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Matteo Righetto

Editore: Guanda
Anno edizione: 2013
Pagine: 153 p. , Brossura
  • EAN: 9788823504073
  Quando si sceglie di scrivere di luoghi bellissimi e pieni di tradizione anche culturale si hanno di fronte due strade: cercare una via nuova, rischiando le secche pittoresche dell'originalità a tutti i costi, oppure accettare la tradizione e lavorare a partire dai suoi clichés. Matteo Righetto, nella Pelle dell'orso, sceglie questa seconda via e racconta il fascino sublime della montagna attraverso la caccia a una Bestia, reale o simbolica, che ne infesta i boschi. Questa esperienza è filtrata dagli occhi di un ragazzino, Domenico, timido e sfortunato, e di suo padre, un rozzo emarginato che ha un passato da svelare. Questa triangolazione, montagna-bestia-bambino, ha una lunghissima tradizione, recentemente rivitalizzata per esempio dall'adattamento cinematografico di Belle e Sébastien di Nicolas Vanier. Eppure Righetto utilizza consapevolmente lo stereotipo, come ben fa capire nel finale, quando l'esperienza infantile e perciò assoluta del suo piccolo protagonista s'incrocia con uno dei momenti topici della storia delle montagne venete, che diviene il tema chiave del libro. Il rito di iniziazione, traumatico e necessario, che porta un adolescente a contatto col male assoluto, diviene perciò metafora di una terra intera che nel 1963 si ritrovava ferita a morte ma unita in un percorso di salvazione che la costringeva a raggiungere l'età adulta. Verità e metafora si scambiano le parti, e l'ovvietà dell'impianto narrativo vira in unicità emblematica e localissima, l'assoluto dell'esistenza ha la sua materialità esperienziale. Parabola antieroica, La pelle dell'orso rifugge dalla facile consolazione della favola, anche se della favola mantiene alcuni topoi. L'autore dedica l'opera alle proprie figlie, e certo sembrano essere i ragazzi i veri destinatari del testo, dei ragazzi ai quali si ha il dovere di donare la memoria di una terra che sembra sempre più smarrirla, e si ha il dovere di regalare senso nel modo più semplice possibile. Periodi brevi, piccolissimi capitoletti, parole semplici, emotività immediata e schietta sono gli ingredienti che veicolano il messaggio. Della cui altezza, in realtà, non si può dubitare, almeno quando nel finale si spiega: "Vide l'orso. Sì, lo vide. La ragione di tutto. Il male di tutto. Tutto". Il male di tutto, scrive, e in effetti il famigerato orso è chiamato El Diàol, il diavolo. A tratti emerge un sostrato biblico, ma assai semplificato, una lotta tra il bene e il male, dove però a vincere non sarà uno o l'altro, ma l'uomo che attraverso la conoscenza del male saprà affrontarlo e, in una certa misura, accettarlo. Così sembra essere accaduto al Veneto e ai suoi abitanti. È difficile e spesso vano tentare di raccontare in un breve romanzo il carattere di una popolazione, cercare di coglierne tanto l'ossatura archetipica quanto la sintomatologia (spesso la patologia) caratteriale, eppure nella piccola messe di personaggi l'autore individua efficacemente il tipo del burbero di buon cuore, al quale si può ricondurre il padre, Pietro Sieff, ma anche l'amico eremita Zelger, o l'avversario strafottente Crepaz, burberi di buon cuore, tutti, dove però è sempre il buon cuore ad avere la meglio sul burbero. In un'epoca di repentine e traumatiche trasformazioni, un Veneto che propone, oltre la sua oramai notissima facciata di ricchezza e arroganza, un volto nuovo e antico, e una sensibilità inaspettata.   Alessandro Cinquegrani  

Recensioni dei clienti

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    MichiB.

    07/08/2015 13.58.59

    Ho molto apprezzato questo racconto.Una storia semplice e credibile, raccontata con uno stile asciutto e poco pretenzioso(cosa che io apprezzo). Un libro che si legge tutto di un fiato,un libro che ti trascina in mezzo ai boschi al fianco di Domenico, con dentro la stessa paura di incontrare da vicino il temuto "Diàol". Bravo Matteo Righetto. ps:trovo le critiche pubblicate sopra davvero senza alcun fondamento.

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    mondodue

    05/03/2015 10.35.01

    anni '60, una montagna selvaggia, una natura potente, le paure di un bambino, le rudezze di un padre, lo scioglimento del ghiaccio, un'avventura entusiasmante, due fucili da caccia grossa, un orso demoniaco... rimane tutto dentro per lungo tempo, dopo la fine della lettura... bello, emozionante, suggestivo, ci si vorrebbe "entrare", far parte!

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    Daniela

    19/11/2014 17.08.28

    Un paese di montagna di livello culturale infimo e maschilista, sembra popolato poco più che da pescatori e cacciatori che, come unico valore, coltivano l'odio per gli animali e in particolare per un orso, soprannominato Diàol. Qui vive, con i turbamenti dell'adolescenza e un padre indescrivibilmente squallido e avido, un ragazzino dodicenne, il cui unico stimolo è rappresentato dal personaggio d Tom Sawyer, del quale cerca idealmente di ripercorrere le avventure. Quando il padre, per scommessa, lo porta a caccia dell'orso, il ragazzo si sente eccitato dal pericolo, immaginandosi un eroe del quale la ragazzina dei suoi sogni (peraltro senza personalità, in quanto femmina) sarebbe fiera (perché mai dovrebbe condividere tali orrendi sentimenti???) A questo punto, si potrebbe immaginare che qualcosa volga in positivo i sentimenti cupi che aleggiano sullo scritto, ribaltandone il senso, valorizzando le figure degli animali, introducendo un'evoluzione...e invece no, l'odio prevale in un crescendo che porta dritto alla banale quanto scontata conclusione. L'autore forse non è consapevole di quanto sia pericoloso avvicinare gli adolescenti, ai quali il libro si rivolge, a sentimenti così forti e negativi. In un momento storico in cui mai prima d'ora è stato così sentito il problema della violenza negli adolescenti verso gli altri esseri viventi, umani e non, questa lettura la esalta come valore. I riferimenti letterari a Tom Sawyer, le suggestive descrizioni del paesaggio montano, se intendono in qualche modo dare dignità all'avventura (un eufemismo, perché si tratta in realtà di istigazione alla violenza allo stato puro) non smussano minimamente la portata distruttiva del contenuto antieducativo del libro, che, in my opinion, è un'operazione commerciale di livello veramente basso. Faccio notare che anche per ragioni professionali leggo molto, di buono e meno buono, ma non ho mai sentito il bisogno di fare una recensione tanto negativa. Ci sarà pure un perché.

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    Elena

    02/03/2014 19.20.21

    Un libro semplicissimo, che racconta una storia che fa piangere e che rimane nel cuore per le emozioni che suscita.

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    enrico

    18/12/2013 17.13.55

    libro bellissimo ,con tanto sentimento descrive un mondo di montagna duro ma reale con personaggi che , per chi va per montagne, capita ancora di trovare.

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    ernestina

    15/05/2013 13.39.25

    Ho letto il libro in una serata.Bellissimo e a tratti molto commovente.Il rapporto padre figlio così freddo e distante colpisce e intenerisce.Il bambino cresciuto troppo in fretta riesce a riscattare l'amore e la dignità del padre attraverso un impresa più grande di lui.Da leggere e meditare.Complimenti all'autore.

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