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Mario Tobino

Curatore: P. Italia
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2007
Pagine: CXLIII-1911 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804549208
Tobino appartiene a una particolare categoria, quella del medico-scrittore, allo stesso modo, ad esempio, di Cechov o Céline. Di fronte ai loro testi sempre ci chiediamo quale nesso leghi la conoscenza dei meccanismi fisiologici e psicologici, e delle malattie, ai meccanismi della scrittura. Certo il mestiere del medico comporta un allargamento della conoscenza dell'animo umano, del dolore e della sue conseguenze fisiologiche: e questa conoscenza si traduce in una forte immersione nell'umanità degli altri, con relativa pena e amore, o al contrario, come in Céline, pena e repulsione, fino all'odio viscerale. Insomma, un sentire la fratellanza umana, un fortissimo legame con gli altri e con il mondo: "Non ho detto che la verità, – scrive Tobino nel suo diario nel marzo del 1953 dopo l'uscita, che fa scandalo, di Libere donne di Magliano, – ed era così intrisa di passione alla vita e alla storia del mio tempo che non ho avuto a dirla alcun peso". E altrove: "Non mi sono accorto di dire la verità da tanto che la dicevo".
Ma Tobino appartiene anche a un'altra categoria, gli scrittori-poeti, o poeti-scrittori. È per avere tempo e concentrazione poetica che, consigliato dal padre farmacista, Il figlio del farmacista, appunto, sceglie medicina: per essere un dottore, per essere "uno chiaro nella vita" e non un letterato, ma avere tempo per la poesia. "Non c'entro nulla con i matti, faccio il medico di manicomio per poter cantare la lingua italiana", scriverà nel diario nel 1950. Cantare la lingua italiana: il sentimento di italianità, l'amore per la sua terra e la sua gente, e dunque la vergogna bruciante e istintiva per la tirannide "ingualdrappata" che volle il ritardatario "impero" fascista, sono un elemento costitutivo della scrittura di Tobino.
Il vento che muove le sue parole è, soprattutto agli inizi, un vento di devianza, anche stilistica, e di libertà. La sua prosa trasmette emozione, oltre che messaggio: come la lingua della poesia, è contemporaneamente ordine e, insieme, musica. Ha forti scarti rispetto alla lingua della prosa e della comunicazione, e coglie la verità più profonda e meno dicibile delle cose della vita. "Ci sono delle pagine che puzzano di vino, delle pagine dove c'è la sera, lenta; altre pagine sono notturne nelle quali i pipistrelli battono le ali. Il figlio del farmacista cammina a notte alta tra erbe scomposte, a ciuffi lunghi e ispidi".
Le sue prime opere, nella seconda metà degli anni trenta, sono libri di poesia: e ancora nel 1942 questo suo primo romanzo (che romanzo non è, ma una serie di capitoletti vaganti, sterniani, nei quali "non si dice niente") esce contemporaneamente al volume di poesie Veleno e amore. Una serie di accesi capitoletti brevi, fortemente lirici, costituisce anche Il deserto della Libia, pieno di "scatti e impennate" dove la scrittura, dice Calvino in quarta di copertina, conserva, "trasfigurandola nella fantasia, tutta la vitalità di una esperienza vissuta" (e Tobino: "Il deserto libera la fantasia, fa l'uomo libero. È soave fuoco la fantasia liberata"). Questa è la cifra di pagine indimenticabili sulla straccioneria del nostro esercito, il pressappochismo dei generali, e invece la dolcezza di uomini, donne e animali arabi, e l'allucinato ritratto di Oscar Pilli, il capitano pazzo.
Dopo il successo di Libere donne di Magliano, con un avantesto di cartelle mediche, anche l'autobiografico amoroso ritratto materno in La brace dei Biassoli del 1956 nasce da due "quaderni poetici", e da manoscritti dove poesia e prosa s'intrecciano continuamente, come ci informano nel "Meridiano" le ottime Notizie sui testi.
La prima testimonianza, infine, del primo e forse unico "romanzo" davvero appartenente al genere "romanzo" di Tobino, Il clandestino, consiste in una poesia. "Ho sempre fatto così – disse lo scrittore negli anni sessanta a Felice Del Beccaro – prima ho partecipato, poi a lungo ho ripensato, poi ho fatto delle prove, degli esempi, ho saggiato gli strumenti. Infine, quando mi sembrava che tutto fosse pronto, mi sono abbandonato, ho sperato che si muovesse una musica, un'armonia (…) Le parole, il linguaggio, lo stile, sono figlie del tema che si tratta e se lo scrittore si è comportato bene, è stato sincero, onesto, allegro, torvo, ha amato, ha odiato, se insomma è stato un uomo, esse verranno, arriveranno. La letteratura è inoltre ordine e giustizia".
Autobiografia, dunque, la letteratura di Tobino, e specchio delle sue grandi passioni: che sono tre, il mare, la follia e la politica (e ne vorremmo aggiungere anche una quarta: la passione dei sensi e amorosa). Autobiografia come compromissione con gli avvenimenti del suo tempo, l'antifascismo di Bandiera nera, la guerra di Libia, la guerra partigiana, il difficile dopoguerra della nascita della Repubblica con la vicenda dell'epurazione di Cucchi e Magnani dal Pci in I tre amici. E dall'altra parte il mondo del manicomio, l'interazione continua con la follia, e l'urgenza morale, l'imperativo etico di raccontare la realtà della pazzia e la realtà manicomiale; e infine l'apprensione di fronte alle nuove scoperte tecnico-scientifiche degli psicofarmaci e la loro applicazione, i manicomi non si riconoscono più, "le urla sono taciute, i deliri rotti". Occorre sempre, scrive nella ristampa di Libere donne del '63, accanto e insieme ai nuovi farmaci, il fraterno aiuto della psicoterapia contro quel "dominio chimico" che lo scrittore teme sia capace "di mettere un'altra camicia di forza, forse a nostra insaputa per i malati più dolorosa. (…) Ma prima i malati, i folli, non erano più felici? La pazzia è davvero una malattia? Non è una delle misteriose e divine manifestazioni dell'uomo?".
Sul Tobino psichiatra il "Meridiano" offre un interessantissimo scritto di Eugenio Borgna, A tu per tu con la follia, che lo colloca nell'ambito della psichiatria ermeneutica, legata a una prassi radicalmente fenomenologica, e opposta alla psichiatria biologica; e che vede nelle sue pagine "lo sguardo rabdomantico di uno psichiatra" che sa riconoscere "il dolore dell'anima" anche nelle persone non malate. Borgna fa il nome di Biswanger, che nei suoi grandi testi indicava, come necessaria premessa alla cura, la categoria dell'amore nei confronti dei malati, e avvicina Tobino alla psichiatria fenomenologica e antropologica per la sua capacità di riconoscere la grandezza e la miseria della follia: e cioè "la sua radicale dimensione umana".
D'altronde la follia non è solo confinata a Libere donne o ai brevi capitoletti del successivo Per le antiche scale, ma percorre anche gran parte di tutta la sua opera: l'opera di un contemporaneo, ancora con le parole di Calvino, che medita sul valore e il segno del nostro stare al mondo. "La mia passione è essere un contemporaneo" aveva scritto nel diario Tobino dopo l'uscita del libro nel 1953: "le libere mi possono far entrare nel popolo".
Percorre, la follia, anche la sua narrativa di mare, che comprende i bellissimi racconti di L'angelo del Liponard, dove (nel racconto eponimo) una sorta di stregata magia collettiva in una bonaccia degna delle pagine di Typhoon porta gli undici uomini dell'Angelo a usare della moglie del capitano. Così come il mare e le storie marinare entrano in tutti i suoi libri, anche nel Clandestino, per il quale nel suo bel testo introduttivo al "Meridiano" Giacomo Magrini conia il titolo: Partigiani di mare, con un'intuizione complessa, di grande spessore ermeneutico, sul motivo della sua "pura volontà di dire" gli "eterni della realtà", e cioè lo "strato affiorante che viene incontro da fuori", come la lingua materna, che è patrimonio di tutti.
Protagonista, infine, anzi deuteragonista di molti suoi libri è Viareggio (la "Medusa" del Clandestino), la sua darsena, i marinai, i pittori di mare, il Piazzone e le strida delle rondini che si mescolano alle grida dei ragazzi che giocano usciti da scuola. Viareggio amata come una ragazza (oltre alle tante ragazze e donne della sua vita), con passione e sensualità. Davvero la comunità di Viareggio, così come la comunità partigiana versiliese, la comunità dei soldati di Libia, quella dei matti di Maggiano hanno trovato in Tobino chi ha saputo amorosamente accoglierle e raccontarle: un narratore di comunità, secondo un'intuizione di Giacomo Magrini in un suo testo del '90, ripresa da Garboli l'anno successivo ai funerali dell'autore: "È l'unico che ha messo al certo della sua prosa storie di comunità. Mentre la nostra letteratura è soprattutto storia di società. Che è altra cosa".
Non tutto Tobino è potuto confluire in questo pur ampio "Meridiano", per il quale bisogna davvero ringraziare la tenacia e il gusto di Renata Colorni, che da anni disegna una mappa del nostro Novecento di grande intelligenza critica. La scelta dei testi è rimasta quella indicata da Enzo Siciliano, come ci informa la bravissima curatrice Paola Italia, salvo la sostituzione di Tre amici al posto di Una giornata con Dufenne. Mancano vari testi forse rimandati a un secondo volume. Ma vi si trovano i principali già citati, più una serie di apparati con molte pagine dei Diari, recentemente emersi dagli armadi degli eredi (quasi duecento quaderni), trascritti grazie alle cure di Primo De Vecchis e Monica Marchi, che vanno ad aggiungersi, nel commento della curatrice, al materiale del Fondo Tobino nell'Archivio Bonsanti al Vieusseux di Firenze.
Dei Diari, che vanno dal 1945 al 1980, ampiamente e benissimo utilizzati nelle note ai testi, è anche riprodotto per intero un anno. È questa la novità più rilevante del "Meridiano", l'anno 1950 del diario: anno significativo per l'Italia del dopoguerra e del postfascismo, ma anche anno di svolta nella biografia letteraria di Tobino. Il testo è di grande interesse e testimonia in presa diretta la vitalità di Tobino, la sua lotta contro l'alcol e l'immediatezza dei suoi impulsi, fra idiosincrasie e stilettate contro l'ambiente letterario di quegli anni, specialmente quello fiorentino. Forse, per uscire da certa meschinità che "l'arido vero" di ogni diario inevitabilmente porta con sé, è semmai interessante notare i resoconti della sua appassionata lettura di Stendhal, affettiva e autoidentificante anche in notazioni-razzo: "Come vorrei che Stendhal fosse vivo per vedere che aveva ragione". Ai grandi maestri classici (Tacito per la fulminea e sinuosa sintassi), toscani (Dante e Machiavelli) e italiani (il Manzoni scrittore del popolo), bisogna infatti aggiungere Stendhal, per l'impeto inimitabile della vitalità giovanile di Fabrice Del Dongo ma anche, come osservava Giulio Ferroni alla presentazione lucchese del "Meridiano", per il suo "egotismo", la prosopopea cioè di un se stesso messo in scena in positivo e in negativo come nei diari di Henri Beyle.
Insomma, un testo di grande interesse. Ma, se è vero che ogni tanto Tobino pensa di pubblicarlo, piano piano il diario finisce per diventare il serbatoio delle sue opere. Vi manca il lavoro di "ordine e giustizia", che costituisce, abbiamo letto sopra, la letteratura. Alla curatrice si presentava a questo punto il dilemma se inserire parzialmente uno stralcio da questo diario, come è stato fatto, o stemperarlo nell'ingente lavoro, che pure è stato fatto, che nutre le Note, le Appendici, le Notizie sui testi e la Cronologia. Dalle straordinarie Notizie sui testi, che ne ripercorrono con acribia la vicenda a partire dal manoscritto, utilizzando gli archivi dei vari editori, emerge vivissima la qualità della scena editoriale della seconda metà del secolo scorso. Le lettere testimoniano degli scarti, non solo stilistici ma anche umorali, dello scrittore, e il suo scontroso e sospettoso peregrinare da Vallecchi a Einaudi, a Mondadori, a Bompiani: e sono lettere di Attilio e Enrico Vallecchi, Luciano Foa, Giulio Einaudi, Arnoldo Mondadori, Valentino Bompiani, e ancora lettere e schede di Elio Vittorini, Giorgio Bassani, Italo Calvino, Niccolò Gallo, Vittorio Sereni.
Chiudiamo con un'immagine in controluce dello scrittore, da una pagina del diario del 1953, che testimonia la sua coraggiosa e solitaria pazienza, egotista e maniacale da grande artista, nel "persistere" nella cameretta: "La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte". Laura Barile