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Attraverso la figura della nostalgica stalinista Aglaja Stepanovna e del mondo che le gravita intorno, l'autore ci guida per i meandri degli ultimi convulsi cinquant'anni della Russia. La scrittura frizzante e caustica predilige l'iperbole e il paradosso, ponendosi nella scia dell'inarrivabile Gogol. Aglaja, ex funzionaria dalla fede monolitica, mai scalfita dalle rivelazioni e dagli avvenimenti, tanto da ospitare nel suo appartamento la statua di Stalin che troneggiava nella piazza del paese, è un personaggio assolutamente indimenticabile. Romanzo a volte esilarante ma con un retrogusto amaro, propaganda monumentale, malgrado le sue quasi 500 pagine e una seconda parte più didascalica e meno scorrevole, è decisamente una piacevole lettura.
Malgrado l'obiettiva pesantezza fisica e metaforica dell'argomento, imperniato sull'irriducibile feticismo militante di una vecchia comunista per una statua di ghisa raffigurante Stalin, le quasi 500 pagine del romanzo scorrono via con incredibile leggerezza e un godimento che si rigenera senza pause o appannamenti. Oltre tutto, più di cento barbosissime ricerche sociopsicoparastoriche, vale questo libro dichiaratamente umoristico a rischiarare una volta per tutte la frivola spietatezza in cui finiscono ineluttabilmente con l'ingolfarsi i massimi rappresentanti del potere planetario, sedicenti democratici o dittatori veraci, G1 o 2 o 3, G8 o più che siano. E' vero che il potere, come diceva il nostro cosiddetto inossidabile Innominato, logora chi non ce l'ha, a partire proprio dalle osannanti masse di babbei che se ne castrano felici per acquistare virilità; ma altrettanto vero è, come dimostra il ghigno amaro di Vojnovic, che il potere logora ancora di più le menti e gli animi di tutti coloro cui sia capitato anche soltanto di sfiorarne il manico. Quindi imperdibile capolavoro, voto che più massimo non si può. Ottima anche la traduttrice.
Il libro di Vojnovic è un capolavoro della letteratura mondiale contemporanea. Con il suo stile fluido e leggero, al limite del surreale, l’autore riesce in un’impresa che nella mia esperienza ho riscontrato solo in Solzenicyn. Aglaja Stepanovna Revkina, la protagonista del romanzo, ad una prima impressione potrebbe sembrare addirittura un personaggio banale. Un'ottusa estremista che non vede al di là delle imprese del suo idolo Josif Stalin. Tuttavia, occorre domandarsi chi sia, o meglio, cosa rappresenti questa donna. Tetragona al limite dell'autodistruzione, non cede di un millimetro alle sue convinzioni senza nessun riguardo per leggi etiche o morali. La morte della madre della vicina di Aglaja è un esempio di questa mancanza di rispetto, ma anche una delle scene più comiche del libro, che sottolinea il gigantismo stilistico di questo autore, il quale riesce a creare un indissolubile legame tra dramma e comicità, quasi in linea con i dettami pirandelliani del "Saggio sull'umorismo". Il ruolo di questa donna, comunque, non può esaurirsi solo in quello dell'estremista. E' una figura molto complessa che quasi come un capro espiatorio Voinovjc sacrifica per raggiungere l'obiettivo della sua opera: descrivere la fragilità e il senso di inadeguatezza alla vita dell'intero genere umano. E' proprio questo che fa del romanzo un capolavoro, perchè lo assurge ad un livello universale. La Stepanovna è una sorta di specchio in cui si riflette l'uomo. All'inizio del romanzo è essa stessa che riflette l'insensatezza e gli errori del comunismo, ma col passare del tempo diventa il paradigma di confronto per gli errori e le nefandezze che il genere umano continua a perpetrare, anche se il comunismo è caduto. Questo è il vero messaggio di Voinovjc, che poi la storia si svolge in Russia è un elemento quasi trascurabile. Non sono le ideologie o i falsi miti che traviano l'uomo, ma è l'uomo che travia se stesso. Una sola cosa mi lascia perplesso, possibile che di questo autore siano state pubblicate solo tre opere in Italia?
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