Una perfetta stanza di ospedale

Yoko Ogawa

Editore: Adelphi
Anno edizione: 2009
In commercio dal: 18 febbraio 2009
Pagine: 128 p., Brossura
  • EAN: 9788845923548
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Descrizione
"Ogni volta che penso a mio fratello, il cuore mi sanguina come una melagrana scoppiata" esordisce la protagonista del racconto che da il titolo al volume, e per cercare di dimenticarlo del tutto, si immerge "nel ricordo della sua quieta camera di ospedale". Quella stanza, in cui il ragazzo ha trascorso alcuni mesi prima di morire "assurdamente giovane", era un luogo "perfettamente ripulito dalla sporcizia della vita". A poco a poco sorella e fratello si rinchiudono nel mondo a parte della stanza, che pare impermeabile alla corruttibilità della materia organica, e dove regna l'asettica purezza dell'assenza di cibo, dell'assenza di odore. Ed è come se assaporassero la "serenità perfetta che si prova all'inizio di una storia d'amore". Anche nel secondo racconto a un mondo "di fuori" si contrappone un mondo "di dentro": quando è costretta a portare la nonna - "chiusa in una realtà tutta sua" - in un ospizio per vecchi, una "scatola bianca ... piena di buone intenzioni" chiamata Nuovo Mondo, la ragazza Nanako si sente "murata viva" nel piccolo appartamento che per anni ha diviso con lei, e comincia a chiedersi quale sia ora il suo, di mondo, e se ci sia una realtà oltre a quella che le sta "crescendo dentro".

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    Barbara

    20/06/2010 17:35:09

    E' un libbricino dal formato minuto, l'aspetto indifeso. Contiene due racconti della Ogawa legati da un semplice filo conduttore: la malattia e la morte. Ma nel modo in cui vengono raccontate sono talmente intrecciate all'amore ed a una dolcezza mai espressa a parole, che traspira dagli spazi bianchi tra una riga e l'altra, da incantare. Ho letto tutto quanto è stato pubblicato da questa autrice finora e questo libro è uno dei miei preferiti, anzi, forse il preferito. Dire di più rovinerebbe tutto, ovviamente, ma lo consiglio senza remore, per chi vuole conoscere questa autrice, ben più dura in altri suoi lavori. Se lo stile o il genere non fanno per voi, sarà un libro di cui liberarsi facilmente, tanto è piccino. Se, invece, ve ne innamorate, cercate "La formula del professore". E se avete il coraggio di andare oltre, accogliendo anche quella che i suoi critici definiscono "la vera essenza Ogawa", il suo lato oscuro, allora potrete facilmente trovare "L'Anulare" e "La casa della luce", oltre ad "Hotel Iris".

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Che l'Oriente di Ogawa sia per lo meno sorprendente per il lettore occidentale si capisce già dagli accostamenti del titolo. Il binomio perfezione/stanza d'ospedale suona abbastanza strano e il senso di spiazzamento aumenta quando si scopre che in quella stanza una giovane veglia per mesi il fratello, incurabile, che muore. Nel secondo testo la protagonista porta la nonna, persa in un mondo con cui è impossibile comunicare, in un istituto per anziani. Due racconti brevi, scritti molto bene e che aiutano a penetrare i segreti risvolti di una sensibilità e spiritualità "frequentate", ma in fondo ancora poco comprese. La sorpresa è vedere dolore e lutto vissuti in una dimensione di compostezza che riesce a rendere accettabile, quasi "sereno", l'"innaturale" del morire. Ogawa è del '62, ma in Giappone l'esistenza continua a essere un percorso, e morte e vita metamorfosi, manifestazioni attraverso cui si trasmigra. Percezioni, educate per tradizione a essere raffinate e registrare l'"impercettibile", raccontano nel dettaglio la "storia" di questo "passaggio", che ha ombre ma anche molta luce. Ambienti minimalisti, ascetici, resi perfetti per sottrazione, fanno da cornice al trascorrere delle stagioni, che ritmano e sono simbolo di quello che accade. Nel silenzio è quasi possibile sentire scendere le gocce della flebo, e anche le emozioni vengono distillate, si fanno e rifanno i letti, la pulizia ricorda le abluzioni e i rituali di purificazione scintoisti, insieme alla "sporcizia" si annulla l'"imperfezione". Assolutamente giapponese la concezione del vivere come atto di "resistenza estetica" ed emotiva, esercizio di concentrazione e controllo, cerimonia per ri/portare ordine e bellezza. Il primo atto di questa cerimonia è quello di ritagliarsi lo spazio "perfetto" della stanza d'ospedale e tenerlo ben separato dal "fuori", la realtà "vera", la sua inaccettabilità. Le due protagoniste compiono un percorso "laico" di "illuminazione" che le trasforma e rivela un quotidiano sotteso e diverso.
Laura Fusco