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DAZHAO, LI, Primavera e altri scritti, Pratiche, 1994
ACHENG (A CURA DI), Strade celesti, antologia personale della narrativa cinese, Theoria, 1994
recensione di Masi, E., L'Indice 1995, n. 1
Claudia Pozzana presenta una raccolta di saggi (1913-23) di Li Dazhao, una delle personalità più rappresentative fra i rivoluzionari cinesi nel primo terzo di secolo. Silvia Calamandrei e Maria Rita Masci, traduttrici, offrono ad Acheng - una delle personalità più significative fra gli scrittori cinesi dell'ultimo terzo di secolo - la possibilità di presentare al pubblico italiano una scelta illuminante, se pur limitata, di racconti pubblicati negli anni ottanta (ma alcuni scritti in precedenza). Sono due casi di buone traduzioni e invito alla lettura di testi ricchi di pensiero e di alta qualità letteraria, che emergono dal mare di altre opere deboli o minori provenienti dalla Cina, mal scelte e spesso pubblicate per una malintesa apertura ai "diversi", reputati inferiori sempre e sempre lodati da un etnocentrismo culturale con la maschera dell'umanistica tolleranza. Le due raccolte si collocano al punto di partenza e a quello di arrivo di una lunga storia. Distanti in superficie quanto la durata e il tumulto del tempo che le separa, prodotti di due epoche, sono in realtà legate dal medesimo impasto di tao-buddhismo e tensione alla modernità, non solo, ma da una comunanza di problemi di fondo che attraversa guerre e rivoluzioni e capovolgimenti sociali. Riemergono oggi quasi negli stessi termini, non solo in Cina, molte delle questioni che si posero all'inizio del secolo e a cavallo della prima guerra mondiale. È chiusa con un bilancio di fallimenti una serie di tentativi di correzione o superamento (dalle ipotesi liberalsocialiste a quelle socialdemocratiche, dal keynesismo al bolscevismo al togliattismo al socialismo cinese) di un sistema di dominio oscuro che si proclama illuminato, mentre permane l'oscurità, fino ad assumere tinte mostruose, e risultano sempre più motivati critica e rifiuto espressi per un secolo e mezzo in forme molteplici da riformatori e rivoluzionari. Senza uno sbocco apparente, al momento. In una Cina di cui gli osservatori ciechi proclamano oggi le magnifiche sorti, la disperazione è il sottofondo dei testi raccolti da Acheng; la speranza animava gli scritti di Li Dazhao, nelle disperate condizioni della Cina degli anni venti.
Nel corso della sua breve vita (morì a trentotto anni nel 1927 per mano dei signori della guerra) Li Dazhao portò un contributo originale all'elaborazione di temi che erano centrali nelle vivacissime discussioni di allora e si sono andati riproponendo nel corso degli eventi successivi, fino ai giorni nostri. Toccano il rapporto fra l'eredità europeo-borghese e il socialismo, nell'ideologia progressista. Sono in gioco il progresso associato alla riproduzione del capitale, la modernizzazione indefinitamente ripetuta che assoggetta donne e uomini al rinnovamento continuo e alla distruzione dei ruoli e delle funzioni nel lavoro e nei rapporti sociali; la preminenza della civiltà e della cultura europee colonizzatrici. (L'avvilimento e la distruzione dei contadini, e poi degli operai della vecchia fabbrica... La superiorità del primo sul terzo mondo).
Di Li Dazhao Claudia Pozzana sceglie gli scritti del primo periodo, fino al 1923, considerato in qualche modo un periodo di immaturità dall'apologetica ufficiale, perché appena sfiorato dal marxismo (Li fu uno dei fondatori del partito comunista cinese). La curatrice fa rilevare, nella sua introduzione, l'inconsistenza delle etichette (marxista-non marxista, nazionalista-internazionalista, tradizionalista-modernizzatore...) che gli storici di varia tendenza assegnano al personaggio, con eccesso di semplificazione e fino al fraintendimento. Li considera putrefatta la vecchia Cina ma non accetta la concezione di una cultura cinese inferiore, che debba annullarsi e piegarsi agli stranieri; la mozione anticolonialista lo rende impermeabile alle suggestioni dell'Occidente nei modi che negli anni ottanta domineranno una parte della nuova cultura cinese - quella che pronuncerà la condanna globale della propria civiltà con opere come il telefilm "L'agonia del Fiume". Per Li, come per gli altri maggiori fra i cinesi del tempo, l'assunzione di categorie straniere - nazione e internazionalismo, democrazia, modernità, scienza e progresso, rivoluzione proletaria e socialista - si innesta su una complessa rielaborazione della propria eredità culturale: concetti e concezioni perdono i connotati di partenza, si rimpastano e trasformano in significati originali. Nazionalismo e internazionalismo sono i due poli entro cui si colloca l'uscita dall'universismo / pansinico; scienza e progresso, che valgono ad abbattere il confucianesimo in quanto ideologia del dispotismo, si mescolano alla rivalutazione del pensiero taoista (un processo in atto già dagli ultimi anni del secolo precedente); ma gli stessi fondamenti confuciani non sono cancellati, come prova la permanente centralità dei valori morali identificati con la ragione.
La prima guerra mondiale ha reso manifesta la crisi dei valori dell'Occidente moderno, che la giovane cultura cinese aveva assunto con entusiasmo negli anni dieci. Gli interessi che si celano dietro le teorie della democrazia e del progresso si rivelano particolarmente brutali nei confronti dei popoli colonizzati e di quelli comunque più deboli. La rivoluzione d'ottobre rompe l'immagine unitaria dell'Occidente e col suo messaggio internazionalista ripropone una via di liberazione. Viene accolto l'invito di Lenin che, nei primi anni venti, dopo il fallimento della rivoluzione in Europa, associa la rivolta dei popoli dell'Asia a quella del proletariato mondiale. I dirigenti cinesi che porteranno avanti la rivoluzione (Li Dazhao è il maestro di Mao Zedong) sono i più lontani dai marxisti ortodossi; che al pari dei conservatori escludono il passaggio al socialismo per la Cina arretrata e scarsamente industrializzata. Ma poiché il capitalismo internazionale opprime e sfrutta il popolo lavoratore cinese, scrive nel 1921 Li a Fei Juetian, è impossibile in Cina un progresso che promuova il capitalismo. La rivoluzione russa appariva come la dimostrazione di una via di progresso alternativa. Una volta al potere, negli anni cinquanta, il modello di sviluppo e di gestione alla russa apparirà al popolo cinese non dissimile da quello capitalistico, e il partito comunista si spaccherà riproducendo una frattura di trent'anni prima fra occidentalizzanti-socialdemocratici-marxisti ortodossi (ora seguaci della "via sovietica", in seguito adepti della politica di "mercato") e sostenitori di una "via cinese". Quest'ultima ha trovato espressione solo per verità parziali e si è persa nelle proprie contraddizioni, prima ancora di liberarsi dalle scorie dell'illuminismo e dell'evoluzionismo che tornavano a renderla dipendente dalle ideologie dei colonizzatori.
Il saggio di LI Dazhao intitolato "Primavera", forse il suo più celebrato, non è esente da queste scorie, pervaso com'è da un ottimistico entusiasmo emersoniano. Quasi intollerabile a un lettore di oggi. Claudia Pozzana lo traduce come fosse scritto in versi, ne fa un poemetto. Una soluzione di grande intelligenza (e di non poco impegno per la traduttrice), che ci restituisce l'operetta nell'autenticità del lirismo che la anima e nella pienezza della sua forza comunicativa.
Se alla lettura di "Primavera" facciamo seguire quella dei racconti raccolti da Acheng, misuriamo quanto sia ampia la catastrofe che conclude questo secolo - con la sua tensione alle altezze - in Cina e altrove. I giovani istruiti sono andati nelle campagne, come già li esortava Li Dazhao nel 1919, per gran parte costretti. Hanno conosciuto da vicino quel mondo di lavoratori da cui una tradizione ultramillenaria li teneva separati. Per la prima volta ne parlano con intima conoscenza senza retorica, con partecipazione umana e per autentica vicinanza. La realtà in cui si imbattono (ma è pure in loro) dice orrore e morte. Fra la popolazione innumerevole che abita al di là della ristretta cerchia urbana il tempo è immobile, e nell'assenza del divenire lo spazio senza limiti è soffocante come una prigione. Nel momento stesso in cui arrivano a rappresentarlo con sincerità, i letterati che rifiutano la politica ristabiliscono fra sé e il popolo il vecchio rapporto di identificazione e distanza, ma alla luce del progressismo e della modernità per i quali sono passati, identificazione e distanza appaiono come assenza di comunicazione con gli altri e con se stessi. Allora le "radici" ritrovate si associano a un paradossale trionfo della sinicità quale letteratura. La disperazione si riscatta nella scrittura dove i migliori, come Su Tong, mirano al recupero della forza che era stata della grande prosa del passato: agli antipodi del realismo, è il ritorno alla concisione senza sbavature dei classici e alla concretezza allucinata dell'immaginazione, tesa fra il raziocinio e l'innegabile presenza dello "strano" (meraviglioso o mostruoso). Perdute libertà e speranza.
Nell'attuale postmodernità il progresso si risolve in una corsa cieca verso il futuro. Lo 'streben' si disfa nell'angoscia del non consistere - non esistere. Trascinati dal tempo, in una dimensione nuovamente senza tempo il presente sfugge precipitando indefinitamente. Scompaiono l'individuo e il suo significato. Li Dazhao e i suoi contemporanei non avrebbero previsto una simile evoluzione. Per l'autore di "Primavera", e di un saggio sul "Tempo" che si legge in questa raccolta, il progresso era la conquista del presente (e del passato e del futuro), l'uscita dall'immobilità e dalla morte della conservazione per il movimento nella storia, che non nega ma anzi esalta l'esperienza individuale. Era la dimensione terrestre come immanenza (taoismo); il comunismo come movimento, non come millennio, l'assunzione del "disordine", dove le classi oppresse e in rivolta si rinnovano e non si fissano in figure specifiche.
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