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''Biblioteca Adelphi'', 119; prima edizione, 1982 - Brossura editoriale con bandelle, 442 pagine con tavole in nero intercalate. A cura di Alessandro Tinterri. Copia eccellente dalla paginazione fresca e compatta, probabilmente mai aperta -- In questo volume sono per la prima volta raccolte tutte le cronache teatrali che Savinio scrisse per il settimanale «Omnibus», diretto da Leo Longanesi, fra il 1937 e il 1939. In quel periodo sfilarono dinanzi al suo occhio di spettatore non complice tutte le glorie e le miserie del teatro italiano, dai testi rutilanti del «bardo» D'Annunzio (e del «bardo in seconda» Sem Benelli) alle «freddure» del varietà, dai Giganti della montagna di Pirandello a Villafranca di Giovacchino Forzano, inframezzati dalle obbligatorie pochades, dai Rostand, dagli Shaw, dai Rattigan, dai Bernstein, oltre che da qualche Plauto, Shakespeare e Lope de Vega. Quanto agli attori, andavano dal vegliardo Ermete Zacconi all'esordiente Anna Magnani, e fra l'uno e l'altra - oltre all'aleggiante ricordo della Duse - troviamo davvero tutti: da Benassi alla Morelli, da Ricci alla Pagnani, da Dina Galli ai De Filippo, dalla Gramatica alla Melato, da Macario a Tòfano. Savinio fu un grande spettatore e testimone di quel teatro innanzitutto perché andava a vederlo malvolentieri. Per una sua vasta parte, il teatro è l'involontario e momentaneo mettersi in scena di una civiltà: e Savinio sentiva acutamente il tanfetto stantio, l'orrenda «sanità» di gran parte della civiltà italiana in quegli anni. I nostri più celebri attori gli apparivano, quasi tutti, fatalmente «pensosi», inabili dunque alla «frivolità», da lui definita «la qualità di più difficile acquisto», che «non viene se non alla sera di una lunga giornata di fatica».
.<p>''Biblioteca Adelphi'', 119; prima edizione, 1982 - Brossura editoriale con bandelle, 442 pagine con tavole in nero intercalate. A cura di Alessandro Tinterri. Copia eccellente dalla paginazione fresca e compatta, probabilmente mai aperta -- In questo volume sono per la prima volta raccolte tutte le cronache teatrali che Savinio scrisse per il settimanale &laquo;Omnibus&raquo;, diretto da Leo Longanesi, fra il 1937 e il 1939. In quel periodo sfilarono dinanzi al suo occhio di spettatore non complice tutte le glorie e le miserie del teatro italiano, dai testi rutilanti del &laquo;bardo&raquo; D'Annunzio (e del &laquo;bardo in seconda&raquo; Sem Benelli) alle &laquo;freddure&raquo; del variet&agrave;, dai Giganti della montagna di Pirandello a Villafranca di Giovacchino Forzano, inframezzati dalle obbligatorie pochades, dai Rostand, dagli Shaw, dai Rattigan, dai Bernstein, oltre che da qualche Plauto, Shakespeare e Lope de Vega. Quanto agli attori, andavano dal vegliardo Ermete Zacconi all'esordiente Anna Magnani, e fra l'uno e l'altra - oltre all'aleggiante ricordo della Duse - troviamo davvero tutti: da Benassi alla Morelli, da Ricci alla Pagnani, da Dina Galli ai De Filippo, dalla Gramatica alla Melato, da Macario a T&ograve;fano. Savinio fu un grande spettatore e testimone di quel teatro innanzitutto perch&eacute; andava a vederlo malvolentieri. Per una sua vasta parte, il teatro &egrave; l'involontario e momentaneo mettersi in scena di una civilt&agrave;: e Savinio sentiva acutamente il tanfetto stantio, l'orrenda &laquo;sanit&agrave;&raquo; di gran parte della civilt&agrave; italiana in quegli anni. I nostri pi&ugrave; celebri attori gli apparivano, quasi tutti, fatalmente &laquo;pensosi&raquo;, inabili dunque alla &laquo;frivolit&agrave;&raquo;, da lui definita &laquo;la qualit&agrave; di pi&ugrave; difficile acquisto&raquo;, che &laquo;non v
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