Opere. Vol. 2: Prose e saggi.

Ugo Foscolo

Curatore: F. Gavazzeni
Editore: Einaudi
Anno edizione: 1995
In commercio dal: 1 gennaio 1997
Pagine: 1109 p.
  • EAN: 9788844600259
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Descrizione
Il primo volume è dedicato alle poesie e alle tragedie, questa seconda parte comprende le prose e i saggi foscoliani. Oltre alle Ultime lettere di Jacopo Ortis troviamo il Viaggio sentimentale di Yorick lungo la Francia e l'Italia, Il libro dell'Ipercalisse nelle due versioni latina e italiana e le Lettere scritte dall'Inghilterra. La sezione dedicata ai saggi comprende Dell'origine e dell'ufficio della letteratura e gli Essays on Petrarch, affiancati dalla traduzione italiana.

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recensione di Merola, N., L'Indice 1995, n.10

Su un piatto della bilancia si pongano subito in bella vista i due splendidi volumi delle "Opere" di Ugo Foscolo pubblicati nella "Pléiade" einaudiana, il grande prestigio di uno specialista come Franco Gavazzeni, che dirige l'edizione, e la raffinata competenza dei suoi collaboratori: insomma il rilievo oggettivo della qualità e della quantità di materiali e fatiche. Sull'altro, sorprendentemente, pesa altrettanto la riserva estrinseca e impertinente circa l'utilità dell'operazione, appena marginale e comunque sproporzionata all'impegno di tutti. Titolare di un'edizione nazionale e di non poche sistemazioni meno ingombranti e ancora reperibili sul mercato, Foscolo non era il classico della nostra letteratura più bisognoso di cure filologiche e di revisioni critiche. Per giunta, Franco Gavazzeni aveva già prestato in prima persona cure analoghe ai due tomi dell'edizione ricciardiana, usciti in tempi abbastanza recenti (1974 e 1981) e, manco a dirlo, a loro volta pregevolissimi.
La scelta, imposta dalle dimensioni dell'opera foscoliana, non è poi tale da non suscitare perplessità. Nel primo volume, di "Poesie e tragedie", non c'è traccia delle poesie giovanili, n‚ della "Chioma di Berenice", mentre i frammenti superstiti delle "Grazie" vengono proposti solo parzialmente. Nel secondo, di "Prose e saggi", oltre ai "Discorsi" introduttivi della "Chioma di Berenice", mancano, per non citare che i testi antologizzati da Gavazzeni nell'occasione precedente, l'"Essay on the present literature of Italy", i "Narrative and romantic poems of the Italians", il "Discorso storico sul testo del Decamerone". Ed è difficile credere che si sia puntato su una scelta più essenziale, di fronte all'entità delle nuove acquisizioni. In appendice ai "Sepolcri" appare la "Lettera a Monsieur Guill"; anziché con il solo "Tieste", ora la trilogia tragica foscoliana è presente al completo, con l'"Ajace" e la "Ricciarda"; entrano le "Lettere scritte dall'Inghilterra"; dell'"Ortis" viene riprodotta la più cospicua edizione zurighese del 1816 invece di quella milanese del 1802 e gli "Essays on Petrarca" sono proposti integralmente. Per farla breve e non lasciarsi ingannare dalla maneggevolezza di questi volumi (il massimo di testi e apparati con il minimo ingombro), basti dire che il numero delle pagine è rimasto da un'edizione all'altra pressoché lo stesso e che, se il formato risulta considerevolmente ridotto, non incide tuttavia in misura analoga sulla capienza complessiva. Per quanto illusorio, l'equilibrio tra i meriti reali e le astratte riserve, che Foscolo avrebbe forse liquidato come "metafisiche", non si romperebbe, anche per la diffidenza che al senso comune ispirano le ragioni ugualmente imperscrutabili della filologia e dell'industria culturale, se non sopraggiungesse la sensazione, sempre "metafisica", che con questa edizione qualcosa cambia nel modo consueto di leggere Foscolo e che lo stesso risultato non sarebbe stato altrimenti conseguibile, o almeno non cosi pacificamente e quasi inavvertitamente. L'introduzione di Gavazzeni mette sul tappeto importanti temi di riflessione che depongono a favore dell'opportunità dell'iniziativa e della bontà delle scelte. Concentrandosi sulla lunga e travagliata gestazione delle "Grazie" e quindi cominciando a seguire le mosse del poeta "all'indomani della stagione dell'adolescenza e giovinezza veneziane", lo studioso non si limita a spostare in avanti il fuoco del discorso, aggiornando di conseguenza i testi antologizzati rispetto all'edizione ricciardiana, che si proponeva invece di "definire l'immagine dell'opera foscoliana quale essa apparve agli occhi dei suoi contemporanei" e ne escludeva quindi "quanto potenzialmente avrebbe potuto rappresentare, e di fatto significò, nella coscienza dei posteri". Ma privilegia l'esito, l'aspirazione e l'obiettivo finale di tutta una ricerca, che era forse fuori della portata del poeta stesso insomma la ragione storica che fa di Foscolo "il legittimo predecessore di Giacomo Leopardi" e che in un secolo e mezzo di storiografia provvidenzialista è stata per lo più ignorata. Più che nell'introduzione di Gavazzeni, una puntuale giustificazione del mutato orientamento espresso dall'antologizzazione si trova nelle annotazioni dei suoi collaboratori, come quando, nella scheda introduttiva all'"Ortis", Maria Antonietta Terzoli dichiara di aver "optato per l'edizione... più completa del romanzo, fornita anche di un ricco corredo metatestuale", cioè della "Notizia bibliografica", nella quale il "divertito gusto della mistificazione proprio del Foscolo" riscatta in un'autoesegesi efficacissima il rituale pedantesco della critica erudita. Di qui converrà partire, per riconoscere alla scelta il merito di assecondare come non era mai capitato prima le strategie foscoliane rendendole palesi e sottraendole all'ipoteca scolastica che rischia di fraintenderle, senza perciò sottrarre al lettore n‚ il Foscolo che ha imparato a conoscere a scuola , n‚ la prospettiva intrigante di una rivelazione lungamente attesa. Prima ancora dell'apparato puntigliosamente allestito da Maria Maddalena Lombardi, Franco Longoni, Gianfranca Lavezzi e Elena Lombardi, oltre che dalla Terzoli e dallo stesso Gavazzeni, sono le "rade, operose / rime" foscoliane, restituite all'estrema concentrazione dell'edizione milanese delle "Poesie" (le due odi e i dodici sonetti canonici) e comprensive soltanto dei "Sepolcri" e di un migliaio di versi delle "Grazie", a creare intorno a se un'aura di eccezionalità e uno spazio vuoto, quello appunto predisposto come un corteggio intorno all'invenzione della lirica pura e un invito per il commento. E che tali fossero i disegni del poeta risulta in maniera evidente, e in effetti sottolineata con il gioco tra presenze e assenze in questa edizione, dalla tentazione di sostituirsi al futuro commentatore, in cui cade sia quando finge di essere un altro per parlare criticamente delle proprie opere (è il caso della "Nota bibliografica" dell'"Ortis"), sia quando il falso riguarda invece la paternità dell'opera (come nella "Dissertation on an ancient hymn to the Graces"). In maniera meno evidente ciò viene attestato dalla sua attività critica e dalla pratica reale di commentatore, in particolare quando il commento accompagna o si risolve addirittura in una traduzione (l'"Esperimento di traduzione della Iliade di Omero"), dove cioè sono messe a confronto soluzioni diverse e della propria come di quelle altrui si forniscono le ragioni, a prescindere da ogni superstizione imitativa, in una sorta di crogiolo dello stile moderno della poesia. A questo punto, l'introduzione di Gavazzeni si presta a ordinare, quasi come un questionario, le risposte che l'edizione in parte fornisce e più ancora sollecita. Lo studioso rintraccia l'ideale punto d'origine della "nostalgia dell'antico che anima il classicismo" foscoliano, e sarà espressa soprattutto dall'incompiuto poema, in una geniale combinazione di suggestioni pariniane e vichiane. Sulle une e sulle altre (tra il "compianto" dei "Sepolcri" e il "pudore" delle "Grazie"), Foscolo avrebbe modulato la sua personale "ricerca di conciliazione degli opposti", in quella che, a ben vedere e a dirla peggio, si rivela come una specie ben più radicale di disinvenzione alfieriana, in quanto afferma il valore e la verità di qualcosa, del sepolcro o dell'amore o della poesia, soltanto dopo averne stabilito la natura più spiccatamente illusoria. Perché il "fine della poesia diventasse la sua celebrazione", era del resto necessario passare attraverso una "saldatura tra poesia e religione" compiuta sulla scorta di Lucrezio oltre che di Vico e rilanciare l'istituzionale separatezza del linguaggio poetico in forza di quella "tradizione della parola" che, come già 'mutatis mutandis' in Parini, ne garantisce la naturale vitalità e la ragionevolezza, sostituendo al regime allusivo delle interpolazioni le "contraffazioni dell'antico" e un complesso organismo linguistico e contribuendo alla costituzione di una 'koin‚' neoclassica. Grazie a questo insieme di considerazioni. e non solo alla luce della già menzionata "nostalgia dell'antico", che fa di Foscolo "un compagno di strada di Schiller e di Goethe, un poeta europea", e appunto il naturale antecedente di Leopardi, si può giungere alla conclusione ancora peregrina che il "terreno di cultura" della "Grazie" "è costituito dagli esercizi di traduzione dell'"Iliade"", poiché, se per la nostalgia di Foscolo ogni poesia era "il riverbero dell'originale", questa traduzione a sua volta "era il riverbero dell'archetipo della poesia di tutti i tempi". Nella prospettiva della "Grazie", che nascono da un falso come da un falso aveva preso le mosse la grande avventura cominciata con la fortuna europea dell'"Ossian*, la poesia è ormai l'ideale per definizione irraggiungibile, l'illusione che riassume tutte le illusioni e le esalta in quanto tali, il soggetto obbligato di se stessa, ma anche la complementarità funzionale - e realizzata artificiosamente nel prosimetro dell'autoesegesi, come nella "Dissertation* - tra la tensione conoscitiva di un'arte "tutta applicata alle belle arti" e la dispersione del fare concreto che le corrisponde, riuscendo insieme a trascenderla e a deluderla. Sono insomma la parzialità e la frammentarietà a invocare, qui preterintenzionalmente, il commento, anche se non si tratta più delle chiose capaci di sciogliere le allusioni, cumulabili e suscettibili di essere organizzate in sistema, di quando ancora l'impianto allegorico non cercava di profetizzare il destino della poesia e non partecipava di per sé della congettura, ma, per evitare la gratuità, attingeva solo alla tradizione e, "per idoleggiare le idee che, non arrendendosi ai sensi, rifuggono dall'intelletto", le cercava tra i miti classici o affidava allo stile il compito di interpretarle come se fossero intenzioni.