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Il pastore di Erma. Testo originale a fronte (versione palatina)
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Collana ''Il Nuovo Melograno'' - Difficile reperibilità. Volume nella sua brossura originale, 280 pagine con testo latino a fronte ed alcune illustrazioni in nero nel testo. Ha curato l'opera Anna Vezzoni, l'introduzione si deve ad Antonio Carlini. Copia in condizioni pari al nuovo, con tutta evidenza mai frequentata; spedizione in 24 ore dalla conferma dell'ordine..

Dettagli

1994
280 p.
9788871661612

Voce della critica


recensione di Cordati, B., L'Indice 1994, n.10

Esce presso la casa editrice Le Lettere di Firenze il primo volume di una nuova collana di scrittori latini del medioevo e del Rinascimento, diretta da Michele Feo, Vincenzo Fera, Silvia Rizzo: è "Il Pastore" di Erma, operetta cristiana scritta attorno alla metà del II secolo in ambiente italico; la cura è di Anna Vezzoni e la prefazione di Antonio Carlini. A questo primo volume seguiranno gli "Inni naturali" di Michele Marullo a rappresentare una diversa religiosità, di ispirazione lucreziana e naturalistica; la "Storia di due amanti" di Enea Silvio Piccolomini, una storia d'amore; e ancora l'"Alda" di Guglielmo di Blois, una fonte boccaccesca; e la "Vita di san Francesco" di san Bonaventura.
Abbiamo dato subito questi titoli perché sia più chiara l'intenzione della collana; e l'esame del primo volume è molto convincente. Vi possono essere infatti diversi modi di leggere questo libro, e vi sono diverse ragioni per leggerlo; soddisfa certamente le esigenze dello studioso, curato com'è dal punto di vista filologico e informativo, della traduzione e delle note; per lo scrupolo scientifico e assieme la spinta intellettuale ed emotiva su cui si appoggia l'introduzione.
Ma c'è anche un lettore non filologo che sente il peso di tutti quei secoli per lui muti che precedono i libri su cui la sua cultura si è formata, primo di tutti la "Commedia"; che continuamente si domanda chi c'era dietro Dante, quali testi gli erano familiari: spontaneamente familiari, voglio dire, perché letti da tutti, citati da tutti nella colta Firenze, magari senza che fosse conosciuto l'autore o l'intero testo; si domanda da dove proveniva quella cultura che ci pervade e in noi rimane senza che lo sappiamo; che è prima di ogni nostra scelta consapevole; e in Dante, ad esempio, è prima che egli conoscesse e scegliesse i suoi libri; quella cultura involontaria che cresce col corpo stesso delle persone recando ineludibili eredità dall'una all'altra generazione. La nuova cultura in lingua italiana si è innestata sul tronco latino, il latino di Boezio e dei Padri Apostolici, dei Padri della Chiesa, dei filosofi e storici della prima Rinascenza: lì bisogna andare a vedere se vogliamo conoscere.
Definirei questo libro come un mezzo per "andare a vedere". Il titolo e l'autore sono certo sconosciuti ai più, proprio per la straordinaria noncuranza che ha consentito alla nostra cultura di lasciar cadere mille anni di pensiero europeo. Erma scrisse il suo "Pastore" in greco; vi fu una versione etiopica, una medio-persiana, tre copie; vi fu quasi immediatamente una versione latina e un'altra seguì nel V secolo. Era un libro destinato al vasto pubblico delle comunità cristiane, e al suo pubblico arrivò; anche la discussione se il libro fosse adatto alla diffusione dell'ortodossia, le riserve di alcuni editori, l'ira di Tertulliano ci danno la misura della sua importanza. Proprio all'inizio dell'introduzione Carlini, insigne grecista e papirologo, fa osservare l'interesse di questo testo anche come documento del modo di diffusione degli antichi testi cristiani, da mano a mano, senza intervento di editori-librai: e in ogni pagina è palpabile la presenza di un pubblico, la risonanza che l'autore intendeva dare alle sue parole.
Abbiamo tra le mani un testo composito, che sembra nato e cresciuto con spontaneità vegetale, e disposto a crescere ancora; e un autore di cui non sappiamo nulla. Ma il testo, come tutti gli organismi viventi, parla di sé, e racconta ogni cosa.
Il Pastore del titolo lo troviamo solo a libro avanzato; sono già trascorse cinque "Visioni" già la donna vecchia-giovane che impersona la Chiesa ha impostato per Erma, suo interlocutore, il problema fondamentale, la rianimazione della fede e la costruzione di una Chiesa migliore. Ora si svolgono i dodici "Precetti" e le dieci "Similitudini" tramite i quali il Pastore-Angelo istruisce Erma e gli insegna la futura azione. Il Pastore si presenta in perfetta tenuta bucolica, "con una pelle bianca indosso, una bisaccia in spalla ed un bastone in mano", e la scena si svolge in Arcadia - naturalmente, verrebbe da dire, data la scelta della figura del Pastore così ben caratterizzata: se non sapessimo dall'introduzione che questo ha posto problemi, che si è tentato persino di espungere o di leggere diversamente il nome della regione; e se non avessimo visto Carlini stesso rassegnarsi a questa Arcadia, dopo una breve discussione, con la mossa di uno che si fa coraggio e si decide: "In Arcadia, dunque, l'angelo fa sedere Erma in cima a un monte... ". Tuttavia non è certo questa l'unica citazione dai classici di Erma; ai passi segnalati nell'apparato si può forse aggiungere, all'inizio della "IV Visione", l'Orazio satiro di "Ibam in agrum per via Campana... ".
Ripensando a lettura finita al carattere di questo scrittore vien da concludere che davvero, come dice Michele Feo, "il passato è imprevedibile". Da un'accesa ispirazione religiosa e morale, dalla convinzione che la definitiva venuta del Cristo sia vicina, che la fine del mondo e l'ora del rendiconto incombono su tutti nasce un'opera dal discorso severo ma piano, che cerca anche nella più dura conclusione quella goccia di miele che può render bevibile la medicina. Un buonsenso illuminato dal sorriso della bontà domina dovunque. Il dialogo è certo scelto come modo didattico ma è condotto con incalzante naturalezza. Erma parla con sé stesso, non in segreto ma di fronte ai molti suoi ascoltatori; obbedisce al reiterato comando della Chiesa, "Scrivi, innanzi tutto tu scrivi; allora scrissi lettera per lettera". Scrive anche ciò che non capisce perché il primo dovere è quello di domandare; come Dante ascolta parole che capisce e parole che sono troppo alte o terribili per essere capite, come Dante viene trattato da importuno e grosso. Ma non ne è scosso il suo candore; le domande insistono, accennando spesso un gusto di commedia; o raggiunge nelle risposte un livello alto di ispirazione, come nel "Precetto sulla Tristezza", svolgendo un discorso naturale, senza confini obbligati, tutto una superficie modellata e accogliente.
La sapienza del testo mantiene intatta la sua autorità, la certezza, la misura, il mite e irremovibile distacco: "Apprendono con difficoltà, perché sono arroganti e presuntuosi", oppure: "Voglio dire che bisogna liberare ogni uomo dalle difficoltà. Infatti chi vive nella miseria quotidianamente si trova in grande tormento e bisogno", e infine: "Uomini di tal genere, che gareggiano per le cariche, sono sciocchi".

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