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Il paese delle chimere. Aspetti e momenti dell'idea di illusione nella cultura occidentale - Lionello Sozzi - copertina

Il paese delle chimere. Aspetti e momenti dell'idea di illusione nella cultura occidentale

Lionello Sozzi

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Collana: La diagonale
Anno edizione: 2007
In commercio dal: 8 febbraio 2007
Pagine: 415 p., Brossura
  • EAN: 9788838921810
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"Era un'anima troppo ardente per accontentarsi della realtà della vita", dice a proposito di una sua eroina Stendhal. I modi per non accontentarsi della realtà della vita, gli stratagemmi usati dall'immaginazione o dall'intelligenza per riuscirvi - cioè le illusioni, le chimere, le utopie, le speranze - sono analizzati in questo libro attraverso fonti letterarie, narrative, poetiche, meditative della cultura occidentale. E tra le molte interessanti sorprese, vi è quella che delle varie epoche forse la più sensibile al ruolo delle illusioni e la più pronta a riflettervi fu l'Illuminismo, l'Età della Ragione, cioè di quella facoltà che impone un approccio al reale apparentemente opposto al vagheggiar chimere. Ma questa notizia in apparenza contraddittoria suggerisce quale sia la direzione di ricerca di questo studio di vastità e profondità inedite sul suo argomento. Non vi è contrasto od opposizione tra la ragione che giudica e conosce e l'illusione che allarga gli orizzonti.
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    Luca Aquadro

    02/11/2018 14:10:14

    "E' facile arguire, innanzi tutto, che ciascuno ha la sua chimera, quindi che ciascuno vede il mostro che dilania coi suoi artigli le carni altrui, ma non si rende conto fino in fondo della propria condizione di essere lacerato e straziato. Ciascuno, insomma, si accorge della condizione chimerica in cui vivono gli altri, ma non vede se stesso, cioè la rischiosa, malefica inanità dei suoi sogni. Sogni, per altro, che coincidono con la speranza; l'uomo è condannato a sperare, la speranza, l'attesa, la ricerca di mete indefinite fanno parte del suo essere (...) La chimera, del resto, è un mostro che strazia ed uccide, e strazia, verosimilmente, perché mai consente che si raggiunga uno scopo, sempre tormenta, illude per deludere; e tuttavia, esclusa la possibilità dell'effettivo appagamento, è pur sempre preferibile, questa condizione di inanità e di supplizio, a quella dell'opaca indifferenza: le chimere ci straziano ma vivere senza chimere significa cadere nella più totale insignificanza." (p. 233) Che cos'è, secondo voi, ciò che avete appena letto? Una citazione da un romanzo d'amore tragico? Una riflessione tratta da un testo di filosofia morale? Un brano che la voce narrante potrebbe leggere sul finale di un film drammatico? No, niente di tutto questo. E', a mio modesto avviso, la prova che in alcuni - rarissimi - casi la penna del critico è più felice di quella dell'autore. Dunque onore al merito di Lionello Sozzi, grande francesista, linguista e critico letterario che nel 2007 ci regalò questo stupendo volume, le cui circa 400 coltissime, eleganti e gradevoli pagine ho divorato nel giro di pochi giorni, tuffandomi in un'immersione profonda e rilassante alla scoperta della storia del concetto di "illusione" (e affini) nella cultura letteraria occidentale. E onore alla casa editrice Sellerio, che raramente sbaglia un colpo. Che lettura! Straconsigliato! "Oceanici silenzi / astrali nidi di illusioni, / o Notte." (Ungaretti) (esergo del cap. III, p. 135)

Esplorare la semantica delle chimere, indagare il senso, i contenuti, la funzione delle illusioni inventate e amorosamente coltivate dalla nostra cultura è lo scopo ambizioso ma non certo vano di questo libro. Che l'idea più evanescente e impalpabile si sostanzi in un corposo volume non sorprende, se si pensa che essa è anche la più onnipresente e pervasiva, potendo assumere le sembianze e i nomi più diversi. Nel pur larghissimo ventaglio di accezioni possibili percorse dallo studio, si può partire dalla constatazione di una dicotomia fondamentale: nella tradizione dell'Occidente la connotazione delle chimere è generalmente negativa, salvo poi ribaltarsi in un discorso opposto di esaltazione delle illusioni costruttive e creatrici. La tradizione religiosa come la prospettiva razionalistica respingono l'illusione assimilandola alla menzogna o all'errore, ma poi la chimera risorge dalle sue stesse ceneri, configurandosi come unico esito possibile in un mondo spogliato di certezze, privo di quel magico velo che ci seduce con promesse – forse? – illusorie ("Una voce dice che la vita non ha senso, ma il suo timbro profondo è l'eco di quel senso", Claudio Magris, in Utopia e disincanto, Garzanti, 1999).
L'articolazione di questa doppia prospettiva è studiata nei suoi esiti storici e nelle interpretazioni soggettive cristallizzatesi intorno al concetto. Cronologicamente l'illusione diabolica è la prima ad avere una ben consolidata tradizione culturale. Essa può consistere sia in un appiattimento verso il basso, nell'attrazione per i beni mondani o la voluttà della carne, ma anche e soprattutto in una tensione verso il sublime che può sembrare frutto di ispirazione divina ed è in realtà inganno del maligno. Ricorre nei mistici la condanna per quell'ansia sbagliata di perfezione che rende l'anima irrequieta ed è di ostacolo a un'autentica vita spirituale. Il motivo del patto con il diavolo è in fondo la riscrittura laica e secolarizzata di questa idea; essa è ancora ben visibile nella tensione baudelairiana tra spleen e idéal, dove l'illusione ideale è insieme divina e diabolica, e non serve più operarvi la distinzione cara ai padri della chiesa: "Enfer ou Ciel, qu'importe?". Questo orizzonte religioso era tuttavia già stato profondamente modificato dal rifiuto illuministico delle illusioni, denunciate come vane fantasie frutto del pregiudizio o dell'errore. Il periodo dei Lumi segna così una tappa cruciale nella battaglia contro le chimere, e gli autori settecenteschi hanno grande spazio nel libro. Il loro ruolo non si limita alla contestazione dei sogni impossibili, bensì fonda e sviluppa la moderna riflessione sulla funzione positiva delle illusioni, che il libro ci mostra attraverso una documentazione letteraria e filosofica sterminata, che giunge fino a oggi.
È Rousseau a coniare l'espressione che dà il titolo al volume: "Il paese delle chimere è in questo mondo l'unico degno di essere abitato". E l'immaginazione è la facoltà più preziosa perché ammanta di fascino gli oggetti dei nostri desideri. La felicità risiede dunque nella speranza e nell'attesa, e l'incanto delle illusioni diviene un ideale di vita autosufficiente. In Rousseau l'illusione è insieme slancio verso l'assoluto e consolante rêverie che basta a se stessa. Questo nucleo di pensiero produce risonanze vastissime. Immediato è l'accostamento a Leopardi, che ha evidentemente anch'egli un ruolo di primissimo piano nello studio. Mentre però per Rousseau il disincanto sopravviene solo nel momento del rapporto umano falsato da una degradata costruzione sociale, e fa scattare allora il meccanismo compensatorio delle chimere, in Leopardi il dissidio è primordiale perché ne è responsabile la natura, che assiste indifferente al naufragio delle illusioni che essa stessa fa sbocciare nei cuori. Ma gli echi della riflessione russoviana sono rintracciabili anche in sistemi di pensiero apparentemente opposti: l'edificio sensistico di Helvétius, ad esempio, appare profondamente intaccato dalle osservazioni sui "piaceri di previdenza" più vivi dei piaceri reali e fisici. L'illusione autosufficiente, di per sé sorgente di gioia, emerge anche nella definizione dell'Encyclopédie. L'Ottocento conoscerà moltissime formulazioni di questa idea, dal Werther di Goethe (pur del 1774) agli Inni alla notte di Novalis, dalla rinunzia flaubertiana alle chimere di Nerval. "L'idoleggiamento delle chimere percorre la cultura europea almeno a partire dal Settecento, ma con propaggini in fondo mai spente, nonostante la diffusa tendenza alla dissacrazione e alla negazione".
Questa dimensione diacronica non è però l'unica dello studio, che sonda anche lo spessore tematico e terminologico dei concetti. Quale rapporto, allora, lega chimere e speranze, o trascolora da illusione in malinconia, e qual è il nesso tra il rimpianto e il disincanto? Vi è poi indagato un particolare legame che fonde l'illusione con l'analogia. Secondo la teoria swedenborghiana delle corrispondenze esiste una misteriosa e sotterranea comunicazione tra mondo naturale e universo spirituale: ogni oggetto assume il suo pieno significato solo se si sa cogliere il simbolo sotto l'apparenza. Per i seguaci di tali dottrine, quindi, l'illusione consiste nel fermarsi all'aspetto esteriore delle cose, nel non saperne svelare l'essenza. Illusorio è il "velo", scambiato per unica realtà. Tale visione ovviamente si rovescia per chi ritiene "selvagge chimere" simili teorie (Kant) e denuncia l'errore insito nello stabilire legami ingiustificati. Nei grandi libri di storia delle idee spesso affiorano percorsi inaspettati, e il lettore è colpito da curiose coincidenze: tra i fautori dell'orientamento spiritualista, Bernardin de Saint-Pierre è citato in una pagina dalle evidentissime consonanze baudelairiane: "Il mio tempio è quello della natura (…) si colgono nel mondo confuse parole (…) Niente è più suggestivo di un'annosa foresta, tempio augusto che ha le sue colonne, i suoi portici, i suoi santuari, le sue lampade". Senancour unisce l'analogia all'idea della grande catena dell'essere, in un rapporto ambiguo, tra adesione e distacco critico, e trova una formulazione preziosa e ammaliante per dire e smentire allo stesso tempo: "Elle nous égare, elle nous éclaire": nello smarrimento provocato dall'illusione brilla comunque una luce, preziosa fiammella da salvaguardare.
Nel libro si possono certo ritrovare tutti i testi che più scontatamente associamo al tema: le illusioni perdute di Balzac e di tanto romanzo ottocentesco, il bovarismo, le mostruose chimere della poesia simbolista e decadente. Ma uno dei punti di forza di questa grande ricerca sta nel giusto equilibrio tra l'analisi sempre convincente di opere celeberrime e lo studio accurato di autori di secondo piano, scritti anonimi e persino spogli di collezioni di periodici. Ne scaturisce un'efficace dimostrazione della capillare diffusione del tema, che può assumere valenze particolari in periodi di crisi o di trapasso. Negli anni che vanno da Termidoro alla caduta dell'impero, per esempio, la frequente constatazione dell'eclissarsi delle illusioni diviene anche disincanto storico. Ma dalla tragedia rinasce la tensione ideale, cantata da Chénier poco prima di salire sul patibolo: "L'illusione feconda abita nel mio seno / Su di me le mura di una prigione gravano inutilmente / Io ho le ali della speranza".
  Patrizia Oppici
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