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Luigi Meneghello

Curatore: G. Lepschy
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2006
Pagine: CLXXII-1801 p. , Rilegato

49 ° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa italiana - Antologie

  • EAN: 9788804549253
Entra anche Meneghello nella collana dei "Meridiani", il Parnaso italiano dei viventi (dopo altri due veneti quali Rigoni Stern e Zanzotto), affiancandosi ai grandi classici di tutte le letterature del passato e occupando il posto dovuto nello scaffale dei contemporanei che ormai gli competeva. E ci entra con una cospicua scelta di romanzi (ma si possono dire romanzi i libri di Meneghello?) e di scritti di meditazione civile e pedagogica e di poetica, che costituiscono la sua cifra più propria: quella di eterno rimuginatore della sua materia, di esegeta di se stesso (un po' alla maniera di Saba, ma senza averne l'aria e forse neppure l'intenzionalità). Ritengo che la scelta – pur nelle sue dolorose esclusioni – sia stata oculatissima e da approvarsi in toto: non tanto perché non si senta la mancanza delle opere sottratte alla completezza del quadro, ma perché quelle escluse rappresentano la giusta resezione di un volume che, non potendo essere onnicomprensivo, resta tuttavia giustamente onnirappresentativo. Diciamo allora, ma solo per informazione didascalica, che mancano all'appello, tra le esclusioni più appariscenti, solo Bau-sète (1988), Il dispatrio (1993), Maredè, maredè… Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina (1990) e i tre grossi volumi delle Carte (1999-2001).
Il volume è così organizzato: a una premessa (una lettura in chiave autobiografica e sentimentale dell'opera di Meneghello, e particolarmente di Libera nos a Malo, di Domenico Starnone), seguono un'introduzione scientifica di Giulio Lepschy (che caratterizza, di paragrafo in paragrafo, i singoli libri e ne identifica le modalità di lingua e di stile) e una cronologia (ormai connaturata alla collana) curata da Francesca Caputo (nella quale si ripercorrono le tappe della vita dell'autore, con molte notizie inedite raccolte dalla sua viva voce). Vengono poi le Opere scelte e gli utilissimi apparati filologici illustrativi di Caputo (ricostruzioni delle fasi di elaborazione, testimonianze collaterali, frammenti conservati che gettano nuova luce sui testi).
Anche la scelta di mantenere la progressione temporale dei singoli libri è stata molto giusta, indipendentemente dal fatto che Meneghello è spesso ritornato sui suoi lavori: per cui anche se di ogni opera si dà la versione terminale voluta dall'autore, secondo le norme della più sana filologia, si rispetta tuttavia la successione, collocando ognuna di esse in sequenza, secondo la data della prima apparizione. Si viene così a evidenziare un filo conduttore, sia pure a corrente alternata, che ci porta a balzi dalla materia familiare e paesana alla materia politica e civile (Libera nos a malo, 1963 - I piccoli maestri, 1964) e poi ancora, ripetendo il trapasso, dalla rinnovata saga familiare alla vicenda pedagogica e scolastica (Pomo pero, 1974 - Fiori italiani, 1976). Tali trapassi si potrebbero notare, volendo, anche nelle opere successive qui escluse, secondo un'oscillazione che pare assestata tra l'indagine della propria individualità (e comunità) linguistica (Maredè, maredè…) e la propria evoluzione intellettuale, politica e professionale (Bau-sète! e Il dispatrio).
L'importanza di questa edizione sta nel fatto che le finali Notizie sui testi di Caputo, pur venendo riprese dalle precedenti edizioni complessive delle Opere dell'autore (Rizzoli, I, 1993 e II, 1997) sono tutte in buona misura rielaborate e, quand'anche raccorciate, integrate da tutta una serie di materiali successivi, di informazioni ulteriori ricavate soprattutto da quegli immensi depositi di pensieri, di racconti e ricordi personali che sono le Carte meneghelliane. I nuovi apporti critici vanno a rafforzare la visione d'insieme che partendo dal dato filologico (il diuturno lavoro di Meneghello sopra le sue carte, i continui ritorni sopra i suoi testi anche già editi, la sua incontentabilità stilistica) vanno ad avvalorare l'idea di uno scrittore tutt'altro che istintivo e immediato, ma piuttosto accorto, puntiglioso, riflesso. Non si spiegano altrimenti i molti scritti a carattere filosofico, da teorico del fatto letterario, che hanno caratterizzato le meditazioni di teoria della letteratura di Meneghello: anche se, talvolta, in lui prevale il fondo misterioso e irrazionale di ogni esperienza cognitiva. Così per lui La virtù senza nome (1990), "la qualità suprema dello scrivere e del pensare", resta un fenomeno percepito ma non definito, una sorta di punto di sutura tra l'esperienza individuale e la possibilità di esprimerla, mediante l'equilibrismo della scrittura. Il tema del bello affascina molto Meneghello, al punto che vi ritorna spesso: da ultimo con i tre saggi raccolti in Quaggiù nella biosfera (2004), indagini, come dice il sottotitolo, "sul lievito poetico delle scritture": vale a dire, ancora una volta, quel quid indicibile che governa l'opera d'arte. E del resto già in Quanto sale? (1986), scritto autocritico sui Piccoli maestri (poi confluito in Jura, 1987), Meneghello aveva decisamente individuato nel "rapporto tra l'esperienza e l'espressione" il "nodo di fondo" di tutto ciò che aveva scritto: il che certifica ad abundantiam il tratto anche intenzionalmente speculativo della sua narrativa e spiega come in lui un'idea "estetica" – diciamo così per intenderci – preceda ogni formulazione poetica.
Così com'è concepito, questo volume di Opere scelte di Meneghello si contraddistingue dunque per una chiara bipartizione: quella tra i romanzi veri e propri (con le limitazioni – o meglio, estensioni – del caso che bisogna dare al concetto di romanzo in Meneghello) e tutta la serie di scritti sugli stessi che sono venuti a sovrapporvisi, come una sorta di commento perpetuo nel corso degli anni. Questa seconda parte comprende: Jura, Leda e la schioppa, La materia di Reading e altri reperti, Quaggiù nella biosfera: volumi che hanno raggiunto una loro configurazione autonoma, partendo da singoli interventi, presentazioni, autorecensioni, approfondimenti delle proprie opere, senza fini immediatamente organizzati, ma con un unico fine sempre presente: quello di scavare dentro le ragioni della propria scrittura, di rendere razionale il processo della creazione poetica, di giustificare (e in ciò vi è sempre qualcosa di psicanalitico) il proprio lavoro, esplicitandone, se possibile, le funzioni più vivaci, i punti di forza. Che la prosa narrativa di Meneghello abbia sempre celato tra le sue pieghe un sodo fondo saggistico, è notorio; che in questo volume si sia dato ampio spazio anche alla parte – diciamo così – argomentativa della sua arte, non fa altro che certificarci come in lui l'aspetto rammemorativo e inventivo non possa andare assolutamente disgiunto dalle tabelle teoriche e interpretative che lo accompagnano, non essendoci oggi scrittore italiano che più a fondo abbia meditato sui propri prodotti, quasi per incanalare e correggere le derive della critica, ma più ancora per rendere ragione a se stesso del fatto compiuto, con le implicazioni che abbiamo ipotizzato di natura inconscia.
Teorico e analista del fatto poetico, Meneghello fa del realismo un punto addirittura etico, come appare in Discorso in controluce (1889, poi in La materia di Reading), vero e proprio excursus sui propri romanzi: "Lo scopo delle scritture oneste è di arrivare il più vicino possibile alla realtà delle cose. Della quale io credo che non sappiamo niente finché non s'avvia il congegno delle parole che la rappresentano, rotelle che girano sui perni filiformi". E dentro questa etica della realtà significata per verba sta anche la confessione della ricerca di una prosa fondata sugli "effetti tipici della poesia", benché con un distinguo: "Questa concezione della scrittura letteraria ha ben poco a che fare con la poetica del petit poème en prose, e nulla affatto con quella della prosa d'arte. Somiglia all'oreficeria, è stato detto, e a me questo non dispiace, mi sembra del tutto appropriato trattare le parole come materia preziosa, perché lo sono".
Anche lo scritto Leda e la schioppa (1988) è molto importante da un punto di vista autoriflessivo, perché porta alla luce una chiara convinzione dell'artista, quella di aver raggiunto con Pomo pero il suo vertice espressivo, nei termini della materia personale e paesana da lui prescelta: "Credo di essere andato più avanti, stilisticamente, in questo libro che negli altri che ho scritto (…). Probabilmente sono qui i miei limiti nell'affrontare questa materia, o forse sono i limiti obiettivi della materia, più in là non si può andare senza farle cambiare natura". Non possiamo non concordare con lui sia sugli esiti, sia sulle intenzioni di partenza che erano quelle di "usare a livello letterario ma con la massima naturalezza (…) il materiale linguistico e culturale fornito dall'esperienza locale".
Tutta questa saggistica collaterale (funzionale ai romanzi scritti) tiene molto dell'esegesi e dell'autochiarificazione, così da apparire come un coté necessario, quasi che l'arditezza frammentistica dell'impianto narrativo e l'oggettiva difficoltà della materia trattata non possano andare separati dalla guida di un interprete, di un esatto espositore. In fondo la sfida di base (quella di dare vita a sollecitazioni di carattere linguistico per lo più dialettale, portandole "in un ambito espressivo dove possano significare qualche cosa anche per un lettore che non sia veneto") era stata vinta; ma forse restava da dare una giustificazione razionale a tutto quello che in confuso mentis l'artista aveva genialmente creato per vie intuitive. Dobbiamo essere grati a Meneghello di aver sempre accompagnato, nel tempo, le sue opere con tutta questa messe di controcanti critici, riportati in forma di amabili conferenze, di lezioni aneddotico-illustrative, di allocuzioni ai lettori (e prima agli uditori), riversate in un linguaggio che conserva molto della conversazione e del parlato.
Resta, da ultimo, da dire della qualità dei prefatori di queste Opere scelte. A Lepschy, cui spetta anche la responsabilità (ben riposta) della selezione antologica, va riconosciuto il merito di aver dato, da profondo e compartecipe conoscitore dell'opera di Meneghello, una sintesi critica di tutti i suoi studi sull'autore, osservato da vicino con la lente – per lui strumento professionale – del linguista; a Starnone va riconosciuto l'impegno di una lettura estrosa e simpatetica di tutto Meneghello, facendo centro – come si è detto – su Libera nos a Malo.
  Antonio Daniele