studio di una vita, ma nel dettaglio quanto tempo è stato necessario per scriverlo? Hai fatto particolari ricerche e studi in archivi e biblioteche per dargli il fondamento geografico e storico che ha? Hai un occhio speciale – scusa il gioco di parole - per Venezia: una passione personale?

Non ho una passione personale per Venezia, diversa da quella che hanno tutti: e quindi la adoro e ci vado ogni volta che posso, ma niente di più! Non l'avevo mai studiata e non me ne ero mai occupato in nessun modo fino all'estate 2007, quando La Stampa mi ha chiesto di andare a vedere e recensire la grande mostra Venezia e l'Islam a Palazzo Ducale.
Be', è stata una folgorazione, non tanto per Venezia in sé quanto per il gioco straordinario dei rapporti fra Occidente e Impero ottomano nel Cinque-Seicento, di cui Venezia era lo snodo. Il fatto che i visir compravano a Venezia vetrerie, occhiali, carte geografiche, assicuravano lì le loro navi, e tutto questo continuavano a farlo persino in tempo di guerra, negli anni di Lepanto, mi ha fatto venire una gran voglia di indagare com'erano davvero i rapporti fra questi mondi che di solito ci fanno vedere solo nella chiave dello scontro di civiltà.
Ne è nato il libro che ho scritto per Laterza sulla battaglia di Lepanto, e che ha richiesto quasi tre anni di lavoro: è uscito nel novembre 2010. E ne è nato Gli occhi di Venezia, perché le cose affascinanti che uscivano dalle biblioteche e dagli archivi durante la ricerca erano troppe di più di quelle che potevano stare in un libro di storia.
In sé, il romanzo ha richiesto un anno secco di lavoro, il 2009, anche se poi l'uscita è stata ritardata, proprio per non coincidere con quella del libro su Lepanto. In quell'anno il lavoro sui due libri è andato avanti in parallelo: la fatica è stata tanta, ma credo anche che ne abbiano guadagnato tutt'e due.

Ho percepito numerosi riferimenti ai Promessi Sposi: i giovanissimi protagonisti, pur sposati, non hanno avuto il tempo di conoscersi davvero e sono stati divisi dagli eventi – causati dalla forza e dall’ingiustizia del potere - che li portano ad affrontare molte prove faticose e dolorose prima di riunirsi. Accanto a loro ruotano personaggi di primo e secondo piano (ed eventi) che ricordano quelli del Manzoni. È così? In qualche modo hai avuto come riferimento il romanzo storico per eccellenza della letteratura italiana?

Da Manzoni non si scappa, non si può.
Io non l'ho mica fatto apposta. Ma un romanzo d'amore e d'avventura implica per forza che lui e lei siano separati. Provate un po' a scrivere una grande storia d'amore lasciandoli insieme! Io ci ho provato, ma è impossibile. Bisogna separarli, e allora si casca per forza nei Promessi sposi, anche senza averlo voluto. Anche dopo essermene reso conto, non ho mai cercato volutamente il parallelo o la parodia, ma questo non ha impedito a uno dei primi lettori di osservare che la mia Bianca, rimasta sola, fa tutto quello che Lucia non ha fatto – o che don Lisander non ha voluto raccontare! E a questo punto direi anche che il personaggio che per me è il più bello del romanzo, Clarice, è la risposta alla donna Prassede del Manzoni: tutta rovesciata in positivo però...

E in generale hai avuto riferimenti storico-letterari particolari per la stesura di questo romanzo e per la caratterizzazione dei personaggi?

La collocazione è alla fine del Cinquecento perché sono gli anni che ho imparato a conoscere lavorando sulla battaglia di Lepanto. Ho spostato l'azione giusto di una dozzina d'anni, per evitare una sovrapposizione troppo ingombrante, e anche perché è intorno al 1590 che si è svolta nella realtà la storia straordinaria di Lorenzo Bernardo e di Girolamo Lippomano a Costantinopoli: l'unica storia vera che racconto nel romanzo, accanto alle due storie inventate di Bianca e di Michele, è una storia così inaspettata che quando l'ho incontrata nelle fonti, è lì che per la prima volta mi sono detto: qui dovrei scrivere un romanzo...

Grazie alla tua narrazione si entra nelle case veneziane del Cinquecento e si vive sulle galere e nei porti in viaggio nel Mediterraneo. Quali aspetti della vita e della cultura dell’epoca hai scelto di mettere più in luce e come ne esce la Serenissima da questa ricostruzione?

Le avventure di Michele e di Bianca corrispondono a due mondi, di cui la Laguna è il confine, due mondi tutt'e due molto indagati dagli storici. Il primo è il mondo delle galere, della navigazione nel Levante, degli schiavi e dei forzati, dei corsari barbareschi, degli orizzonti favolosi, fino a Costantinopoli. Un mondo la cui carica romanzesca è evidente, ma che io ho cercato di raccontare con l'occhio attento anche ai saperi, alle tecniche, alla cultura condivisa – e oggi conosciuta solo dagli specialisti – dei marinai dell'epoca, ai conflitti religiosi... Ma io ho scelto di dedicare metà del romanzo all'altro mondo: la vita veneziana, la vita di una metropoli che è sì il più grande porto del mondo, ma dove si può vivere senza vedere mai il mare; una metropoli formicolante di gente, claustrofobica e dura. In particolare ho voluto raccontare il mondo delle donne, delle donne sole, delle donne che lavorano, delle solidarietà e dei pericoli della vita delle donne: tutto un mondo ben conosciuto dagli storici grazie a importanti libri che hanno pescato a piene mani nella ricchezza degli archivi veneziani, ma forse non così noto al grande pubblico.

Quanto peso hanno gli storici nella lettura dei fatti odierni? E quanto secondo te dovrebbero averne? Quanto lo studio della storia può aiutare a pensare in maniera trasversale, multidisciplinare, essendolo per sua natura? E che compito spetta agli storici (in quanto esperti del rapporto causa-effetto), quale missione dovrebbero avere nell’indirizzare i nuovi strumenti metodologici necessari per la comprensione di una società globalizzata e al tempo stesso divisa che corre sempre più rapidamente verso un futuro difficilissimo da prevedere e molte crisi ardue da prevenire?

Agli storici non si può chiedere troppo, non sono dei guru capaci di prevedere il futuro. L'individuazione dei rapporti di causa ed effetto è una delle cose più difficili nel lavoro storiografico, e non è nemmeno così centrale: anche perché quei rapporti non sono mai unilaterali, le cause e gli effetti sono sempre fenomeni complessi che si intrecciano fra loro. La lezione che lo studio della storia ha da darci è che la realtà è complessa, che semplificare è pericoloso, che capire vuol dire accettare di guardare ai fatti senza paraocchi ideologici; che per affermare qualcosa bisogna avere delle fonti e per dire che una cosa è vera si deve poterla dimostrare.
Sembra poco, ma è uno straordinario allenamento per leggere la realtà contemporanea, per individuare al volo la semplificazione, la mistificazione, la menzogna. Potrebbe finire qui: ma il nostro è uno strano paese, dove di storia si parla a torto e a traverso, si manipola l'opinione pubblica agitando interpretazioni distorte dei fatti storici come se dovessero essere ancora realtà attuali su cui spaccarsi. E allora è un bene che gli storici intervengano quando possono (anche se non è facile farsi ascoltare) ricordando i fatti veri e cercando di spazzare via le mistificazioni, invitando chi ascolta a pensare con la propria testa e a verificare quello che si sente proclamare anziché limitarsi a ripeterlo. Ogni volta che incontro un pubblico ho la sensazione, magari l'illusione, che nell'Italia di oggi uno spazio per tutto questo ci sia ancora...

A cura di Wuz.it

Recensioni dei clienti

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    paola

    17/09/2016 22.11.00

    Buon romanzo storico in cui Michele e Bianca combattono tra mille traversie contro tutti gli ostacoli logistici e sociali che li separano. Bellissimo epilogo.

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    chicca

    13/09/2016 14.01.32

    Bel romanzo storico, scritto in modo piacevole ed accattivante; ricostruzione degli ambienti veneziani e turchi accurata ed interessante. Consiglio di leggerlo.

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    Anna

    25/08/2016 16.24.47

    Convinta dalle mille recensioni positive,comprato ad un prezzo stracciato,l'ho divorato in 3 giorni.

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    Michelangelo

    01/12/2013 23.27.39

    Il libro mi è parso da subito molto semplice e scorrevole nella lettura. Mi sarebbe piaciuto un finale più realistico, ma la storia è avvincente! Mi sembrava di essere nella feluca insieme a Michele, che ha quasi il mio stesso nome :) Grazie del viaggio!

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    Yaris

    06/05/2013 20.46.09

    Lo definirei trascinante. Non è una storia complicata, anzi direi che è quasi banale, ma davvero non è possibile staccare gli occhi fino a quando non è finita. Le pagine filano veloci grazie anche a una scrittura semplice e scorrevolissima; i personaggi sono un po' stereotipati, anche se si reggono tranquillamente sulle loro gambe, in particolare Clarice, che ha un carattere molto apprezzabile in una donna del cinquecento (romanzescamente parlando). Veniamo ora alle note dolenti: non mi è piaciuto, anzi direi quasi che mi ha dato fastidio, l'intervento dell'autore "moderno" a interrompere il filo della narrazione, e mi riferisco in particolare a due passaggi, quello in cui la voce narrante immagina l'attesa del Lupo ai tempi delle sigarette e quello in cui spiega che l'isola conosciuta dai personaggi - sue creazioni, non dimentichiamolo! - col nome di Pazù si chiama OGGI Paxos. Tali interventi, assolutamente non necessari alla comprensione dell'intreccio, ne guastano anzi irrimediabilmente il ritmo: è come se il lettore, immerso completamente nella magica realtà del cinquecento (cosa che pochi romanzi, ricordiamolo, riescono a fare) se ne trovasse improvvisamente e violentemente trascinato fuori per poi esservi di nuovo spinto dentro a forza. Precisazioni che denotano l'indole professoresca dell'autore, del resto mai del tutto sopita durante il racconto, che si acutizza in quei passaggi come per ricordare a tutti che viviamo pur sempre nel 2013, e che le cose che leggiamo sono pur sempre storie fittizie. Certo, questo è ovvio, ma c'era bisogno di dircelo così?

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    GraceT

    19/02/2013 09.56.01

    Sono d'accordo con chi sosteneva che titolo e ambientazione sono accattivanti, che si tratta di una lettura piacevole dalla trama semplice dove la caratterizzazione dei personaggi non è particolarmente approfondita. Se lo scopo del romanzo era intrattenere l'autore c'è riuscito ma personalmente da un romanzo storico pretendo qualcosa di più. Quantomeno voglio che l'ambientazione sia precisa e documentata, invece qui mi ritrovo con un errore grossolano già nella mappa in seconda di copertina dove con il n.2 confondono la chiesa di S. Lorenzo con i Derelitti (i Derelitti sono a destra rispetto la chiesa di S. Giovanni e Paolo ben più su nella mappa). Si continua poi nel testo parlando dell'Ospedale dei Derelitti definendolo solo come ricovero per donne abbandonate povere o di malaffare ma non come ospedale per malati; mi domando allora perchè all'epoca pagassero del personale medico. E' evidente che confonde uno dei 4 Ospedali grandi di Venezia con i Mendicanti (struttura più tarda) o con le Convertite. Insomma come romanzo storico non convince.

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    Michele

    03/12/2012 10.19.52

    Il libro mi è piaciuto molto, semplice nel racconto, ma approfondito nella descrizione storica del periodo e dei modi di vivere.

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    Paola C.

    02/12/2012 14.53.39

    Questo romanzo mi è stato regalato a Natale e ho deciso di leggerlo quasi un anno dopo. Trovo che la preparazione storica e il modo di scrivere siano encomiabili ma personalmente a volte ho trovato troppo prolisse e minuziose le descrizioni dei viaggi. Molto, molto carino il personaggio di donna Clarice sembra incarnare un proverbio siciliano, la mia regione ("una fimmina quantu vuole ave" = una donna ciò che vuole ottiene). Darei 5 per la preparazione e un 2 perché non mi ha coinvolto particolarmente. Media 3

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    COLAIUDA VALENTINA

    13/04/2012 10.30.13

    Il titolo del libro e l'ambientazione sono senza dubbio accattivanti. L'autore sembra aver vissuto realmente nella Repubblica Marinara di Venezia, nei suoi vicoli, nei suoi cantieri, sulle navi che portano ad oriente, tanto ne descrive in modo affascinante e con dovizia di particolari gli ambienti. L'immaginazione corre e devo dire che il romanzo è una vera e propria porta spazio-temporale. D'altro canto, se da un lato il testo eccelle nelle descrizioni, risente di una certa semplicità nella caratterizzazione dei personaggi e nell'intreccio, buono, ma in alcuni casi un po' elementare. Ma non si può avere tutto. Un libro comunque consigliato, a cui darei una discreta votazione.

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    Francesca

    16/03/2012 23.16.58

    A me questo romanzo è piaciuto. L'ambientazione storica mi ha riportata ad una Venezia di fine cinquecento con una trama semplice ma avvincente. Istruttivo e piacevole da leggere.

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    V. Terzi

    18/11/2011 20.21.44

    Questo libro ha un grosso pregio, raro al giorno d'oggi: è scritto bene e si legge facilmente e volentieri. La trama è forse un po' scontata, i personaggi sono forse un po' schematici o di poco spessore e né loro né la vicenda hanno suscitato in me un coinvolgimento emozionale particolarmente profondo. Tuttavia l'interesse rimane sempre alto per la durata del libro. Arrivato alla fine, ho potuto dire: "Questo libro mi ha intrattenuto". Per un romanzo questo è l'elemento principale. Altro pregio: il libro non è spocchioso, non è irritante, non è supponente. Pur essendo scritto da persona visibilmente colta e bene informata, non sfocia mai nella noiosa erudizione di un certo Umberto Eco. I dettagli storici sulla vita nel XVI secolo vengono usati per inquadrare le vicende e dare (direi con successo) verosimiglianza alla narrazione. Lo consiglio a chi si vuole svagare senza pretese, ma comunque in modo gradevole e senza sciatteria.

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    gorgo

    26/07/2011 13.30.29

    Romanzo storico di tipo raro, né di puro intrattenimento né troppo erudito. Essendo il romanzo di uno storico più che di un romanziere, non è "a tesi" né ha pretese squisitamente artistiche: in questo caso un pregio. Così l'uso del modello manzoniano diventa rilettura dei "Promessi sposi" in chiave davvero "realista": non c'è provvidenza in questa storia (e nella Storia), ma nemmeno una demiurgica "virtù", un'acquisizione progressiva di forza, astuzia, esperienza del mondo -come invece prometteva la 2a di copertina-. Nessuno dei due protagonisti infatti compie quel processo di "formazione" della Lucia e soprattutto del Renzo manzoniani; il che ha deluso più d'uno dei lettori che speravano in un romanzo, che so, alla Follett o alla Falcones, ingannati anche dal notevole battage pubblicitario. Invece, almeno x me, il bello è proprio il realismo del plot: all'interno di ambientazioni ricche di particolari storici e quasi mai pretestuose, la trama evolve soprattutto in forza della casualità, delle co-incidenze. Nn ci sono eroi né romanzesco (grande, brutale il realismo degli "accidenti"); pochissimi i malvagi e i buoni, molti i mediocri egoisti o superbi; scarso pure il peso della religione, vs Manzoni. Pesano invece, anche nell'avvio e nella conclusione della vicenda, gli interessi e i pruriti dei potenti. Più che del romanticismo 800esco, è tipico dello storico moderno il gusto x la vita quotidiana: e, contrariamente a ciò che temevo, le vicende di Bianca (altro che la casta Lucia Mondella o l'innamorata del romanzo ellenistico! Vs il povero Michele, alle prese pure, incatenato fra galeotti, con tentazioni omosessuali...) non sono meno avvincenti di quelle avventurose, fortunose, del giovane marito. Nelle vicende della ragazza si sente forse la lezione della tradizione realista italiana. Interessante, sfaccettata la rappresentazione dei rapporti tra le religioni, le etnie (altro che scontro di civiltà!); ma decisivi saranno invece i rapporti tra le classi sociali.

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    Paolo

    10/05/2011 13.12.37

    Come libro per ragazzi potrebbe andare. Ma come romanzo storico manca di tutto, tranne che della ricostruzione storica (peraltro troppo didascalica in molte parti). Banale nella trama, superficiale nella caratterizzazione dei personaggi, francamente poco originale (soprattuto nel nomignolo "Cazzogrosso" dello schiavo negro di reminescenze ottocentesche; e poi la prima parte del nomignolo non è di derivazione romanesca? proprio a voler mantenere un nomignolo così scontato, almeno qualcosa di più veneziano sarebbe stato mgelio) e tutto molto prevedibile. Allora tanto vale rileggersi i Promessi Sposi, di cui si sa già tutto, ma ci si dimentica spesso di quanto siano ben scritti. Grazie alla superficialità, almeno scorre molto velocemente e fa perdere poco tempo.

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    Valentino

    01/05/2011 15.59.54

    Finalmente un romanzo pulito, facilissimo da leggere, avvincente. Ormai trovarne uno è sempre più difficile! Complimenti sig. Barbero !

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    Gerardo

    30/04/2011 11.15.28

    Sono un estimatore di Barbero. Mi piacciono le sue lezioni per Laterza, i suoi saggi storici ed i suoi romanzi. Ma questo mi ha un po' deluso. Specie dopo aver letto il bellissimo "Lepanto", molto più interessante, intrigante ed avvincente, pur essendo un saggio storico. Questo, invece, mi è sembrato un romanzo in salsa salgariana. I personaggi sono buoni o cattivi, senza molto spessore psicologico, da libro per ragazzi. Nessuna sorpresa, tutto molto prevedibile, con tanto di il lieto fine. Peccato. Confidiamo nel prossimo lavoro!

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    Roberto del Colle

    13/04/2011 13.33.43

    Come romanzo storico è perfetto. La trama è avvincente, i personaggi sono credibili e le situazioni verosimili. L'autore ci descrive la società del tempo con grande competenza storica senza essere didascalico e senza alcuno sfoggio di erudizione. La scrittura è chiara e lo stile piacevole. Insomma una lettura allo stesso tempo colta e di evasione. Veramente un bel libro.

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    Elissa

    12/04/2011 14.06.46

    Bello, si', nel senso della bellezza accattivante di un intreccio tradizionale, che trascina anche quando è prevedibile. Armonia insomma. Anche fra storia e romanzo, che si combinano come l'olio sul pane, senza intralciarsi e anzi valorizzandosi. E simpatici i personaggi, Clarice in particolare, certo. E in generale le donne, piu' umane, e piu' virili degli uomini. Sono loro le registe. Bello, soprattutto sullo sfondo del panorama nostrano in materia. Bravo questo nostro alter Alexandrus Peccato pero' non aver incontrato nessuno, ma proprio nessuno neanche fra i buoni, che guardi un po' oltre il suo naso. Un po' piu' in alto dico. Nessuno i cui moventi superino in qualche modo, in verticale o in orizzontale, i propri interessi. Lo so che sono pochi, ma apposta di questi tempi, e probabilmente in tutti i tempi, andrebbero pubblicizzati. Specie da una penna narrativa in grado.

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    DANIELA

    01/04/2011 21.07.56

    Che bel romanzo! Lo avesse scritto Ken Follet sarebbe primo in classifica. Una piacevole sorpresa leggere una storia così avvincente, storicamente ben documentata e narrata in maniera coinvolgente. Da leggere subito.

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    Sabrina

    18/03/2011 16.49.33

    Molto coinvolgente e ben documentato, mi e' piaciuto anche il leggero sarcasmo dell'autore.

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