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Alessandro Baricco

Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2013
Formato: Tascabile
Pagine: , Brossura

24 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Classici, poesia, teatro e critica - Letteratura teatrale

  • EAN: 9788807881435


“Noi combattevamo con in mano delle armi: quell’uomo stava scendendo in battaglia stringendo in pugno il mondo. Lo vidi, splendente come il sole, salire sul carro, e urlare ai suoi cavalli immortali di portarlo verso la vendetta. Ce l’aveva con loro perché non erano stati capaci di sottrarre Patroclo alla morte, correndo via dalla battaglia.”

Avendo alle spalle la lettura integrale in greco dell’Iliade, per esigenze universitarie (e, sinceramente, anche per diletto), conoscendo bene la versione italiana di Rosa Calzecchi Onesti, quindi quella in prosa di Maria Grazia Ciani ho affrontato il testo di Baricco con qualche perplessità. Le pagine introduttive di Omero, Iliade delineano lo spirito e le caratteristiche del lavoro svolto per rendere l’opera adatta ad essere letta in pubblico senza estenuare gli spettatori. Quattro gli interventi salienti dichiarati: i tagli compiuti per rendere la durata della lettura compatibile “con la pazienza di un pubblico moderno”. Per far ciò sono state compiute alcune scelte importanti, come quella di eliminare praticamente ogni apparizione e ruolo degli dei (scelta di cui parleremo ancora in seguito). In secondo luogo Baricco ha utilizzato un linguaggio “vivo”, sia da un punto di vista sintattico che lessicale. Il terzo intervento è davvero significativo: la narrazione è proposta “in soggettiva”, cioè sono vari personaggi del poema omerico a raccontare la storia, scelta operata per rendere più rappresentabile l’opera. L’ultimo intervento dichiarato riguarda le “aggiunte al testo” compiute dall’autore e presentate con una scelta grafica che le differenziasse dal testo di Omero, il corsivo.

Questa premessa permette di affrontare la lettura con alcune consapevolezze e quindi di non rimanere stupiti se il testo si allontana in modo sostanziale da quello originale, se quasi ogni elemento epico è assente e se alcuni personaggi a cui è affidata una “voce” si discostano notevolmente dallo spirito che la tradizione ha loro attribuito.
L’abolizione della presenza fattiva degli dei nell’azione narrata è forse una delle più significative trasformazioni compiute sul poema omerico, in quanto è proprio la loro presenza a caratterizzare l’epica come genere, così come i vari interventi nel sostenere o nel punire le imprese degli eroi sono determinanti allo svolgimento della storia, e nello stesso tempo il supremo ruolo del Fato, superiore agli stessi dei, apre una riflessione sul pensiero antico davvero interessante.
La scelta stilistica poi sottolinea questa distanza: aboliti i “formulari”, tipici della tradizione orale, i cosiddetti “moduli”, la frase sempre uguale in riferimento a uguale situazione, quasi assenti le similitudini, così come l’aggettivazione (il sistema epitetico fisso), caratterizzante non solo i singoli personaggi, ma anche gli oggetti o gli animali, elementi tutti che costruiscono un ritmo e si fissano indelebili nella mente del lettore/ascoltatore.

Se la guerra e lo spirito guerriero (perché però mettere in bocca proprio a Enea quasi tutte le narrazioni delle battaglie?) caratterizzano l’Iliade e ne rappresentano pienamente un mondo e una mentalità e già l’Odissea inizia a raffigurare una cultura diversa, una realtà quasi mercantile, portatrice di valori diversi (da qui l’ampio dibattito se i due poemi appartengano o no a un’unica figura, singola o collettiva che fosse, e l’attuale posizione degli studiosi è che l’Odissea sia posteriore di almeno 400 anni all’Iliade), come è possibile parlare di “civiltà greca” tout court e non di “civiltà omerica” riferendoci al più antico dei due poemi? Sottigliezze, si può dire, ma credo che l’immaginario collettivo tenda a definire con “civiltà greca” il periodo classico, l’Atene di Pericle, più che l’arcaico (gli studiosi per lo più collocano Omero intorno all’VIII secolo a.C., Plutarco lo pone addirittura nel XIII sec. a. C.) e le differenze culturali tra i due momenti dell’antica Grecia sono davvero consistenti.
Quanto si è detto non vuole di certo sminuire l’operazione compiuta da Baricco, tutt’altro: la capacità di attualizzare un messaggio come quello omerico, la scelta di “teatralizzare” il poema, il rispetto per quello che può essere considerata la fonte tematica e ideale di tanta produzione letteraria, l’abilità nel dare una struttura compiuta alla propria rielaborazione, sono encomiabili. Un testo, questo Omero, Iliade, che può appassionare i giovani, entrare anche nelle scuole, spingere alla lettura integrale del poema, essere letto e ascoltato da un pubblico ampio e non necessariamente dotto, insomma un’operazione culturale interessante anche se il risultato è molto lontano dalle probabili intenzioni dell’autore.


Le prime frasi del libro

Poche righe per spiegare come è nato questo testo. Tempo fa ho pensato che sarebbe stato bello leggere in pubblico, per ore, tutta l'Iliade. Quando ho trovato chi era disposto a produrre l'impresa (Romaeuropa festival, a cui successivamente si sono aggiunti TorinoSettembreMusica e Musica per Roma) mi è subito parso chiaro che, in realtà, così com'era, il testo era illeggibile: ci sarebbero volute una quarantina di ore e un pubblico davvero molto paziente. Così ho pensato di intervenire, per adattarlo a una lettura pubblica. C'era da scegliere una traduzione - tra le tante, autorevoli, disponibili in italiano - e ho scelto quella di Maria Grazia Ciani (pubblicata da Marsilio) perché era in prosa e perché, stilisticamente, era vicina al mio sentire. E poi ho fatto una serie di interventi.

Per prima cosa ho praticato dei tagli per ricondurre la lettura a una durata compatibile con la pazienza di un pubblico moderno. Non ho tagliato, quasi mai, delle scene intere, ma mi sono limitato, per quanto era possibile, a togliere le ripetizioni, che nell'Iliade sono numerose, e ad asciugare un po' il testo. Ho cercato di non riassumere mai e di creare piuttosto delle sequenze più stringate usando sezioni originali del poema. Per cui i mattoni sono quelli omerici, ma il muro risulta più essenziale.
Ho detto che non ho quasi mai tagliato scene intere:
questa è la regola, ma devo citare l'eccezione più evidente: ho tagliato tutte le apparizioni degli dei. Come si sa, gli dei intervengono abbastanza spesso, nell'Iliade, per indirizzare gli eventi e sancire l'esito della guerra. Sono forse le parti più estranee alla sensibilità moderna, e sovente spezzano la narrazione, disperdendo una velocità che, invece, avrebbe dell'eccezionale. Non le avrei comunque tolte se fossi stato convinto che erano necessarie. Ma - per quanto sia brutto dirlo - non lo sono. L'Iliade ha una sua forte ossatura laica che sale in superficie appena si mettono tra parentesi gli dei. Dietro al gesto del dio il testo omerico cita quasi sempre un gesto umano che raddoppia il gesto divino e lo riporta, per così dire, in terra. Per quanto i gesti divini tramandino l'incommensurabile che spesso si affaccia nella vita, l’Iliade mostra un'ostinazione sorprendente a cercare, comunque, una logica degli eventi che abbia l'uomo come ultimo artefice. Se quindi si tolgono gli dei da quel testo, quel che resta non è tanto un mondo orfano e inspiegabile, quanto un'umanissima storia in cui gli uomini vivono il proprio destino come potrebbero leggere un linguaggio cifrato di cui conoscono, quasi integralmente, il codice. In definitiva: togliere gli dei dall'Iliade non è probabilmente un buon sistema per comprendere la civiltà omerica: ma mi sembra un ottimo sistema per recuperare quella storia riportandola nell'orbita delle narrazioni a noi contemporanee. Come diceva Lukács: il romanzo è l'epopea del mondo disertato dagli dei.

Il secondo intervento che ho fatto è sullo stile. Già la traduzione della signora Ciani usa un italiano vivo, più che un linguaggio da filologi. Ho cercato di proseguire in quella direzione. Da un punto di vista lessicale ho cercato di eliminare tutti gli spigoli arcaici che allontanano dal cuore delle cose. E poi ho cercato un ritmo, la coerenza di un passo, il respiro di una particolare velocità e di una speciale lentezza. L'ho fatto perché credo che ricevere un testo, che viene da così lontano, significhi sopra ogni cosa cantarlo con la musica che è nostra.
Il terzo intervento è più evidente, anche se poi non così importante come sembra. Ho girato la narrazione in soggettiva. Ho scelto una serie di personaggi dell'Iliade e ho fatto loro raccontare la storia, sostituendoli al narratore esterno, omerico. Per lo più è una faccenda puramente tecnica: invece che dire “il padre prese la figlia tra le braccia”, nel mio testo c'è la figlia che dice “mio padre mi prese tra le braccia”. È evidentemente un'accortezza dettata dalla destinazione del lavoro: in uno spettacolo di lettura pubblica, dare al lettore un minimo di personaggio a cui appoggiarsi lo aiuta a non scolorirlo nell'impersonalità più noiosa. E per il pubblico di oggi ricevere la storia da chi l'ha vissuta rende più facile l'immedesimazione. Quarto intervento: naturalmente non ho resistito alla tentazione e ho fatto alcune, poche, aggiunte al testo. Qui, nella stampa, le troverete in corsivo, in modo che non ci siano equivoci: sono come restauri dichiarati, in acciaio e vetro, su una facciata gotica. Quantitativamente, sono interventi che coprono una percentuale minima del testo. Per lo più riportano in superficie sfumature che l'Iliade non poteva pronunciare ad alta voce ma nascondeva tra le righe. A volte riprendono tessere di quella storia tramandate da altre narrazioni posteriori (Apollodoro, Euripide, Filostrato). Il caso più evidente, ma in certo modo anomalo, è l'ultimo monologo, quello di Demòdoco. Come si sa l'Iliade finisce con la morte di Ettore e con la restituzione del suo corpo a Priamo: non c'è traccia del cavallo e della caduta di Troia. Pensando alla lettura pubblica, però, mi sembrava perfido non raccontare come quella guerra fosse poi, finalmente, finita. Così ho preso una situazione che viene dall'Odissea (libro VIII: alla corte dei Feaci un vecchio aedo, Demòdoco, canta la caduta di Troia davanti a Ulisse) e le ho versato dentro, per così dire, la traduzione di alcuni passi de La presa di Ilio di Trifiodoro: un libro, non privo di una sua eleganza post-omerica, che risale forse al quarto secolo dopo Cristo.

Recensioni dei clienti

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    Antonio

    27/04/2016 17.11.09

    Esperimento riuscito.

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    G.luca

    20/04/2016 01.27.56

    Resta il dilemma se sia un sacrilegio modificare e snellire, rendere più moderno e accessibile un totem della letteratura mondiale - e quindi in un certo senso snaturarlo - o si debba rassegnarsi a relegarlo all'interno di quegli universi nominati ma sconosciuti. Il lavoro di Baricco in questo caso è lodevole proprio perchè se ne infischia delle critiche a cui va incontro. Apre uno scrigno e permette a tutti di raccoglierne il contenuto a piene mani. Per chi dopo la lettura volesse approfondire può sempre passare all'edizione tradizionale.

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