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Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1995
Pagine: 1274 p.
  • EAN: 9788804400752
DE AMICIS, EDMONDO, Opere scelte

COLLODI, CARLO, Opere
recensione di Madrignani, C., L'Indice 1996, n.11

L'editoria italiana, a differenza di quella straniera, si rifiuta di offrire le "Opere" degli autori medi o piccoli, quelli cioè fuori dal canone scolastico. Poiché non si configurano come 'best seller', tanto vale non perderci soldi ed energie: anche se poi si tratterebbe quasi sempre di 'long seller' rispondenti alle esigenze di un pubblico non piccolo e consolidato. Perfino per gli scrittori contemporanei, che pure godono di migliore vendibilità, non ci si spreca; se si escludono gli onnipresenti Montale e Gadda, si ha troppo spesso a che fare con raccolte poco generose. Anche del non opulento Fenoglio, di valore non inferiore a qualsivoglia autore mitizzato o ri-ri-lanciato, anche di lui esiste una raccolta che si proclama edizione completa e non lo è.
Detto questo è innegabile l'utilità di poter usufruire di raccolte di opere, comunque esse siano. Nella valorosa collana dei "Meridiani" di Mondadori è offerto un nuovo De Amicis, autore notissimo almeno di nome e per lo più sottostimato, sul quale si è vista una rinascita critica e testuale in tempi recenti. Finalmente ci è dato consultare un apparato bibliografico, a cura di Giusi Baldissone, il che è una vera conquista; finora per un autore popolare edito nelle forme più diverse non era facile orientarsi e bisognava affidarsi a ricerche personali. Qui le opere deamicisiane, elencate nelle varie edizioni e riedizioni (con aggiunte le traduzioni francesi), si propongono come un punto di partenza sicuro per ogni studioso; pur fra qualche sovrabbondanza, ingenuità o omissione nella sezione sulla critica, nel complesso le centocinquanta pagine che chiudono il volume, fra note e bibliografie varie, sono una prima sedimentazione e un avvio alla conoscenza, di cui si sentiva proprio il bisogno. (Notevole anche la succosa biografia, che, sulla base di recenti acquisizioni, integra corposamente la "Vita" del reticente Lorenzo Gigli, Utet, 1962).
A guidarci nella vasta e diseguale opera deamicisiana è Folco Portinari col ben orchestrato saggio introduttivo "La maniera di De Amicis", una piccola summa che ripercorre con abilità di interprete e di scrittore il lungo e complesso arco di un impegno stilistico e civile fra i più significativi del secondo Ottocento. Il titolo non è proprio rispondente alla traccia interpretativa, che non si propone il difficile compito di delineare lo strutturarsi linguistico e compositivo della prosa di De Amicis, ma preferisce seguire una linea evolutiva di prevalente interesse ideologico. Insomma la recente pubblicazione di "Primo Maggio" (un evento importante e inaspettato) ha influenzato e riassorbito ogni altra ipotesi interpretativa. Viene rimosso il De Amicis lacrimoso e patriottardo di antica memoria; si dà il giusto rilievo alla riscoperta della militanza socialista e si mette al centro dell'indagine la cifra sociale dello scrittore, schiacciato per troppo tempo sotto le accuse di interclassismo e umanitarismo (non si dimentichi che il termine "umanitario" ha significato per un certo periodo la peggiore delle colpe).
Non si può non essere d'accordo su un taglio di lettura come questo, basato su una recente documentazione innovatrice. E tuttavia, se troppo evidenziata, questa lettura impegnata tradisce a sua volta l'interesse complessivo dell'opera deamicisiana. Bisogna accettare il fatto che di fronte a "Cuore" ogni rivalutazione trova un oggettivo ostacolo: affermare baldanzosamente che ""Cuore" è il disegno fedele di una situazione da ribaltare", insomma un preambolo a "Primo Maggio", "un testo documentario, un romanzo iperrealistico" è peggio di una forzatura; è sfigurare il profilo di un autore e appiattirlo sotto il ferro da stiro politico. De Amicis è uno scrittore complesso e controverso, riluttante a ogni ipotesi unitaria come lo sono le movenze psicologiche della sua amabile scrittura, corriva, eccitante, melodrammatica, ma anche dotata di echi oscuri, dissonanze, finezze e increspature ironiche, che contrastano con la solita oleografia sentimental-moralistica.
A Portinari non sfuggono la ricchezza e varietà di impostazioni ed esiti difficilmente omologabili. Ha mille ragioni nell'articolare finemente il suo giudizio positivo del "Primo Maggio" e ancora di più nel rivalutare "Il romanzo d'un maestro", tuttora ignorato, che è forse l'affresco sociale più attendibile di quella provincia povera e umiliata che era la parte, sommersa e diffusa, del nuovo Regno. In questo quadro ammirevole per sinuosità espositiva ed efficacia esegetica rimane in ombra un altro, fra i molti De Amicis, quello delle atmosfere attraversate da 'frissons' sensoriali, da lampi della memoria, da sottigliezze visive e allusive, quali si ritrovano esemplarmente in quel piccolo capolavoro che è "Il Re delle bambole". C'è invece il De Amicis erotizzante (non solo quello delle rivendicazioni ideologiche), che si traduce in sfumature e accenni di indiretta, obliqua, morbida e morbosa tenerezza. Ma evocare, come fa il curatore, la figura di Fogazzaro, con il suo erotismo pervasivo e primario incuneato nella sua utopia religiosa, è fare torto a entrambi gli scrittori e sovraccaricare quest'aspetto dell'arte di De Amicis di una perentorietà che lo scrittore si era proposto di evitare.
Quella che va messa in discussione è una superata percezione della letteratura italiana del secondo Ottocento, solo provinciale, solo arretrata, solo benpensante e malscrivente, così come la vedeva, fra gli altri, Contini; un modesto paesaggio campagnuolo senza charmes e misteri. Anche per il "buon" De Amicis le cose non sono solo facili o prosaicamente gradevoli; neppure il suo socialismo rimase così ortodosso e rettilineo come suggerisce "Primo Maggio". La decisione di non pubblicare quest'opera, tutt'altro che artigianale o secondaria, ce la dice lunga sulla duttilità e preveggenza con cui l'autore volle gestire un successo eccezionale e multiforme come il suo. Di fronte a un autore così autorevolmente popolare è probabile che uno studio che inglobi l'ottica recezionistica permetterebbe di cogliere le ragioni dell'eccezionale coinvolgimento, intrigante e seduttivo, che ha pervaso i vari strati di un popolo alle soglie dell'alfabetizzazione.
Sempre nei "Meridiani" sono apparse le opere di un autore altrettanto e diversamente popolare, e cioè un Collodi curato da Daniela Marcheschi. Siamo di fronte a un'operazione filologica e critica di rinnovamento, che partendo dai testi da sempre ignorati del Lorenzini giornalista ricostruisce un inedito profilo dello scrittore e una nuova fisionomia dell'opera. Finalmente non più solo l'autore dell'immortale "Pinocchio", ma l'artista che ha speso tutta una vita ad affinare gli stilemi di una scrittura moderna, alla conquista di una prosa di "schietta, decente, misurata toscanità", come la defin un contemporaneo.
Il risultato è una scrittura particolare e originalissima, che si allontana dai canoni tradizionali della prosa italiana, anche dal modello manzoniano oltre che da ogni formula di stretto fiorentinismo. La Marcheschi ricostruisce da vera esperta il tragitto di questo lungo esercizio stilistico attestato da una miriade di articoli apparsi in vari giornali. Non si tratta di una prosa improvvisata, nata sull'urgenza del mestiere scandito dal lavoro del giorno per giorno. Lorenzini si è costruito uno stile scavalcando la tradizione aulica, classicheggiante che dominava ai suoi tempi - una scelta ben diversa dal "manzonismo" di De Amicis, anche lui per vari anni giornalista, che ha assorbito e ammorbidito il tono oratorio-descrittivo della grande prosa italiana per piegarlo a una sua "maniera" di commovente suasività.
All'origine dello stile di Lorenzini c'è Sterne, la sua inventività "decostruzionista", col suo gusto ludico di coinvolgere il lettore stupendolo e spiazzandolo. La Marcheschi dimostra come questo esempio abbia generato un filone, minoritario ma significativo, a cui fa, tra gli altri, riferimento un grande minore come Carlo Bini. Alcune opere stravaganti e marginali offrivano al lettore un'opzione stilistica che si opponeva e spesso irrideva la grande tradizione classica così come era antitetica al piglio rapinoso e oratorio dell'arte romantica. È una terza via che si ritrova anche in certa scrittura giornalistica, la cui precaria modernità si appoggiava all'esempio di autori stranieri, come quei francesi di piccolo realismo prenaturalista che erano la lettura privata dell'italiano (e delle italiane) di media cultura. Questa interpretazione è resa possibile da una conoscenza di testi effimeri, che gli storici della letteratura sono soliti ignorare, forse per quella salutare pigrizia che ha indotto a escludere il giornalismo dalla storia letteraria -, e il risultato è una mutilazione e deformazione istituzionalizzata della cultura letteraria dell'Italia moderna, dal Settecento in poi. Tutte le pagine della Marcheschi sono un esempio di quanto sia necessario attingere ai giornali e di quanto sapere sia consegnato in quei "pezzi" dimenticati. Le trecento anime delle note ai testi e l'accurata cronologia offrono una ricchezza d'informazioni e suggerimenti che non si trovano, così raccolti e organizzati, in nessuna altra opera o commento (consultare per credere).
Ne esce il profilo di uno scrittore di geniale estrosità, importante e nuovo anche prima e al di là dell'ammirata genialità di "Pinocchio". In forza del suo sternismo Lorenzini istituisce un rapporto particolare con il genere romanzo. Egli imbrocca una strada tutta sua, "quella - dice la Marcheschi - di fare il romanzo... senza farlo". Non si tratta di non avere le forze per la narrativa - come Scarfoglio rimproverava a De Amicis -, ma di scegliere di abbandonarsi al godimento di una composizione libera, giocosa, allusiva, che scompiglia ogni parametro di logica realistica o consequenziaria. Opere come "Un romanzo a vapore" o "I misteri di Firenze" portano già nei titoli il segno di questa irriverenza strutturale, di un atteggiamento di antifrastica assunzione degli imperanti canoni narrativi. Si dice "romanzo" per sbalordire il lettore che si troverà dinanzi un'opera senza "capo n‚ coda", che non narra nulla, che vuol divertire in nome di una leggerezza coniugata con l'acume di un felice ritrattista di scene e costumi sociali.
In quanto poi ai "misteri" sono la parodia di un genere narrativo allora di gran moda, dal quale Lorenzini era lontanissimo per gusto letterario e intelligenza sociale. Questo è il vero Collodi; così nasce una scrittura antiromanzesca che si apre la strada in un mondo dominato dai realismi narrativi di vario genere. Lo sternismo non è rifacimento o maniera; è un modo tutto originale di rappresentare; si potrebbe forse parlare di realismo straniante, che attraverso esiti di sapido umorismo e una comicità agrodolce sfiora effetti di sapore surrealistico.
Le ragioni per salutare con soddisfazione questi due "Meridiani" sono dunque molte; e tuttavia ad esse si accompagna un forte motivo di delusione. Il titolo "Opere" per Collodi è un vero inganno; in realtà il volume raccoglie, oltre a "Pinocchio", e a una coraggiosa scelta di articoli, solo tre libri, forse il meglio da un punto di vista qualitativo, comunque troppo poco per capire lo spessore di uno scrittore di questo livello. Per De Amicis la titolatura "Opere scelte" è più onesta, ma la sostanza non cambia. La selezione è di una miseria sconfortante: oltre al solito "Cuore" (su cui si poteva una tantum sorvolare), "Primo Maggio" (com'è più che giusto) e cinque novelle compresa "Amore e ginnastica", una recente riscoperta fra le più gustose. Insomma i testi, invece di avvalorare, smentiscono la validità delle proposte critiche avanzate dai meritorŒ curatori. È una maniera di ingannare il lettore che si trova a disposizione un gruppo di scritti troppo esiguo; ne deriva che il significato di questi autori rimane affidato o a vecchie e introvabili edizioni o a clandestini rilanci voluti arditamente da piccole case editrici.
Eppure si potrebbe pensare come sopperire a tale lacunosità. Perché non si investe un po' di denaro pubblico nel darci un corpus, magari col metodo anastatico delle opere a stampa? Per Collodi, uno dei grandi della letteratura toscana, l'unione di istituzioni culturali statali o private potrebbe, con poco sforzo, darci un "Tutto Collodi" affidabile e gradito - per non dire che la Fondazione Collodi di Pescia dovrebbe avere il compito di cooperare e gestire tale benemerita, e scontata, operazione. Per De Amicis (la cui antologia più ampia e rappresentativa rimane - sembra un paradosso - quella Garzanti del '45) gli istituti regionali di Liguria e Piemonte credo farebbero una apprezzabile politica in tema di beni culturali, se decidessero di ristampare le opere deamicisiane, magari sospendendo per qualche tempo costose celebrazioni, congressi, o premi. È una proposta modesta, e attuabile - è ingenuo sperarci?