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recensione di Perrella, S., L'Indice 1996, n. 6

Se vi appassiona il romanzesco, se nei libri cercate una storia, un plot, "Il poema osceno", l'ultimo libro di Ottiero Ottieri, non è un libro per voi. Eppure, qualunque lettore, anche in assenza di tessiture romanzesche, non potrà non notare come Ottieri riesca a formulare straordinarie sequenze di parole, laddove pensavamo che il silenzio fosse inespugnabile.Ottieri riesce a dire "anche ciò che per natura si negava a esser detto", ha sostenuto Andrea Zanzotto. È come se fosse il ritmo a guidarlo; un ritmo scandito dalla rapidità fluente dei versi e dalla inarrestabile progressione dei dialoghi.Versi e prosa dialogica si alternano e s'intrecciano lungo le ben cinquecento pagine di questo libro.
Ottieri, ancora una volta, dopo il diario narrativo di "Donnarumma all'assalto" (1959), il saggismo narrativo de "L'irrealtà quotidiana" (1966), e la poesia scenica degli ultimi poemetti - da "L'infermiera di Pisa" (1991) a "Diario di un seduttore passivo" (1995) - si pone deliberatamente fuori dai generi.Anche se si potrebbe immaginare "Il poema osceno" come una satira menippea.
La percussiva voce dominante del libro è quella di Pietro Muojo, il quale, stimolato anche dalla sorella Vera, aspira a diventare un poeta civile. Pietro è un bisessuale che non si dimentica mai dell'esistenza pulsante del sesso; ha una corte di giovani amici e amanti: Lorenzo, Luigi, Samantah, Barbara..., e con loro intesse fittissime conversazioni e coiti. Sembra, come una creatura di Beckett, un poeta immobile; scopriamo, invece, che ha corso molto, e non solo dietro le parole. Pietro ci tiene a farci sapere che "pensa fiducioso all'aldilà, senza sminuire l'aldiqua" e che, dopo essere stato un "vecchio adolescente ora non vive che come uno stoico bambino". Ha passione per gli ossimori e, ogniqualvolta gliene scappa uno dalla penna, ce lo segnala.
Pietro è evidentemente un nuovo tono di voce d'aggiungere a quella "autobiografia perenne" che Ottieri non si stanca di orchestrare. L'uso insistito dell'ossimoro credo possa leggersi come una traduzione letteraria del "bipolarismo", la parola che gli psichiatri usano per definire i maniaci-depressivi; una delle parole "magiche" adottate da Ottieri.
Anche i temi di questo libro sono bipolari e dunque ossimorici: la vecchiaia di Pietro (ricordo, in questo senso, la sua bisessualità) o di Vera si può trasformare in improvvisa gioventù; la malattia mentale è anche uno stato di salute (sì "psiche cottolenghica", ma anche "vitalità sormontante, / vitalismo esclamativo"); l'oscenità è anche un desiderio di normalità ("Egli vuole / essere normale. È il suo male"); il vivere fisicamente al Nord (a Milano, una "radiografia di una metropoli stecchita") significa pensare continuamente al Sud (a Pozzuoli, ad esempio, che "è diventata un tumore immenso, terribile, meraviglioso"); l'irrealtà è una delle forme della realtà; il disprezzo della letteratura è anche la consapevolezza del suo valore ("Non ho mai sentito / fortemente come adesso, / che la letteratura ha / un valore, anche se lo nego / prendendolo in giro"). E, come abbiamo già visto, bipolare è anche la forma: sia prosa dialogica ("le righe lunghe") sia "smitragliate" di versi ("le righe corte").
Fermiamoci per un momento sulla malattia mentale; dall'esterno si potrebbe pensare che possa costituire un limite: è invece un punto di vista globale installato all'interno del dolore.E siccome il dolore, la sofferenza mentale e corporea sono una fetta sempre più invisibile della nostra vita sociale e allo stesso tempo dilagante, Ottieri, con il suo sguardo "rasoterra", riesce a formulare una plausibile icona dell'umano: "Cerco un mondo dentro il terriccio del mondo". In quest'ultimo libro, inoltre, la malattia di Pietro s'incrocia con quella, cronica, dell'Italia: un andirivieni "fra Paese e Io". L'istinto satirico di Ottieri coglie quasi con naturalezza le dilaganti brutture morali della vita "civile" dell'Italia, "una repubblica fondata sulle cambiali", dove "l'opinione pubblica... s'incendia due volte al giorno" e dove "l'attuale democrazia irreale si nutre di bellicosità lombarda reale".
Come si sarà capito, "Il poema osceno" è un concentrato di energia davvero inusuale, dove il poeta ha "il diritto di delirare", ma lo fa con consapevole esattezza. L'impressione è che Ottieri abbia voluto rileggere tutta la sua opera precedente, mettendola a confronto con quella di alcuni suoi coetanei, come Pier Paolo Pasolini e Paolo Volponi, definiti, insieme a Gramsci, "gli ultimi maestri". Rileggendo il senso primario e vitale della sua letteratura, Ottieri sfata luoghi comuni critici (la letteratura industriale), ironizza su deliranti dibattiti del passato (quello su "Metello"), descrive con maestria critica inaspettata opere altrui e sfotticchia quelle di moda oggi. Ottieri, come sempre, scalpita davanti a una letteratura per letterati e invoca una vita che "deve avere la forma mirabile di un ottonario di Puskin", ricordandoci che "la poesia è esatta come un cacciabombardiere". In questo senso, la sua letteratura sembra avere le stimmate conoscitive della necessità: "Io non voglio / fare le cose. / Sono sempre costretto". Ed è da questa costrizione che si sprigiona la libertà dell'intera opera di Ottieri, di cui "Il poema osceno" sembra essere l'ilare "prologo di un testamento".