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Immerso in un immobilismo che esclude ogni tensione esistenziale, "dopo i quarant'anni Antonio Cordo, depositario di libri scolastici, cominciò a raccogliere parole". Sono così delineati sin dalla frase d'inizio i due poli del romanzo d'esordio di Capizzi: la rinuncia a costruire un senso per la propria vita e la fuga dal mondo in una dimensione surreale. Malgrado l'età, il protagonista ha perso lo slancio vitale, si è autocondannato all'esclusione. Esaurita quella carica utopica che si intuisce affacciarsi da un remoto passato, anche il versante sentimental-erotico pare essersi definitivamente spento, mentre persino il magazzino dei libri viene colpevolmente trascurato. Nella più totale indifferenza, Cordo fa di tutto per indurre la moglie, creatura opaca contrassegnata soltanto da abiti di pessimo gusto, ad abbandonarlo. Rimasto solo, l'unico ancoraggio alla realtà si manifesta nelle persecuzioni del cognato, individuo meschino e volgare intenzionato con ogni mezzo a estorcergli del denaro. Sullo sfondo di una Genova insolita, in cui il tramonto tinge "le cancellate verdi dei giardini di periferia, i muretti di mattone dei cortili con l'asfalto mangiato dagli anni", l'uomo si accanisce allora nella sua sterile collezione di parole, vanamente impegnato a "rappresentare le cose che non mutano, che riposano, che vogliono avvolgersi nella propria buccia", nel tentativo di essere uguale a loro. Solo la fugace storia d'amore con Bambina - nome quanto mai esplicito - pare ridargli uno sprazzo di interesse per la vita, in una sorta di rigenerazione dalle origini, ma anche questa parentesi finisce nel nulla, forse non è mai esistita se non nella sua mente, ennesima espressione di un delirio dilagante. A porre termine a tanta insensatezza non sarà il protagonista, ma le sue amate creature, le parole, in un assalto finale dalle suggestioni kafkiane. I personaggi e le vicende del romanzo sono accomunati da un'aura di improbabilità, abilmente tenuti insieme da una struttura narrativa in progressione e da un linguaggio che riproduce, avvalendosi a tratti anche degli strumenti della poesia, l'alternanza di realtà e visioni allucinatorie.
Giuliana Olivero
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