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Forse il paragone con Furore che ho letto da qualche parte mi sembra un po' esagerato, ma è comunque un romanzo interessante, crudo e poetico allo stesso tempo, con la terra selvaggia, bella da togliere il fiato, ma anche crudele, per la fatica che richiede per strapparle un po' di frutti. Una terra che è sogno e sofferenza, che sfinisce e abbrutisce, che annienta la speranza anche più tenace. Ma alla fine la colpa di tanta fatica e dolore non è solo della terra, ma dell'uomo, della sua avidità, della sua incapacità di solidarietà e comprensione. Una storia che si ripete e declina in mille modi da sempre.
Questo libro – premio Pulitzer 1935 – ha il respiro breve di un racconto e l’intensità del romanzo d’autore. È la storia degli Haldmarne, una famiglia che torna a coltivare la terra dopo aver vissuto in città. Marget è la figlia che registra, con toni talvolta impietosi, l’enorme fatica per cavare dal raccolto quanto basta alla sopravvivenza, senza un giorno di riposo (“La fattoria era come un vecchio querulo e malato che piagnucola ogni ora per attirare l’attenzione”), ma anche la difficoltà dei rapporti famigliari, tra un Padre sempre più gravato dai debiti (sulla fattoria grava un’ipoteca) e le sorelle che si contendono le attenzioni di Grant, un bracciante che aiuta nel lavoro dei campi. Ogni pagina parla di sudore, risparmi che si assottigliano, foglie che si accartocciano sotto il peso infuocato del sole. E non consola neppure il pensiero che si possa aver toccato il fondo (Marget ricorda le parole di Re Lear: “Il peggio non c’è mai finché possiamo dire ‘Questo è il peggio’”). Il libro si legge quasi nell’attesa – nella speranza – di un evento salvifico, ma quello che rimane è solo il coraggio di affrontare le mattine, che a volte “è tutto quanto il cuore può chiedere”.
Un libro intenso, con uno stile impeccabile e purtroppo dimenticato. Pulitzer per la narrativa nel 1935.
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