La pubblicazione del catalogo generale segna sempre un momento importante nella fortuna di un artista. Fin da quando Claude Lorrain cominciò a comporre il Liber Veritatis per evitare che dei suoi paesaggi circolassero falsi, il catalogo generale è diventato uno strumento prezioso, se non addirittura imprescindibile, per gli autori, per il mercato e anche per la critica. Spesso la costruzione del catalogo generale è controversa, tanto che di alcuni artisti esistono più cataloghi, talora molto diversi tra loro (Modigliani ad esempio ne ha ben tre, ma il record nella disciplina spetta a Rembrandt, le cui incisioni sono state registrate per intero più di dieci volte). Questo genere di pubblicistica d'arte è da sempre molto vivace in Italia, ma, al contrario di quanto accade in altri paesi, è raro che da noi ci si soffermi a discutere del metodo con il quale è opportuno affrontare queste imprese. I cataloghi generali tuttavia toccano al cuore problemi cari allo storico dell'arte: la presentazione in serie univoca di tutti i lavori prodotti da un artista indirizza infatti inevitabilmente la lettura del suo stile, oltre a discriminare ciò che è autografo da ciò che invece è spurio. Ciò interessa anche il catalogo generale delle sculture di Pino Pascali, che corona un decennio particolarmente felice per la fortuna critica dell'artista di Polignano a Mare. Oltre a ricevere numerose mostre e pubblicazioni in patria, infatti, Pascali è stato oggetto di un nuovo lancio sulla scena internazionale, contrassegnato dapprima da una grande retrospettiva al Centro de Arte Reína Sofia di Madrid (2001-2002), poi da numerosi passaggi nelle aste londinesi d'arte italiana moderna e infine dall'esposizione allestita nelle sale della potente galleria Gagosian di New York nel 2006 e dal conseguente acquisto, da parte del Moma, di Ponte, enorme scultura in lana di acciaio intrecciata e fili di ferro, una delle ultime e più importanti opere realizzate da Pascali. A fronte di tale consacrazione, il catalogo curato da Marco Tonelli raccoglie poco più di cento opere, un numero insolitamente esiguo per un artista d'età contemporanea. D'altro canto, la produzione scultorea di Pascali, per quanto ricca e varia, si svolse entro un ristrettissimo arco di tempo: al 1964, infatti, datano i primi oggetti, assemblaggi e ready made dal sapore duchampiano; soltanto cinque anni dopo, l'11 settembre 1968, Pascali morì in un terribile incidente di motocicletta. L'opera dell'artista pugliese si lega indissolubilmente a Roma, dove si era trasferito a metà degli anni cinquanta per seguire il corso di scenografia tenuto da Toti Scialoja all'Accademia di Belle Arti. Dopo numerose esperienze in campo pubblicitario, Pascali tenne la sua mostra d'esordio nella più importante galleria capitolina, la Tartaruga di Plinio de Martiis. Le opere esposte in questa circostanza erano di sapore pop, in connessione con la cosiddetta Scuola di piazza del Popolo animata da Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano. Le evocazioni dada delle opere iniziali avevano ormai ceduto il posto a immagini di sicuro e immediato impatto: parti anatomiche ingigantite come Primo piano labbra, una grande tela estroflessa che oggi si conserva alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna, si alternavano a sottili evocazioni del passato, quale è Colosseo, in cui la sagoma del monumento, costruita in legno, tela e spugna, è come abbagliata dall'impiego esclusivo del colore bianco. Come opportunamente sottolinea Tonelli nel saggio introduttivo, nel suo breve cammino Pascali procedette per strappi. Al 1965 si riferisce così il ciclo delle "Armi": mitragliatrici, lanciamissili e granate in scala uno a uno, verosimili ma composte con elementi di recupero. Cannone Bella Ciao, che alcuni anni fa fu battuto a un'asta londinese per 2.400.000 dollari, è l'assemblaggio di due copertoni di una Cinquecento, di semplici tubi in ferro e altri pezzi da robivecchi, il tutto verniciato di un grigio-verde militare. La spiazzante concretezza e ironia delle armi fu rifiutata da Plinio de Martiis e accolta invece con entusiasmo da Gian Enzo Sperone: fu così che la seconda personale di Pascali si tenne a Torino, all'inizio del 1966, e segnò una delle prime occasioni di incontro e confronto tra i futuri rappresentanti dell'Arte povera. Al 1966 data anche il terzo ciclo di opere: "Finte sculture", come le definì Pascali stesso, realizzate tirando su una centina di legno una tela, inchiodata e poi dipinta con pittura bianca e vinavil. Animali fantastici o preistorici concepiti senza basamento, dalle forme essenziali ed evocative, memori della lezione di Arp e Brancusi, le "Finte sculture" furono esposte a Roma, alla galleria dell'Attico di Fabio Sargentini e determinarono il definitivo successo del giovane artista pugliese. Con queste opere che oggi sono pressoché tutte musealizzate Pascali uscì una volta per tutte dai confini nazionali; a partire da questo momento egli venne riconosciuto, come giustamente ricorda Tonelli, quale indiscusso protagonista della scena artistica contemporanea. Dal 1967 Pascali cominciò a lavorare sempre più nello spazio, abbandonando i materiali e le tecniche convenzionali. Il tema della natura divenne il suo privilegiato campo d'azione: i nuovi lavori, che furono esposti ripetutamente fino alla Biennale di Venezia del 1968 (ultima mostra in vita tenuta da Pascali), nella più parte dei casi erano realizzati simulando o evocando gli elementi naturali con materiali freddi, moderni. È il caso dei grandi oggetti tribali realizzati in lana d'acciaio (Trappola, della Tate Modern di Londra), in pelo acrilico (la grande Vedova blu del Mumok di Vienna) o in eternit ondulato (Campi arati, di cui esistono tre esemplari, conservati rispettivamente al Musée de la Ville di Strasburgo, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma, al Kröller-Müller di Otterlo). È pure il caso di 32 mq di mare circa, ove la superficie del mare è evocata dalla graduale modulazione del blu di metilene in 32 vasche quadrate di lamiera di ferro, colme d'acqua e disposte a terra l'una accanto all'altra.In altre, più rare occasioni il ricorso a materiali naturali è diretto, come accade nella grande Cornice di fieno della Galleria Nazionale, un rettangolo di paglia largo quasi tre metri che comporta ardui problemi conservativi. Tonelli, nella sua lunga introduzione alle schede del catalogo, tenta una chiarificazione di alcuni aspetti cruciali dell'opera di Pascali: convince su tutto il rilievo dato alla nozione di gioco che informa i lavori dell'artista pugliese, l'idea di una scultura vuota, "finta", che rimanda alla realtà simulandone le forme, i fenomeni, e andando oltre il puro e semplice prelievo tipico dei ready made. Risulta invece più difficile accogliere il confronto tra Pascali e Magritte, che Tonelli ipotizza, o la ferma esclusione dei lavori dedicati alla pubblicità: tenendo conto della brevità del percorso di Pascali e al contempo dell'eterogeneità delle sue sperimentazioni, è forse un azzardo operare distinzioni troppo nette tra la produzione scultorea e gli studi compiuti in campi adiacenti, seppure con un registro e con obiettivi diversi. Serviranno nuove indagini per cucire assieme queste esperienze, nuove indagini che si potranno giovare del fondamentale contributo offerto da questo catalogo generale. Mattia Patti
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