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Prima edizione. ''Biblioteca Adelphì', 28 - Brossura editoriale con bandelle, 231 pagine. Traduzione di Adriana Motti. Superficiali tracce di umidità al dorso e al taglio laterale, peraltro buona-ottima copia - James Joyce sosteneva di formare con James Stephens una coppia di gemelli celesti «nati alla stessa ora dello stesso giorno dello stesso anno nella stessa città». E Stephens aggiungeva: «Ma in due letti diversi, e questo fu il solo neo nei nostri rapporti». Tanto forte doveva essere questa convinzione in Joyce che, in una lettera scritta mentre disperava di poter mai finire Finnegans Wake, egli indicava in James Stephens l'unico scrittore che eventualmente avrebbe potuto portare a termine il suo lavoro. E ciò non solo perché questi disponeva in maniera prestigiosa di tutta la tastiera mitica e fantastica dell'Irlanda, ma perché Stephens era anche lui dotato di una formidabile abilità stilistica, di un orecchio rigoroso per il ritmo. Solo che la forma dei suoi scritti è quanto di più diverso dall'ultimo Joyce; una semplicità apparente, una sviante elementarità del linguaggio e dei temi si ritrovano in tutte le sue opere - poesie, racconti e memorabili conversazioni alla radio - e così anche nel suo capolavoro ''La pentola dell'oro'' (1912). Questo libro, che fin dal suo apparire si guadagnò dei fanatici ammiratori, è pressoché indefinibile, ma di questa sua natura elusiva e polivalente il lettore si rende pienamente conto alla fine, dopo essere passato attraverso una complicata storia che è insieme un conte philosophique, un romanzo fiabesco dove compaiono dèi di varia origine - come Pan e Angus Óg - un libro per bambini, un libro pieno di humour per gli adulti, un'allegoria del difficile matrimonio fra intelletto e istinto.
.<p>Prima edizione. ''Biblioteca Adelphi'', 28 - Brossura editoriale con bandelle, 231 pagine. Traduzione di Adriana Motti. Superficiali tracce di umidit&agrave; al dorso e al taglio laterale, peraltro buona-ottima copia - James Joyce sosteneva di formare con James Stephens una coppia di gemelli celesti &laquo;nati alla stessa ora dello stesso giorno dello stesso anno nella stessa citt&agrave;&raquo;. E Stephens aggiungeva: &laquo;Ma in due letti diversi, e questo fu il solo neo nei nostri rapporti&raquo;. Tanto forte doveva essere questa convinzione in Joyce che, in una lettera scritta mentre disperava di poter mai finire Finnegans Wake, egli indicava in James Stephens l'unico scrittore che eventualmente avrebbe potuto portare a termine il suo lavoro. E ci&ograve; non solo perch&eacute; questi disponeva in maniera prestigiosa di tutta la tastiera mitica e fantastica dell'Irlanda, ma perch&eacute; Stephens era anche lui dotato di una formidabile abilit&agrave; stilistica, di un orecchio rigoroso per il ritmo. Solo che la forma dei suoi scritti &egrave; quanto di pi&ugrave; diverso dall'ultimo Joyce; una semplicit&agrave; apparente, una sviante elementarit&agrave; del linguaggio e dei temi si ritrovano in tutte le sue opere - poesie, racconti e memorabili conversazioni alla radio - e cos&igrave; anche nel suo capolavoro ''La pentola dell'oro'' (1912). Questo libro, che fin dal suo apparire si guadagn&ograve; dei fanatici ammiratori, &egrave; pressoch&eacute; indefinibile, ma di questa sua natura elusiva e polivalente il lettore si rende pienamente conto alla fine, dopo essere passato attraverso una complicata storia che &egrave; insieme un conte philosophique, un romanzo fiabesco dove compaiono d&egrave;i di varia origine - come Pan e Angus &Oacute;g - un libro per bambini, un libro pieno di humour per gli adulti, un'allegoria del difficile matrimonio fra intelletto e istinto.<
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