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Thomas Hardy

Editore: Marsilio
Anno edizione: 2006
Pagine: 209 p., Brossura
  • EAN: 9788831788786
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Strettamente legati alle impressioni giovanili, quando l'autore suonava il violino nelle feste dei villaggi e i contadini gli raccontavano miti e leggende del Dorset, i racconti di Thomas Hardy, narratore e poeta tardo-vittoriano, tra i primi ad anticipare nelle sue opere vitalità, ansia e crisi radicale del Novecento, contengono una visione del mondo e del destino umano di tragica potenza. Sullo sfondo "un luogo di sogno che non è mai esistito", in realtà, tratteggiato come un quadro fiammingo del Seicento, il paesaggio arcaico del Dorset nativo, l'estesa zona sudoccidentale dell'Inghilterra, ribattezzata, con il nome dell'antico regno sassone, Wessex, la valle del Froom, la brughiera di Egdon. E ancora: Marlott, Stinford, Dorchester e la vita collettiva e corale delle comunità rurali, isole chiuse e immobili nel tempo. Palcoscenico ideale, dunque, per dare corpo con un linguaggio robusto e vigoroso a romanzi e racconti che hanno come protagonisti contadini che tagliano ginestre al chiarore di lanterne forate, venditori d'ocra, braccianti mungitrici, o scalpellini.
In Personaggi di vecchio stampo i passeggeri di una diligenza raccontano a turno alcune storie della loro cittadina. Destinatario di questo viaggio a ritroso nella memoria del villaggio è John Lackland, l'emigrante di ritorno dall'America che, falliti i propri sogni, tenta, riallacciando i fili del passato, di costruirsi un futuro a Longpuddle, il paese d'origine. Mentre i cavalli avanzano "ondeggiando con il loro carico di quattordici anime", nascono uno dall'altro questi nove racconti brevi. Il tempo arretra e attraverso queste "vittoriane 'mille e una notte'", si rievoca la vita della vecchia cittadina: dal matrimonio del dongiovanni Tony Kytes, durante il quale i cugini Hardcome decidono di scambiarsi le fidanzate, all'avventura del vecchio Andrey, che finge di saper suonare il violino pur di mangiare alla tavola del signore del villaggio, dalla caccia alla volpe del reverendo Toogood, personaggio che sembra uscito da un romanzo di Wodehouse, alla tragedia di Mrs Winter e Mrs Palmey e al trucco di Netty Sargent per raggirare il feudatario, e così via, nel tentativo di colmare lo spazio tra passato e presente. Ma ribaltando il tema del viaggio Hardy riserva al suo moderno Odisseo sradicamento e solitudine: sceso dalla diligenza, nel cimitero del paese, l'occhio di John indugia infatti sui nomi incisi nelle lapidi e comprende l'inutilità di una ricerca il cui fine, trovare un luogo dove vivere, gli è precluso a partire dal suo stesso nome, Lackland, "senza terra" appunto. Una ricerca destinata a fallire anche perché espressione diretta di quel "vizio moderno dell'irrequietezza", ovvero di quella "malattia" del movimento – ad apertura dei romanzi molti dei protagonisti di Hardy sono infatti sulla strada, chi su un carretto chi a piedi – che tenta di cambiare e sconvolgere tutto.
Risultato di una forza immaginativa in cui la lettura di Darwin e di Schopenhauer ha spento ogni speranza religiosa, anche i racconti di Hardy proposti da Leonetta Bentivoglio – autrice di una prefazione esauriente e rigorosa – scritti dal 1883 al 1893, e alcuni tradotti per la prima volta in italiano, si aprono alle tragiche fatalità, al "magico" e al sovrasensibile per esprimere l'intensa e inesorabile ironia del fato. Come i romanzi, con i quali dialogano intensamente, anche le short stories presentano all'interno di una narrazione di stampo realistico un nucleo nudamente tragico. Con tecnica cinematografica, un'inquadratura dopo l'altra – come non pensare in Ritorno alla brughiera all'occhio del romanziere che si avvicina come una telecamera a Eustacia Vye, immobile nella notte di fronte al fuoco? –, Hardy accompagna i suoi personaggi di sconfitta in sconfitta, fino alla negazione estrema di una qualsiasi forma di amore o di pace. Sempre presente, sullo sfondo, come sospesa in ascolto, una natura spesso erroneamente interpretata come ostile, in realtà personaggio indifferente come il dio - il "Presidente degli Immortali" lo chiama Hardy, citando Eschilo, alla fine di Tess – che l'ha creata.
In Barbara della casata dei Grebe emerge la visione pessimistica e spregiudicata del rapporto tra uomo e donna all'interno del vincolo matrimoniale, "poiché l'amore si nutre di vicinanza, ma muore di contatto"; nel racconto gli sposi saranno felici "secondo i gradi di quella scala in discesa che il Cielo, com'è noto, ha stabilito per questo genere di colpi di testa". Parallelamente nel racconto Nel distretto occidentale l'innamoramento è giudicato un errore che conduce inevitabilmente "alla sovrappopolazione, agli stenti, alla letizia, alla rassegnazione e alla disperazione" e, come scriverà Hardy in Jude l'Oscuro, il romanzo che segna il suo addio alla prosa per dedicarsi negli ultimi trent'anni di vita esclusivamente alla poesia, la donna "a lungo andare finisce sempre per avere la peggio". Tra echi di antiche superstizioni – Il violinista delle danze scozzesi – vendette e atmosfere gotiche – Il braccio avvizzito – critiche al clero – La tragedia di due ambizioni – e storie di grande egoismo – Il veto del figlio – emerge il senso del tragico, trattato con la caratteristica ironia dei maggiori romanzi di Hardy: la salvezza è negata, una condanna metafisica grava sull'essere e l'individuo, sia che partecipi a una fiera o passeggi nella brughiera sferzata dai venti, è solo e vulnerabile e deve rinunciare anche alla memoria della felicità.
Al presente e al futuro, aborrito quello industriale, Hardy chiede che si guardi secondo una prospettiva diversa, non scontata: in un'epoca determinata da un violento e distruttivo sviluppo sociale l'unico progresso che vale la pena realizzare deve coniugare un miglioramento morale e culturale, ed è necessario interrogarsi sul destino di un'umanità immancabilmente e crudelmente frustrata in ogni sua aspirazione. Quelli di Hardy sono infatti personaggi che esprimono la precarietà della vita, l'illusione, la finitezza e transitorietà umana di fronte al nulla, e per i quali, come nel drammatico verso ultimo del Canto notturno di Leopardi, "è funesto a chi nasce il dì natale". Nell'universo di Hardy non prevalgono mai le forze migliori: "Non sempre la corsa la vince chi va più veloce, né la battaglia chi è più forte" risponde John Lackland al vetturino che gli domanda se la vita "lo ha trattato bene"; eppure, questa lotta impari contro il destino ha una sua tragica grandezza. A differenza dei personaggi del contemporaneo Henry James, costantemente impegnati nelle raffinatezze della commedia umana, i contadini di Hardy, classe emarginata dai ribaltamenti sociali e politici dell'epoca, rappresentano l'umanità intera in lotta contro i decreti del fato.
Per contrasto, in questo paesaggio desolato, risaltano i profili di creature femminili la cui bellezza, ha scritto Virginia Woolf, entusiasta ammiratrice di Hardy, può essere vana e il destino terribile, ma nelle quali arde la vita più intensa. Il colore della vita e la sua luce si riflettono in queste figure mirabilmente delineate, in bilico tra il romanticismo della letteratura dell'Ottocento e le nevrosi novecentesche.
  Silvia Lorenzi