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Alberto Cavaglion

Editore: Il Mulino
Collana: Intersezioni
Anno edizione: 1998
Pagine: 112 p.
  • EAN: 9788815066459
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recensioni di Bravo, A. L'Indice del 1999, n. 01

Per via invisibile è la storia di una famiglia – Giuseppe Davide Diena, Elettra Bruno e i loro figli Paolo e Giorgio – che esce dimezzata dalla guerra.Arrestato per "cospirazione ebraica" nell’inverno ’42 e poi nell’estate ’44, rinchiuso nel campo di transito di Bolzano, Giuseppe è deportato a Flossenburg dove morirà nel marzo ’45.I figli entrano nelle prime bande della Val Chisone all’indomani dell’8 settembre, e nell’autunno ’44 Paolo, studente in medicina, viene ucciso dai tedeschi mentre lascia il fondovalle dove ha accompagnato alcuni ammalati.Centro e custode dei rapporti, Elettra fa convergere su di sé tutto il dolore tacendo ai figli il trasporto del padre a Bolzano, al padre la sorte del figlio.Paolo muore in montagna immaginando i genitori relativamente al sicuro sulla collina torinese, Giuseppe muore in lager immaginando i suoi due ragazzi uno a combattere, l’altro a prendersi cura dei compagni.

In presenza di poche notizie di archivio, per i protagonisti parlano documenti personali e familiari: articoli, estratti, il diario di Elettra, il prezioso carteggio di più di duecento lettere cui la famiglia affida la propria unione anche quando non sa se arriveranno, e quanto mutilate – la via invisibile, di cui scrive Giuseppe in una lettera da Bolzano, è quella che seguono i sentimenti per incontrarsi.

Leggendo, viene voglia di tessere l’elogio di Torino, la città dove la vicenda ha avuto inizio e oggi viene riportata in vita da questo libro innovativo rispetto alla storiografia dell’antifascismo e della Resistenza: l’entusiasmo sfuma se si pensa che ci sono voluti più di cinquant’anni – e uno studioso della terza generazione e una casa editrice con sede a Bologna – perché si compisse il passaggio dalla memoria privata o semiprivata a quella pubblica.Un intervallo inescusabile, non inspiegabile.Nato e nutrito nella famiglia, molto più domestico e spirituale che politico, l’antifascismo dei Diena non appartiene ad alcuno schieramento, non ha legami diretti con i maggiori gruppi cospirativi, non passa attraverso i luoghi classici di cultura dell’opposizione borghese, non ha rapporti con quella proletaria, non incrocia l’università né le case editrici; agli storici dell’antifascismo, tanto più di quello torinese, caratterizzato come pochi altri dalla presenza di grandi genealogie familiari e politiche, dev’essere sembrato marginale – scrive Alberto Cavaglion – un ibrido difficile da padroneggiare e poco spendibile nella costruzione di una immagine ideologicamente forte della Resistenza.

Quella dei Diena infatti è una famiglia "normale" dove, come in tante altre, la politica non è la guida primaria né il fine dominante delle scelte;Ma non è affatto "normale" se si assume come criterio quella che Vittorio Foa chiama "pubblica opinione riposta nei cuori", che presiede all’agire etico, e che se spesso non diventa politica in senso tecnico, appunto per questo è sottratta alle sue contingenze.Una qualità – dono naturale, conquista?– che ha trovato piuttosto sordi gli storici, e attentissimi i più diversi studiosi del totalitarismo, da Bettelheim a Hannah Arendt a Todorov; e che i Diena possiedono al massimo grado. In questa chiave si può leggere tutta la loro storia.

Il rischio era costruire nuove icone di un antifascismo umanitario più vicino alle sensibilità del presente; Cavaglion lo supera creando un impianto narrativo in cui al tempo circoscritto degli eventi si intreccia il più lungo respiro della storia familiare, così da connettere i comportamenti a un tessuto di vita e di cultura che viene da lontano e che con le sue radici plurime resiste a ogni appropriazione.

Lungo quattro capitoli intitolati a ciascuno dei protagonisti, conosciamo come dal vivo questa famiglia della borghesia agiata e colta, con il suo lessico, i suoi riti, la casa dove si leggono Gandhi e Rolland, parabole buddiste e la biografia di Rosmini, si suonano pianoforte e violino, ci si confronta intensamente.E conosciamo una per una le persone.

Il padre è un medico che ha amato fare ricerca e pubblicare su riviste scientifiche, ma ha presto scelto la professione come servizio; un cultore dei valori risorgimentali che ha fatto la grande guerra, che nei primi anni venti partecipa all’esperienza libertaria e minoritaria di Democrazia radicale e trova sbocco al suo ideale di fratellanza nella massoneria e nella neonata Croce Verde; un razionalista governato dall’ottimismo, che persino dopo le peggiori smentite fatica a chiudere la linea di credito aperta all’umanità.È anche un ebreo, non praticante ma fedele alla propria religione, che prende in moglie una cattolica convinta e devota. È soprattutto un libero pensatore, non inesperto di politica ma portato a coglierne con ironia le piccole vanità, un sincretista curioso delle vite diverse e dei pensieri distanti e pronto a integrarli nella sua visione del mondo.

Elettra, la fervente cattolica che ha preso per marito un ebreo massone, trova nella religiosità una risorsa per il suo ruolo di educatrice e baluardo della famiglia, e sa adattarlo alle circostanze. Anima mistica e spirito pratico, di fronte alle efferatezze naziste e fasciste ammonisce i figli a non farne "una scusante" per se stessi; dopo l’arresto del marito si impegna per scoprirne i retroscena.Come sottolinea Cavaglion, a unire il dottore e la moglie è il talento dell’ibridazione, raro ieri e oggi, il gusto di costruire, come il Fausone di Primo Levi, ponti che scavalchino i confini.Più simile al padre Paolo, più politico e avventuroso Giorgio, i figli portano nell’esperienza partigiana la stessa moralità esigente e fiduciosa, capace di prendere atto dei lati grigi della Resistenza senza che l’adesione ne sia intaccata.

Ma sono anche altri, e importanti, i nuclei tematici offerti da questo libro: per fare qualche esempio, l’interpretazione della rispettabilità vissuta da Giuseppe, dove il principio vittoriano delle buone apparenze si capovolge in disciplina interiore; la maternità "liberale" di Elettra, che riscatta lo stereotipo della moderna madre borghese prigioniera e carceriera della casa; e ancora, l’interrogazione sulla praticabilità della non violenza in situazioni limite, o sulle aporie della distinzione fra violenza giusta e ingiusta.

Difficile non innamorarsi di questa storia.In poco più di cento sorvegliatissime pagine, Cavaglion ne riproduce il clima grazie al tono quieto e al rigore funzionale del metodo, che si sposano a una lieve ironia verso il prontuario tuttofare della rispettabilità accademica.E na-turalmente grazie alla scelta inconsueta di trattare l’antifascismo "esistenziale" o "umano" non come una tappa del cammino verso approdi politici, ma come la manifestazione storica di una cifra morale che li trascende.Dopo la guerra Elettra lavorerà nel volontariato sociale e nel sostegno agli ex detenuti; ad accompagnarla nel viaggio finale vorrà un sacerdote cattolico e un esponente della comunità ebraica torinese. Del dottore, c’è testimonianza che a Flossenburg era insorto contro un medico tedesco per la mancanza di farmaci in infermeria; e che negli ultimi giorni, "quando vigeva la legge del si salvi chi può", ancora passava tra gli ammalati a imboccare quelli che non ce la facevano più a sollevare un cucchiaio di zuppa.