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Cod. int. gz60 Condizioni: Come nuovo Autore: Michnik, Adam Lingua: italiano pubblicazione Torino, Bollati Boringhieri, 2007 collana: Incipit , 15 pagine: 77 p., 11x17,5, brossura ISBN : 9788833917382 . 77. . Ottimo (Fine). . . .
È il 4 luglio 1946. Kielce è una città della Polonia sudorientale in cui fino al 1941 vivevano molti ebrei. Nel 1946 ne ritornano centocinquanta. L'accoglienza non è entusiasta. Molti si sono impossessati delle case degli ebrei evacuati dalla città e deportati a Treblinka. Nessuno pensava che qualcuno sarebbe mai tornato. Quella mattina di luglio un bambino dato per scomparso dichiara alla polizia che è stato sequestrato dagli ebrei, che è stato tenuto in una cantina e che dopo tre giorni è stato liberato da un bambino ebreo. Alle 11 la polizia lo conduce nel palazzo dove dice di essere stato sequestrato. È seguito da una folla che chiede vendetta e punizione. Riconosce il palazzo. Non ci sono però cantine in quel palazzo. La convinzione, tuttavia, è più forte dell'evidenza. Inizia l'assalto al palazzo. Che riprende il pomeriggio, la sera e la mattina seguente. Il bilancio, alla fine, è di quarantadue morti e cinquanta feriti. Ci vorranno cinquant'anni perché ufficialmente quel bambino, che allora aveva otto anni, ritorni a parlare in una intervista per dire che la sua deposizione fu inventata e distorta, che il padre lo costrinse a denunciare gli ebrei e che la polizia segreta lo minacciò, allora, e ancora per molto tempo, perché continuasse a ripetere e a sostenere la sua accusa.
Adam Michnik, a sessant'anni di distanza, ripercorre e ricostruisce complessivamente quella vicenda sulla scorta delle testimonianze e dei testi stesi nei giorni stessi del pogrom da molti dei protagonisti istituzionali: tra cui il vescovo Kaczmarek, il vescovo Kubina e gli esponenti della comunità ebraica. Da una parte vi sono dunque i due vescovi, accomunati da molte cose, ma divisi sul giudizio specifico. Kaczmarek, infatti, ritiene il massacro un'operazione istigata dalla polizia segreta e attenua la responsabilità dei cittadini di Kielce, perché convinto come loro che gli ebrei fossero al servizio dei nuovi padroni russi e comunque schierati con i nemici della Polonia. Kubina, invece, condanna il pogrom e, pur confermando sia il suo antigiudaismo, sia la convinzione che ci sia stato un complotto della polizia segreta, ritiene che sia mancata da parte dei polacchi una manifestazione di pietà e di solidarietà per i sopravvissuti e che la chiesa non abbia fatto sentire la sua voce.
Michnik, dall'altra parte, chiama in causa anche gli esponenti della comunità ebraica, che non trovarono in quella circostanza parole per comprendere il dolore dei polacchi che vivevano l'arrivo dei sovietici come una nuova occupazione, mentre gli ebrei vi videro i propri liberatori. La conseguenza fu che i polacchi videro confermata in quella "felicità" il carattere antinazionale degli ebrei. Ognuno, afferma Mchnik, era chiuso nel proprio dolore. Le premesse di una nuova rivalità erano poste. Solo nel 1981, grazie a Solidarnosc, divenne possibile riaprire quel dossier. Ma ancora oggi quell'argomento non è superato, come dimostra Joanna Michlic nel suo saggio sulla memoria della Shoah in Polonia nel secondo volume della Storia della Shoah (Utet, 2006). Il piccolo e denso libro di Michnik consente dunque di comprendere quali siano le modalità e le retoriche di un sentimento popolare di lunga durata con cui nel lungo dopoguerra è stato davvero difficile e complicato fare i conti.
David Bidussa
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