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«[…] Come in molte vecchie case del quartiere, le finestre, alte e strette, scendevano fino a trenta centimetri dal pavimento e arabeschi in ferro battuto reggevano la sbarra del davanzale.» “La porta” di Georges Simenon, edito per Adelphi, con traduzione di Laura Frausin Guarino, fu scritto dall’autore a Noland e trovò la conclusione il 10 giugno 1961. Vide la sua prima pubblicazione solo nel 1962 da Presses de la Cité. Ed è proprio da una delle tante case di quartiere che dalla sua sedia il protagonista, Foy, segue le vicende che si susseguono sulla strada dove vive insieme alla moglie Nelly. Bernard e Nelly da due decenni vivono in un appartamento sopra la pasticceria Escandon, all’angolo di rue des Minimes. Foy non ha un’occupazione questo perché la sua esistenza è cambiata da quando, mentre si trovava di pattuglia nel bosco durante la Seconda guerra mondiale, le sue mani toccano una mina che poi è esplosa. Da questo momento le sue mani non esistono più e sempre da questo istante, Bernard, non si sente più un vero uomo. In lui si sviluppano mille insicurezze, mille paure, mille fobie che si coniugano e fondono con una morbosa gelosia verso Nelly. La coppia non ha mai smesso di amarsi, la coppia è ancora complice; eppure l’uomo viene roso dalla gelosia. È un sentimento malsano, lo sa, soprattutto dal momento in cui nel palazzo si trasferisce un giovane illustratore inchiodato su una sedia a rotelle dalla poliomielite. Si tratta del fratello di Gisèle, una collega di Nelly della ditta Delangle & Abouet. Questo è il filo conduttore che porta la moglie del protagonista spesso a casa del giovane: ella si occupa di consegnargli dei pacchi da parte della sorella. Recensione completa: https://dagrandevolevofarelalettrice.wordpress.com/2026/06/05/la-porta-di-georges-simenon/
A conti fatti, direi proprio di sì, almeno per qualche annetto di lettura, vista la vastità e la varietà della sua produzione letteraria stimata fino a 600 titoli. E se poi consideriamo che le pubblicazioni in edicola dei suoi romanzi duri - GEDI (I capolavori di George Simenon) -, al momento, si sono protratte fino al numero 35 (e ci si può aspettare ulteriori aggiunte future), personalmente rischio di andare avanti, solo con questa collezione, almeno fino al 2028, senza considerare altri vari titoli che di lui ho già in libreria. Vabbè, Simenon se la merita tutta questa attenzione e questa spesa; e se la merita pure il mio edicolante, che non mi fa perdere un numero, e che è pure mio cognato. Quindi, messi i pro e i contro sulla bilancia, avanti tutta anche con le 'dilatazioni' editorialmente furbe, nonostante la grafica assai discutibile delle copertine e la lungaggine di tutta l'operazione. Tanto più che "La porta" è un'altra perla: riesce sempre a dribblare i pensieri di chi legge verso un epilogo che scarta con naturalezza le soluzioni più scontate. Inaspettate svolte perturbanti.
La gelosia è un’ emozione che può assumere diverse sfumature, da un inconscio timore a una vera e propria ossessione, ed è quest’ultima il tema di La porta, un romanzo abbastanza breve scritto da Georges Simenon forse in uno dei rari periodi insoddisfacenti. L’idea è indubbiamente buona,perché ha per oggetto le paure di un uomo che si sente a metà dopo che in guerra ha subito l’amputazione di entrambe le mani e che soprattutto per questa sua menomazione diffida della moglie che è sempre stata ambita da altri uomini; la realizzazione, però, con il passaggio da uno stato di incertezza a una certezza del tradimento frutto di una paranoia ossessiva non è reso al meglio. In particolare il narratore belga trascina la vicenda eccessivamente, nel senso che si dilunga, a mio parere, senza necessità. Del resto immagino lo scrittore seduto al suo tavolo di lavoro, con la pipa eternamente in bocca, che gigioneggia, butta giù una riga, rilegge, gli sembra poco, ne aggiunge altre due, compiacendosi oltre misura di quanto sta realizzando. Eppure, di tanto in tanto, riaffiora la grande classe di Simenon, come quando scrive del respiro della sera o mette a nudo, non solo idealmente, i due protagonisti, uno di fronte all’altro, in una reciproca confessione che anziché attenuare l’ossessione di lui finisce per accentuarla, trasformandola in una accettazione colma di riserve. E’ indubbio che le notorie capacità di sondare psicologicamente gli animi qui trovino il terreno ideale, però resta il fatto che in certi momenti l’atmosfera che da inerte diventa cupa finisce piano piano per soffocare l’attenzione del lettore, fatto di cui si doveva esser reso conto Simenon al punto di ideare una soluzione finale del tutto sorprendente in un romanzo che non è certamente di genere, cioè né noir, né poliziesco, ma che forse almeno nelle intenzioni avrebbe dovuto avere quella tensione che caratterizza un’azione delittuosa.
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