Curatore: D. Isella
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Pagine: X-225 p.
  • EAN: 9788806114138

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TESSA, DELIO, Ore di città, Einaudi, 1988

TESSA, DELIO, Color Manzoni. 60 prose ambrosiane, Scheiwiller, 1987
recensione di Cases, C., L'Indice 1989, n. 1

Delio Tessa vede un bando di concorso a sei posti di necroforo per titoli e per esame e si domanda quali possano essere i titoli. Forse il suo libro "L'è el dì di mort, alegher'", e anche la tristezza dell'autore "nel sapere che quasi tutta l'edizione è rimasta nel gobbo della Mondadori". Gli anni gli resero giustizia. Dopo la raccolta einaudiana delle poesie a cura di Dante Isella è apparsa da Bompiani l'inedita e stupenda sceneggiatura cinematografica "Vecchia Europa", la cui nota biografica lo definisce "uno dei più grandi lirici del secolo". Non è un'esagerazione. Liriche sono anche queste prose uscite sull"'Ambrosiano" tra il 1936 e il 1939 e qui riunite da Dante Isella, dopo pubblicazioni parziali, per la prima volta. Anzi per due prime volte, perché a distanza di un anno esatto dall'edizione Scheiwiller è uscita con altro titolo quella Einaudi (nella cui bibliografia la prima edizione risulta erroneamente pubblicata nel 1988, quindi la distanza è ridotta a zero). I sessanta articoli sono esattamente gli stessi, però Einaudi pubblica anche delle fotografie del mondo del Tessa fanciullo e adolescente ("Brutte fotografie di un bel mondo") con un delizioso commento. Ci auguriamo che questa volta nulla resti nel gobbo dei due editori. "Ai generosi, giusta di gloria dispensiera è morte". Perciò ben vengano le due edizioni. Solo temo che Tessa, con la sua anche eccessiva ritrosia protomilanese, si sarebbe messo nei panni di chi un anno dopo aver posto mano alla scarsella per comprare la prima edizione, già molto bella nella sua perfetta semplicità tipografica, deve ricorrervi di nuovo per avere la strenna con le fotografie.
Il lirismo di queste prose corregge il bozzettismo che tra portinerie e abbaini, brumisti e ragionieri, ricorderebbe il "carissimo" (all'a.) Emilio De Marchi e costituisce certamente il pimento giornalistico di pezzi altrimenti poco ortodossi. La poesia è, come ci si aspetta dal Tessa, anzitutto poesia della caducità, della stanchezza, dell'andare alla deriva. Bisogna leggere "Vecchi camion* per vedere come Tessa sia capace di trarre il lamento del vivere anche dal metallo arrugginito. "Tutto soffre a bordo, soffre e traballa scassato, sbilenco, sbullonato... le ruote scontrate dalle gomme consunte, le balestre piatte dai carichi brutali e scomposti. Non hanno più valore commerciale, ma servono sempre. Il capitale se n'è andato, ma l'interesse c'è ancora". Già al tempo di Tessa, però, il capitale era in grado di rinnovare il parco macchine, al fatiscente succedeva il lucido e il fasullo, al puzzo dei Navigli gli sconci edilizi di fronte ai quali Tessa invoca il Barbarossa. Egli protesta contro "la rozzezza imperante e il grubianesimo invadente", e ricordando come da bambino credesse che i cantanti erano burattini, è ora in dubbio "se lo scambiare un uomo con un burattino sia davvero un errore". L'elegia trova alimento nella coincidenza di poesie e povertà rassegnata e di poesia e linguaggio umile. Come i cantanti sono burattini, così il vecchio libro rilegato "Quand'ero scolaro" di Anna Vertua Gentile con le sue raccomandazioni ("...lavora fanciullo mio poiché il lavoro è dovere, è piacere, è conforto...") incarna una morale burattinesca di fronte alla quale, dice Tessa, il suo amico Barrella uscirebbe nel commento "So ben che l'è minga insci!" Un altro amico, il fedelissimo Fortunato Rosti, "pascoliano convinto", riuscì finalmente ad avvicinare il suo nume, "ma in luogo di interessarsi ai suoi versi il poeta di San Mauro gli chiese la ricetta del risotto alla milanese".
Ma il risotto è una creazione popolare, forse non ha ricetta. "Il popolo, quando crea, non ama n‚ i versi giusti n‚ le rime esatte. Lascia gli uni e le altre ai poeti di professione e costoro, qualche volta, cercano d'imitarlo, si affannano a scoprire il segreto della metrica popolare, che è un po' il segreto dei sentieri delle mandrie e dei pastori. Ci sono, ma bisogna saperli scoprire perché a tratti scompaiono per riprendere più in su". Non a caso Tessa usa l'immagine dei "sentieri interrotti" che sarà cara a Heidegger. Il titolo dell'edizione Scheiwiller è quello dell'ultimo pezzo, dove si apprende che il "color Manzoni" è "un color grigio polvere, piuttosto triste". Molto rispetto per il Manzoni, ma scarsa simpatia, perché è troppo bravo, e in arte come in morale "l'è minga inscì".
Il cuore del Tessa batte negli interstizi della grande città negli anditi e nei sottoscala: lì c'era il popolo che parla tutto sbagliato come la vecchia serva Margherita e come le donnette che facendo la coda all'esattoria perdevano le cartelle e impegnavano i ricevitori in spiegazioni infinite. Tempi beati, in cui il tempo era già denaro ma il dialetto lo esorcizzava invischiandolo nella trama dell'errore e della dimenticanza. Anche questi articoli sono perdite di tempo, bagajàd, fanciullaggini dell'avvocato Tessa, che dai percorsi del dialetto a uscire una miracolosa prosa italiana, temprata dall'abbraccio del suo eterno avversario. Il commento alle "brutte fotografie" è scritto nella stessa prosa degli articoli dell"'Ambrosiano", ma piegata verso l'infanzia, la buona società, le villeggiature, le scampagnate o la Milano domenicale: insomma verso una dimensione di minor sofferenza, se non proprio gioia. È un mondo piccolo e di facile contentatura, la borghesia va a Moltrasio o a Barzio, non alle Galapagos. L'ambiente è la propria famiglia e poche altre, la nonna Amalia, la zia Angelina, l'Erminietta, la signora Morirò, il Niger Cesare, l'Elisetta e pochi altri. Ma è un mondo integro che supplisce alla povertà di orizzonti con le certezze interiori. Il padre di Tessa tace sempre, e quando glielo rimproverano si difende dicendo: `'Se tucc parlen, chi l'è che scolta?". Difatti viaggiò in tutti i paesi senza sapere nessuna lingua, in caso di estrema necessità parlava milanese. Si affaccia qualche volta nelle commoventi fotografie, ma più ci commuove il ragazzo Delio che si mette in posa con lo sguardo miope che dice: "L'è minga inscì". Sembra già un understatement fatto persona, una vita che si scusa di essere tale, come Kafka. Anche le fotografie sono "brutte" perché il fotografo sa che sbaglia tutto. "La fotografia - dice una didascalia - doveva riuscire nera per il brutto tempo invece è riuscita bianca". E bianca la brutta fotografia è bellissima poiché i poeti trovano quel che non cercano.
La prima frase delle "Brutte fotografie" suona: "Sono vissuto troppo".
Per quanto sia poi morto a soli cinquantatré anni, forse ha ragione lui: è vissuto troppo, è andato troppo lontano dall'infanzia e troppo vicino a questo mondo assurdo che gli dispensa gloria in duplice copia.