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Francis Ponge

Editore: Einaudi
Anno edizione: 1979
Pagine:
  • EAN: 9788806489915

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    luigi marfé

    20/05/2005 12.24.15

    Se il vizio del liquido è di precipitare al suolo una forma che non può mantenere, non tutte le gocce annegano però con la stessa gravità: alcune se ne infischiano e cadono svelte e agili e storte, altre rimangono sospese, si allungano e diventano lacrime; poi tutte rompono a terra e rimbalzano sotto i tacchi. Nuovo sommesso Lucrezio, Francis Ponge cataloga la diversità delle cose in un quaderno di esercizi che cela la profondità sulla superficie multiforme del mondo. Poeta che scrive in prosa, Ponge descrive gli oggetti fuori da ogni abitudine percettiva. La scrittura parte dalla cosa e torna carica di tutto l’umano di chi vi si è indaffarato sopra. L’esercizio della pelle convince che non ci sono idee prima delle cose. L’epifania del senso rassomiglia allo scardinare il mondo testardo dell’ostrica, come se l’uomo uscisse da se stesso per provare ad essere cosa. La voce degli oggetti si guadagna al prezzo di dita tagliate; l’esattezza segue da un rovello di esperimenti falliti e ferite che non si rimarginano. Ma d’improvviso esistere diviene un’esperienza molto intensa: se la parola è intesa come un incessante inseguire l’infinita varietà delle cose, si ristabilisce la diversità dell’una dall’altra e la diversità di tutte da noi. La persistenza del mondo si misura per Ponge in margine alle sue forme più contingenti e minute e asimmetriche. L’illimitato entra sulla pagina goccia a goccia e per granelli: il mare è descritto attraverso i suoi bordi, mentre schiuma su roccia o impasta di sabbia, nella pazienza delle onde di andare e di venire. L’afflato cosmico è nel bagliore del mondo prima di qualsiasi occhio: che cosa vi avviene o avvenne o avverrà? La vertigine è che le cose bastino a se stesse e alla loro fragilità. Come la farfalla, petalo in soprannumero maltrattato dal vento, che arriva sempre troppo tardi e può solo costatare i fiori sbocciati.

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