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Gustave Flaubert

Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1997
Pagine: 1632 p.
  • EAN: 9788804372936

recensione di Lauro, C., L'Indice 1997, n. 9

Forse l'unico lettore recalcitrante e scontento di fronte a questo eccellente "Meridiano" sarebbe proprio Flaubert. Di certo non avrebbe mai ammesso di far precedere "Madame Bovary" e "SalammbÖ" da tre opere giovanili come i "Mémoires d'un fou", "Novembre" e la prima " ducation sentimentale".
Ventenne - ma già ipercritico - non aveva osato pubblicarle e ancora nella maturità si era compiaciuto per quella saggia rinuncia. L'ora della Scrittura, ufficialmente, era scoccata soltanto nel 1857 con la pubblicazione di "Madame Bovary" (una stesura iniziata sei anni prima) ed era proseguita con calcolata lentezza attraverso la faticosissima elaborazione degli altri quattro o cinque "capolavori" sino al 1880 (anno della morte sull'incompiuto "Bouvard et Pécuchet").
Il rovello di questi trent'anni di logoranti autoreclusioni e di revisioni infinite fu sempre il medesimo: ottenere uno Stile che con la sua inflessibile omogeneità e continuità, senza sbalzi o impurità (Proust parlerà di "superfici riflettenti") coincidesse con una visione impersonale e assoluta su cose e eventi. E difatti già in "Madame Bovary" le cose si svuotano della loro tradizionale figuratività e gli eventi tendono a rarefarsi sino a sfiorare la stasi: è il noto "romanzo sul nulla". L'autore si è completamente eclissato dietro uno Stile progettato sin dall'inizio come "una tonalità grigia, un colore ammuffito di esistenze sotterranee".
Definito "romanziere dei romanzieri" da Henry James (nessuno meglio di lui poteva porgergli la corona del martirio e nominarlo ancora "nostra coscienza"), Flaubert segna davvero lo spartiacque tra passato e modernità del romanzo. Più esplicito sarà Proust proclamando in quello stile un rinnovamento nella visione delle cose paragonabile a quello operato dalle categorie kantiane: elogio a lunga gittata confermatosi con la fortuna flaubertiana, cinquant'anni dopo, presso i teoriciÊdel Nouveau Roman (a parte più segreti omaggi: una delle tre "gravures" citate nella prima pagina del flaubertianissimo "Les choses" di Perec allude all'esordio dell'" ducation sentimentale").
Ma il riconoscimento di una centralità e di una perfezione quasi irripetibile non coincide necessariamente con l'accettazione incondizionata. C'è stato anche, più o meno strisciante, una sorta di tarlo antiflaubertiano contro i metodi e i tempi di lavoro (soprattutto tra i suoi contemporanei) e anche contro settori importanti dell'"Îuvre". Probabilmente più o meno indirettamente provocato da una professione di magistero artistico sempre conclamata, dalla sfida anacoretica, dalla costante pretesa del capolavoro assoluto. Si veda il livido rimprovero di Sainte-Beuve sulla troppo lunga gestazione di "SalammbÖ" ("non bisogna metterci tanto tempo (...) se no, si arriva in ritardo sulla propria epoca") e il mezzo rimpianto di James su una produzione che avrebbe potuto essere più "abbondante". Né è l'unica incrinatura dell'elogio jamesiano: valgano ancora l'appunto sul non aver mai creato un carattere davvero "complesso" ("l'"%me franìaise", in lui non compare al meglio"), la strana diffidenza per "Bouvard et Pécuchet", l'ingiusta definizione di fallimento per l'" ducation sentimentale" (già peraltro sancita da mile Faguet). E nessuna autentica simpatia o vicinanza spira dallo stesso articolo di Proust, e anzi una sentenza di mediocrità per il famoso epistolario; né si dimentichi che la brillante disamina (disamina che penetra nell'uso flaubertiano di imperfetti, pronomi e preposizioni come nessun'altra) era nata, a sua volta, per difendere il "genio grammaticale" da una critica assai riduttiva firmata da Albert Thibaudet...
Naturalmente, negli anni, la ricerca più specialistica ha allargato, su più ambiti, la conoscenza flaubertiana, riesumando "in primis" (con buona pace delle reticenze dell'autore) tutta la narrativa anteriore a "Madame Bovary". E non solo: illuminazioni decisive sono giunte - come riferisce l'intelligentissima e incisiva introduzione di Giovanni Bogliolo - dalle quattromila lettere dell'epistolario e dalle venticinquemila pagine manoscritte di appunti e stesure (a duemila si sarebbero poi ridotte le pagine effettive degli "omnia": come dire che, mediamente, per ognuna ne occorsero dodici "preparatorie").
Un merito grande di questo "Meridiano" (merito che non ha la "Pléiade" francese) è l'inclusione delle tre opere giovanili citate che, tra l'altro, rivelano nel maestro dell'impersonalità una insospettabile vocazione all'autobiografismo. Le brevi, maledettistiche "Memorie di un pazzo" (scritte a diciassette anni) non escono affatto dal recinto dello sfogo confessionale, mentre "Novembre", pur sempre in prima persona, tende a organizzarsi in una struttura più schiettamente narrativa (e c'è già un personaggio flaubertiano che fa della propria finestra, come più tardi Emma Bovary, un luogo esistenzialmente cruciale: Marie, romantica prostituta). Poi, nella prima "Educazione sentimentale" (qui in una traduzione inedita di Giorgio Caproni) l'autobiografismo del giovane Flaubert abbandona la prima persona e scinde il proprio fardello psicologico (ambizioni e audacie; idealismo e sentimentalismi) nei due protagonisti del romanzo, Henry e Jules.
Nulla, se non il titolo e la forma di "Bildungsroman*, accomuna quest'opera all'omonimo capolavoro del 1869 (quest'ultimo centrerà eventi e delusioni sulla rivoluzione del '48; la prima "Educazione" era terminata nel '45). Sviante è dunque parlare di "prima "Educazione"" (se non in senso cronologico) o, peggio, di "prima versione" per una mera comunanza di titolo.
Giungere a ritroso dalle prove mature a questo primo romanzo, significa soprattutto scordarsi il teorico dell'impersonalità e imbattersi nella "verve" loquace di un narratore onniscente, con i suoi commenti sugli eventi, gli ammicchi brillanti al lettore, le digressioni estetiche.
Ma quanti altri antiflaubertismi, in questa " ducation*: disinvolti slittamenti del punto di vista; contrasti di tono che Bogliolo indica oscillanti tra il lirismo di Chateaubriand e l'allegro realismo di Pigault-Lebrun (corrispondenti ai rispettivi caratteri di Jules e Henry); alcuni squilibri strutturali (lunghezze difformi dei capitoli); e un proliferare di accadimenti che, appena dieci anni dopo, Flaubert avrebbe certo arginato e stemperato sino all'assenza di azione, in favore dei grandi spazi vacanti (l'" ducation* può concedersi la lunga fuga in America di Henry e Mme Renaud, ove in "Madame Bovary", noterà Jean Rousset, il viaggio di Emma sarà soppresso e ridotto a una pura immaginazione di lei).
Ma se il romanzo del '45 non lascia neanche intravedere i futuri rigori, è anche vero che sul piano contenutistico affiorano premonizioni e "topoi" della maturità: nelle inesauste peregrinazioni culturali (ventunesimo capitolo) di Jules - letterarie, storiche, linguistiche: consolazioni di una delusione amorosa - si anticipa l'affanno autodidatta ed enciclopedistico della coppia Bouvard e Pécuchet; e, in particolare, le numerose fantasticherie decadentistiche legate all'esotico e all'antichità sono le stesse che avranno superbi sviluppi in "SalammbÖ". C'è anche il lungo episodio dell'incontro tra Jules e il cane (ventiseiesimo capitolo): pena, reazione violenta, timore superstizioso, senso di colpa, delirio di Jules si concentrano sulla bestia, prefigurando Saint Julien l'Hospitalier e il cervo nel più perfetto dei "Trois Contes".
La traduzione splendida di Caproni, con toscanismi e arcaismi che vivacizzano senza tradire, esalta questa prova giovanile che poco aggiunge alla gloria di Flaubert, ma molto alla comprensione del suo percorso. A quest'ultima, in generale, tende generosamente il volume con le note introduttive, le due estese appendici (gli atti del processo a "Madame Bovary"; il dibattito tra Sainte-Beuve e Flaubert su "SalammbÖ"), e una invogliante cronologia (dovuta a Piero Toffano) che si scorre con più piacere e profitto di tante verbose biografie.