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recensione di Migliaccio, C., L'Indice 1997, n. 8
La figura artistica di Charles Ives (1874-1954) è tutt'oggi poco conosciuta, e la produzione musicale poco eseguita, nonostante sia uno dei compositori americani più interessanti e originali. Oggi però il lettore ha a disposizione in traduzione italiana alcuni importanti scritti, come i quattro saggi introduttivi a una delle sue composizioni principali, la "Concord Sonata" per pianoforte, del 1915. Sono testi a metà strada tra estetica musicale e filosofia, essendo tale sonata dedicata ai pensatori "trascendentalisti" americani di fine Ottocento, Emerson, Thoreau, Hawthorne e gli Alcott, dai quali il compositore ha tratto ispirazione. Affascinato dal loro idealismo mistico-panteistico, Ives volle realizzare la difficile scommessa di mettere in musica delle idee filosofiche, mentre gli scritti introduttivi avrebbero dovuto costituirne l'esplicazione teorica. Ovviamente non discutiamo qui sulla riuscita musicale di questo ambizioso progetto, che rimane pur sempre testimonianza di una personalità estremamente vivace, ricettiva rispetto a mille stimoli nonché pronta a sperimentare qualsiasi novità. Manifestiamo solo il timore che, alla lettura degli "Essays Before a Sonata", il potenziale ascoltatore possa scoraggiarsi e non affrontare la musica del compositore statunitense, facendosi l'errata convinzione che essa sia corrispondente alla prosa.
Infatti, nessuno potrà fare a meno di notare - e non lo nascondono né la curatrice né Gianfranco Vinay, che ha firmato la prefazione - uno stile farraginoso e prolisso, l'enfasi incontrollata, l'impiego eccessivo di metafore, talora assurde, se non talmente ridicole da produrre umorismo involontario. Prendo un esempio fra molti. Parlando della filosofia di Alcott (il quale, sia detto tra parentesi, era un insegnante solito punire un incolpevole compagno di banco di un ragazzo cattivo, per dimostrare come il peccato possa coinvolgere anche l'innocente!), ecco cosa ci viene propinato: "Tutte le occupazioni materiali e spirituali dell'uomo, pur nella loro diversità, provengono da un'unica mente e da un'unica anima! Se egli sente che è presuntuoso sottoscrivere tutte le affermazioni precedenti per poi presentare - anche se non come dimostrazione di quelle affermazioni stesse - il lavoro delle sue mani, si ricordi che un uomo non è sempre responsabile del porro che ha sul viso, né una ragazza dell'efflorescenza sulla guancia; e allorché usciranno una domenica per fare una passeggiata all'aria aperta, la gente li vedrà; loro però devono pur prendere un po' d'aria".
Quanto poi alle cosiddette idee filosofiche, esse sono imperniate sul legittimo e pacifico dualismo tra "sostanza" e "maniera" che, mutando i termini, si riscontra spesso nel pensiero estetico di molti artisti e che può essere per esempio accostato alla celebre polarizzazione schönberghiana di "stile" e "idea". Si tratta in Ives di un'onesta distinzione tra genio e talento, spirito e linguaggio, sincerità e menzogna che, pur se affrontate con una certa approssimazione, rimangono testimonianza di un'esigenza di purificazione stilistica e di trasgressivo antiaccademismo, tipici dell'epoca. Se si limitasse a ciò, il compositore americano potrebbe essere anche perdonato per avere inserito tra i "manieristi" nientemeno che Cÿajkovskij e Debussy (presumibilmente gli mancava allora una certa distanza critica). Il problema è che, in tutto il testo, quell'innocuo dualismo viene di volta in volta amplificato con la terminologia e i concetti confusionari che Ives mutua dai già citati "trascendentalisti": pertanto abbondano le Bellezze supreme e le perfette Verità, le Anime superiori, gli Assoluti, gli Infiniti e via dicendo fino a divini Misteri e Spiriti del mondo vari, in un miscuglio tra hegelismo e vitalismo, naturalismo ed ecologismo "ante litteram", che non potrà far altro che gettare nello sconforto anche il lettore meno disincantato. Che poi la curatrice, nella sua postfazione, ci faccia passare questo calderone per una "consacrazione del molteplice" ci sembra quantomai sproporzionato.
Quelli che invece appaiono meno spiacevoli, pur nella loro ingenuità, sono gli scritti, per così dire, economici e politici, che vengono inseriti nella prima parte del volume. Troviamo una guida per il buon assicuratore (Ives esercitò a lungo questa professione), o i criteri per la valutazione del cliente; e poi una serie di proposte, alcune rivolte - senza successo - al Presidente degli Stati Uniti, per l'emendamento della Costituzione federale, riguardo la possibilità di far accedere tutti cittadini alle decisioni del Congresso, tramite una scheda-questionario rivelativa. Al di là dell'evidente irrealizzabilità di una simile idea, che sarebbe piaciuta a molti utopisti della politica, da Rousseau a Pannella, ciò che sta alla base del progetto è l'auspicabile emancipazione dell'opinione pubblica dall'influenza dei partiti e dei gruppi di potere. L'idea viene ampiamente espressa nel saggio intitolato La maggioranza, la cui denuncia di un mondo dove le decisioni vengono prese solo da pochi dominanti privilegiati, senza tener conto dei molti dominati emarginati, dovrebbe ancora oggi far riflettere. Purtroppo, anche in questo caso, Ives inquina queste sue spontanee motivazioni con le solite espressioni enfatiche di derivazione trascendentalistica. E c'è da dire che il lavoro della traduttrice, per quanto assai meritorio nel decifrare i caotici manoscritti di Yale, non fa certo nulla per smussare le asperità e le pesantezze della scrittura.
Comunque, detto questo, il lettore saprà sicuramente sfrondare quanto di sovraccarico si trova nella prosa e nel pensiero del geniale musicista-assicuratore, in modo da riuscire a cogliere quello che vi è di genuino e autentico, al di là delle sue fascinazioni e della sua oggettiva difficoltà di espressione: l'idea di una musica profondamente sentita, a livello anche emotivo, libera da condizionamenti formali e culturali; l'odio per le pedisseque ripetizioni e l'amore per la citazione creativa, anticipazione questa di tanto neoclassicismo europeo. Nonché la fiducia, estetica e politica, che un giorno non lontano scolari e minatori potranno fischiettare sia Beethoven che canzoni in quarti di tono. Un'utopia che viene espressa, anche questa volta, con toni inequivocabili: "Si avvicina il tempo, anche se non sarà nel corso della nostra vita, in cui la musica potrà sviluppare potenzialità adesso inconcepibili e diverrà un linguaggio di tale trascendenza che le sue più alte vette e le sue profondità saranno comuni a tutto il genere umano".
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