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Curatore: L. Mancinelli
Traduttore: C. Gamba
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Pagine: , ill.
  • EAN: 9788806131777
SASSONE GRAMMATICO, Gesta dei re e degli eroi danesi, Einaudi, 1993
ESCHENBACH, WOLFRAM VON, Parzival, Einaudi, 1993
recensione di Boitani, P., L'Indice 1993, n.11

Le "Gesta dei re e degli eroi danesi" di Sassone Grammatico e il "Parzival" di Wolfram von Eschenbach sono, a tutti gli effetti, contemporanei. Il primo è stato composto, sembra, fra il 1185 e i primi due decenni del XIII secolo; agli inizi del Duecento risale anche il secondo. Non si potrebbero però immaginare due opere che, a parte il piacere per il romanzesco, meno abbiano in comune e più diversa immagine offrano del medioevo. Le "Gesta" (di cui abbiamo in questa versione i primi nove libri) vengono dalla settentrionale Danimarca, sono scritte in prosa e versi latini eleganti e difficili dal segretario o archivista di un vescovo; il "Parzival" nasce nella meridionale Germania dalla fantasia imitativo-creatrice di un cavaliere povero che vive probabilmente in una piccola corte baronale componendo romanzi in versi e liriche d'amore. Leggerli assieme, in italiano e alla fine del XX secolo, è un'esperienza strana e istruttiva. Culturalmente, i due libri riassumono un itinerario in apparenza simile: le "Gesta" dalle profondità oscure del Nord barbaro al cristianesimo e al latino, lingua della cultura; il "Parzival" (come recita il titolo dell'introduzione di Laura Mancinelli) "dalla paganità celtica alla mistica cristiana" attraverso la grande esperienza cortese della Francia, e in particolare di Chrétien de Troyes. Simile, almeno in parte, anche l'impostazione di genere: se il "Parzival" è il primo 'Bildungsroman' - il grande "romanzo di formazione" - tedesco, la storia di Uffone narrata nel libro IV delle "Gesta" si presenta con i tratti distintivi del romanzo e quella di Frothone III nel libro V è una vera e propria 'Bildungsgeschichte'.
Radicalmente diversa, però, l'atmosfera che si respira nelle due opere. Nel "Parzival" la paganità celtica è stata assorbita e asservita all'ideale cortese e al messaggio cristiano. Nelle "Gesta" (nei primi nove libri) domina la lotta per la sopravvivenza, la battaglia perenne di tutti contro tutti, la guerra dentro e contro il Caos. Parzival attraversa foreste, campi, terre desolate, castelli come se questi fossero meri sfondi scenografici contro i quali si stagliano le avventure dell'eroe, la sua crescita interiore, il suo incontrare e riincontrare e riconoscere sempre gli stessi personaggi. I re e gli eroi danesi si muovono dentro e contro l'Oceano che circonda e invade la Scandinavia, viaggiano oltre i limiti del mondo, verso l'aldilà. Persino la violenza è differente. "Guardate le pozze colate dal sangue degli uomini, e i denti / strappati ai caduti lavati in torrenti sanguigni e limati / dalle ruvide sabbie", canta Hialtone nel II libro delle "Gesta", continuando nello stesso tono per altri dieci versi. "Il guerriero e sire Parzival / lo schiacciò al suolo: il sangue / sprizzava dal barbozzo / ora al duca, che costretto / fu alla resa a lui richiesta. / Gli spiaceva di morire": il duello fra l'eroe e Orilus descritto da Wolfram è certo sanguinoso e mortale, ma viene presentato come un incidente di rito, un breve interludio. La guerra che Parzival combatte è infatti tutta interiore: fanciullo "stolto", egli diviene cavaliere dell'insipienza, eroe idiota (nell'accezione dostoevskiana del termine). A lui, che nulla sa, tutto deve essere insegnato: il gioco delle armi e la cortesia, il silenzio e la parola salvatrice, l'umiltà e la perfezione. Predestinato alla conquista del Graal, Parzival deve apprendere che tale destino è voluto da Dio: deve, conoscendo se stesso, dimenticarsi e annullarsi; riconoscere, come fa Wolfram negli ultimi versi del poema conciliando l'etica divina e quella mondana, che "è una vita spesa bene / quella per cui Dio non perde / poi un'anima lassù, / e che in terra già conquista / lode e onore senza fine". Ecco allora il poeta invocare per il suo eroe Madonna Avventura e dispiegare per lui un intreccio che lo contrappone a Gawan, il cavaliere tutto terreno, e che lo fa muovere costantemente all'interno di una grande famiglia: se la sua storia inizia, infatti, con quella del padre e della madre, essa termina con il riconoscimento fra di lui e il fratello Feirefiz e la nascita dei suoi figli; Trevrizent, l'eremita che lo converte dopo la crisi di fede, è suo zio; fratello di lui è il re pescatore, Anfortas, che potrebbe guarire della sua ferita se solo Parzival gliene domandasse ragione. Il mistero che sta al cuore della vicenda - l'ignoto, magico Graal celtico divenuto simbolo della perfezione mistica del "miles Christi" - si manifesta, in splendente epifania liturgica, solo dopo il raggiungimento e la comprensione del noto. A tutto, persino a guidare il proprio cavallo, sa rinunciare l'eletto, fuorché all'amore della moglie Condwiramurs: tre gocce di sangue cadute sulla neve bastano, in uno dei passi più belli del poema, a ricordargliela e a fargli perdere conoscenza. Tanta delicatezza non ha posto nelle "Gesta dei re e degli eroi danesi", dove la storia d'amore tra Hagbartho e Signe, nel libro VII, termina tragicamente fra i bagliori dell'incendio che la fanciulla appicca alla sua stanza mentre l'amante sta per essere impiccato. Del resto, il primo e l'ottavo libro delle "Gesta" culminano nei viaggi (di Hadingo l'uno, di Gormone e Thorkillo l'altro) nell'aldilà, in quel mondo dell'oscurità oltre il regno del Caos che è ben diverso dalla luce abbagliante del Graal. E la "formazione" di Frottone III, l'Augusto danese durante il cui regno felice nasce Cristo, non è guidata n‚ dal cortese Gurnemanz n‚ dall'eremita Trevrizent, ma dallo spregiudicato, pragmatico, temerario Erico l'Eloquente , maestro di parole, predicatore antemachiavellico della forza e dell'astuzia.
Se Parzival è l'eroe umano della 'stultitia' cristiana, il personaggio più vivo di Sassone è Starcathero, il guerriero-scaldo che attacca ruteni, irlandesi e orientali, combatte a Br vellir nella famosa battaglia fra svedesi e danesi, sgozza il suo re, e implora alla fine di essere ucciso per non morire di vecchiaia e malattia. All'inusitata nefandezza della mente e delle braccia Starcathero unisce la forza straordinaria della sua parola: con essa punisce un orafo che ha osato divenire amante di una principessa; con una lunga, tremenda invettiva, spinge l'imbelle re Ingello all'azione; ormai vecchio, con una canzone persuade il giovane Hathero a ucciderlo. La violenza e la morte, in lui, sono poesia.
Altrettanto memorabile, c'è poi nelle "Gesta" Amleto, il cui zio ha ucciso il padre e sposato la madre, e che lo invia in Britannia assieme a due uomini della corte con una lettera in cui incarica il re dell'isola di eliminarlo. Se il Parzival di Wolfram indossa vesti da folle, l'Amleto di Sassone si finge pazzo; se Parzival è uno stolto, Amleto inscena la stupidità; se Parzival non sa parlare, Amleto mescola l'artificio ai discorsi veritieri, "in modo che alla sue parole non manchi la verosimiglianza, ma la misura della sua sottigliezza non venga tradita dalle verità che sta dicendo". Compie, questo Amleto, imprese di tremenda violenza che sono inconcepibili al mite Parzival. Gli accadono cose (come il matrimonio con ben due donne di stirpe regale, una d'Inghilterra e una di Scozia) che saranno purtroppo impossibili al suo discendente di Elsinore. Da Parzival ad Amleto: è la distanza che separa due contemporanei, il nordico Sassone e il meridionale Wolfram. Sarà la distanza opposta a separare, più tardi, due non contemporanei come il germanico Wagner e l'inglese Shakespeare.