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Luigi Meneghello

Editore: Rizzoli
Edizione: 2
Anno edizione: 1993
Pagine: 1024 p.
  • EAN: 9788817664820
MENEGHELLO, LUIGI, Opere (vol.I)

MENEGHELLO, LUIGI, Il dispatrio
recensione di Marenco, F., L'Indice 1994, n. 2

"Alle guagnele, sono codeste le vostre letture amene?" dice ("in inglese", precisa il testo) uno dei grandi che compaiono in "Il dispatrio". Non so quale fosse l'inglese di Rudolf Wittkower - lui l'interlocutore del caso - ma è chiaro, per dirla anch'io all'inglese, e pur con assai minor eleganza, che non è questo il punto: più che un umore individuale la frase è lì per suggerire un ambiente, un modo di vita. E dove ci troviamo con la forbitezza e il démodé del grande Rudolf? nel Settecento fra Austen e Parini, nell'Ottocento fra Carroll e Collodi? o non piuttosto nel primo Novecento fra Forster e Moretti? Più in qua no, non possiamo venire: ce lo impediscono quei Vice-Cancellieri, quei Borsari e quei Registrari, quelle Sale di Ritrovo dei Seniori scomparse da noi, o mai neanche nate, quelle "austere berline edoardiane imbottite di cuoio blu notte, che ci portavano 'in campagna', in giro per la contea", quei party con recita finale e quelle partite di 'squash', nobile gioco in cui eccellevano gli accademici e gli indiani - tutte cose che stavano intorno a Wittkower e agli altri dell'accademia anglo-cosmopolita, e li definivano meglio e più delle stesse guagnele, un mondo arcaico che più arcaico di così!
Questa è l'Inghilterra degli anni cinquanta-sessanta che ha cessato di sollecitare la corda progressiva dell'Europa, che può ben aver vinto la guerra e scoperto la liberal-democrazia ma come accidenti in una tradizione, come paletti conficcati intorno a istituzioni che dire antiche è dire poco, e che non si vergogna di presentarsi in queste pagine con tutta la sua piattezza vetero-industriale, vetero-imperialista, vetero-accademica, e sempre con le immagini del radicamento, mai con quelle del nuovo a tutti i costi, mai neanche del rinnovamento: "nel silenzioso corridoio maestro, quale quiete soffusa di mistero, e di polvere e d'ombra... e annidate un po' dovunque le incredibili aule, tali e quali le scuole della Baga, i banchi in fila, le vetuste tavole nere, le geografiche carte che più non vedevo dalla tenera infanzia... Lavagne, ripiani dei banchi intagliati da innumerevoli coltelli, buchi dei calamai, macchie di antichi inchiostri, mai mai credevo di ritrovarvi... Ben trovati! ma dite, dite, per dove passa la nuova civiltà?" Questo è l'ingresso del narratore nell'università dell'Inghilterra meridionale dove insegnerà nei trent'anni successivi agli esordi nell'Italia nord-orientale (Malo come "Heimat", Padova come università), e se capisco bene ci vuole dire che non bisogna farsi tante illusioni, che la nuova civiltà può passare solo ed esclusivamente per quella che appare vecchia e scalcinata, uggiosa e perpetuamente sottotono, un po' ridicola agli occhi di chi la osserva dall'alto delle ultime mode e degli ultimi slogan di successo. Un po' di rispetto, voi italiani spendaccioni e chiacchieroni, voi commessi del rampantismo senza radici, un po' di rispetto per il vecchio e il consolidato, insomma! (Soprattutto per quanto il vecchio ha di moralmente pulito e di fattivo, di puritano e 'pauline', ovvero in presa diretta con l'intransigente, l'astratto San Paolo, ultraterreno davvero per la nostra invincibile terrestrità, così furba, così detestabile!).
Comprendiamo allora perché Wittkower sia ricordato proprio per quel suo bizzarro "inglese", e Arnaldo Momigliano, "con quel suo gusto per certi aspetti locali, paesani quasi, della nostra vita", per l'amicizia mostrata a chi veniva da Cuneo, e la Frida Knight per il millepiedi servito a Lady Kathleen, "che nasceva Balfour", mescolato all'insalata (imperturbabilmente deglutito, e con tante grazie), con tutto ciò rimanendo la "carissima, soavissima", addirittura "angelica" Frida. In "Il dispatrio" i grandi - e ce ne sono tanti, gli Auden e i Kermode, i Bernal e i Gombrich - sono visti molto di striscio, non nelle pose della loro fama ma negli scorci della loro più domestica umanità - o, come Montale, in procinto di scivolare in picchiata su una buccia di banana linguistica - in ciò mescolati ai non grandi e agli immemorabili (nessuno, grande o piccolo, ci fa una figura particolarmente bella) con quel procedimento cui Meneghello ci ha abituato, di accostare poli infinitamente eterogenei della scena umana e sociale (lo zio Dino da Malo con Jack London, il papà con il grande poeta scozzese Hugh McDiarmid, Re Lear con un graduato dei pompieri) - e così sorprendere l''hypocrite lecteur'...
Praticato in altre opere in funzione stilistica e linguistica, il cortocircuito degli elementi distanti e imparagonabili acquista qui, senza neppure soverchia premeditazione, una funzione più aspra che è quella di fornire un discrimine, e vorrei dire un criterio di giudizio nel confronto più interno e decisivo, nell'area delle cose civili. A interagire sono solo alcuni opposti, o serie di opposti costanti - che, direi, si combinano per escluderne altri. Interagisce tutto ciò che in Italia resta nascosto, lontano da ogni tipo di 'glamour' e spettacolarità, apprezzabile perché segreto; e interagisce ciò che in Inghilterra è già naturalmente così, per secoli di abitudine alle virtù della privatezza, allo stile dell'understatement. Da una parte si distingue la cultura genuina dell'infanzia dell'autore, della guerra partigiana vissuta senza retorica, del paese nascostamente cosmopolita, che nulla mette in mostra di voluto e di pretenzioso; dall'altra si distingue l'antiindividualismo, la mortificazione pianificata, orgogliosamente coltivata per generazioni, e ancora prevalente nell'Inghilterra del secondo dopoguerra - ciò che incute "lo stupore e lo stimolo di una cultura creduta più viva della propria", che merita il pensiero "di essere capitato in mezzo a un popolo giusto e sano"... Sono questi i due poli della civiltà che si possono avvicinare fino a toccarsi, che negano ogni spazio al provincialismo: "in Italia non ho avuto una vera esperienza di ambienti 'provinciali'. Forse Vicenza un po', Padova qualcosa sa di più, non certo Malo, per me tra i luoghi meno provinciali del mondo... E meno che mai fuori d'Italia..., la città rossa in riva al Tamigi, il campus dell'Università, il parco dei Bianchi Cavalieri"...
Ma fra l'uno e l'altro polo, non mescolabile nel gioco dei paragoni irriverenti, non più redimibile e dunque ritratta con acerbità, ecco spalancarsi la voragine costituita dall'Italia ufficiale e dalle sue classi dirigenti del dopoguerra, voragine che ci risucchia tutti, intellettuali in testa. Cosa fanno i nostri intellettuali mentre in riva al Tamigi si studia e si capisce "Il capitale"? Ecco la risposta: "E mentre stando lassù si vedeva cosa c'era in Marx, e com'era andata in Unione Sovietica, loro, in Italia, disputavano di... Non posso indurmi a rievocarlo... 'Shame'!" E quali sono le caratteristiche di questa categoria di persone? "Il sussiego, il 'bloody' sussiego dei più tipici tra gli 'intellettuali' di casa nostra, anche quando si mettono a fare i disinvolti, gli scettici. Le poche volte che ne trovi qualcuno senza sussiego, come si riposa l'anima irascibile!" E i letterati, i letterati cosa fanno? Possono anche apparire, ma fuggevolmente, come Brancati e Piovene, "portatori di una speciale modernità", ma per poco: "un po' alla volta questa impressione si affievolì e a un certo punto si profilò l'idea che anche il sugo moderno delle nostre scritture letterarie, o forse ogni altro aspetto della loro ispirazione culturale, fosse sospetto. Sapevo naturalmente, che un po' di roba spuria c'è dappertutto, ma mi pareva che noi avessimo una speciale vocazione... Il primato degli italiani..." E via di questo passo, con il corteo sempre più folto di mediocri e sicofanti, di banali e fumisti. E alla fine: "Madonna, quanti italiani ci sono nelle mie 'memorie inglesi'! Cercavo, scrivendone di tenerli a bada, di sottacerli... Niente da fare..." Già, tutti evasi dal Paese dei Balocchi al Paese degli Angeli (anche se non è lo slancio dell'evasione ad animare queste pagine, ma se mai l'anelito di chi si riposa dopo la fuga, il bisogno di ricuperare le forze...): e nel Paese dei Balocchi non si diventa forse tutti somari? Impietoso, ingeneroso, in un'occasione anche irriguardoso: ma forse rispondente all'impressione più chiara oggi che allora, e a più gente, della farsa tragica che è stata e rimane la nostra vita pubblica; forse profetico. Insomma, o Malo o Reading, i territori delle virtù sommesse, oltre i quali c'è il limbo dell'inautentico, la retorica del grande che è solo 'rubbish' - naturalmente traducibile non con il sussiegoso "immondizie", ma con il semplice, il virtuoso 'scoasse'.
La novità di "Il d'ispatrio" si può misurare mettendolo accanto alle prove ora raccolte nel primo volume delle "Opere" di Meneghello. Dopo la poliedricità di "Libera nos a Malo" e di "Pomo pero", ma ancor di più di "Bàu-sète", un repertorio degli stili con cui è stata vissuta e letta la vita italiana (quest'ultimo non compreso nel volume suddetto), le "memorie inglesi" si prefiggono qualcosa di più difficile, e certo di più segretamente arguto, di meno vivace: si prefiggono di raggiungere e mantenere un tono, che deve essere il tono ritroso e distaccato, esteriormente disarmato ma intimamente imperioso che è proprio dell'esperienza inglese. (Un tono che sia il segnale della nuova civiltà, se mai ci sarà dato di vederla). Ecco una prova d'autore: "Una delle risposte più felici che mi è capitato di dare in Inghilterra... fu... all'Istituto Warburg (di cui frequentavo la splendida biblioteca), quando lo dirigeva Frankfort, e fu negli ipogei degli orinatoi. Io orinavo a fianco di Sir Jeremy alla mia destra, e l'illustre direttore, il maestro di "Prima della filosofia", arrivò e prese posto dall'altra parte, e orinando mi disse: 'Vedo che venite spesso qui da noi'. E la mia lingua come mossa per se stessa rispose: 'È perché qui si trova quello che si cerca'. Sentivo l'assoluta giustezza della frase, che più tardi Sir Jeremy approvò con un certo calore. 'È la prima volta che il tono è socialmente perfetto' mi disse, e io pensai, magari sarà l'ultima. Qui però si trattava di realizzare l'aurea normalità, di adeguarsi al modello locale del gentiluomo dal tono leggero ma non frivolo..." Dove l'operazione di stabilire un tono si sdoppia nel tempo, e quella del presente, della scrittura, ironicamente ripete quella del passato, dell'ambiente cui l'autore si sforzava di adattarsi.
Prima di questo esercizio avevamo appreso di un "disastro", e degli strumenti per superarlo: "Il sollievo che darebbe poter raccontare la disfatta, il disastro del mio amore per l'Inghilterra in chiave ironica! Ma non posso, non è materia d'ironia". Non è vero: impossibili, tarpate sono se mai l'ironia e l'autoironia nei confronti di una materia più vicina, l'Italia degli intellettuali di due generazioni: ma quando ridiventa praticabile l'antico paragone fra momenti lontani dell'esperienza - quando, nel contesto meno dignitoso possibile, Sir Jeremy fa i suoi balletti sulle maniere dei gentiluomini e l'autore lo segue dal suo fondo di indocile dignità paesana - quando Malo e Reading tornano a parlarsi al di là di ogni superficiale differenza, allora è il momento della libertà, e l'ironia può ben ritornare viva, può ben rilevare disastri per alludere a trionfi, può ben premiare.