Qualcosa di scritto

Emanuele Trevi

Collana: Romanzi
Anno edizione: 2012
Pagine: 246 p., Rilegato
  • EAN: 9788862200646
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Recensioni dei clienti

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    gianni

    12/10/2014 17:38:09

    Il libro si legge piacevolmente, fra provocazioni, memorie, nostalgie, sfacciataggine, autoironia, ardita filologia pasoliniana, semi-iniziazioni eleusine. La lettura di "Petrolio" rimane discutibile, forse riduttiva, ma interessante. Su tutto svetta la patetica figura della Pazza, grottesca e drammatica.

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    Guglielmo

    29/09/2012 11:51:57

    Un libro con dentro molti nomi di gran peso per nascondere la mancanza di peso del libro. Invece di letteratura, un espediente letterario per lettori (molto) ingenui.

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    ant

    12/09/2012 20:54:49

    Un libro che è un po' un romanzo, un po' un dossier a mio avviso però è soprattutto un ritratto ben riuscito di un grandissimo del pensiero contemporaneo cioe PPP = Pier Paolo Pasolini. L'autore spazia dalle descrizioni della sua esperienza al Fondo Pasolini, alle digressioni riguardanti "La Giaguara" ossia l'amica di sempre di PPP , Laura Betti(detta anche bonariamente "La Pazza") fino a narrare con minuzia e precisione dell'ultimo romanzo di Pasolini, Petrolio. L'alternarsi della varie storie sopra descritte non spiazza il lettore, anzi, a mio parere lo avvicina sempre di più a quello che era il modo di pensare e di agire dello scrittore friulano. Trevi mette al centro del suo romanzo proprio tutta la vena innovativa, profetica e anche tragica contenuta tra le pagine dell'ultimo romanzo di Pasolini, Petrolio. S'intuisce quello che è il fine di Trevi, cioè far capire ai suoi lettori che Pasolini abbattendo tutti i clichè degli anni '70, aveva ben intuito la fine che avrebbe potuto far(che puntualmente, sigh, si avverò)..ma non si tirò indietro, lasciandoci in dote un'eredità comportamentale,morale e letteraria difficile da eguagliare. Molto bello penso che avrebbe meritato lo Strega più di Piperno

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    Lady Libro

    10/09/2012 17:12:23

    Tantissimi sono gli argomenti di questo "saggio romanzato": un'analisi approfondita di "Petrolio", il romanzo incompiuto scritto da Pasolini e pubblicato postumo, una vera e propria rivelazione, una rievocazione della letteratura passata, uno scandalo, una novità, un metaforico proseguimento di una vita irrimediabilmente perduta. Si parla di Pasolini stesso, un genio artisticamente universale e innovativo in ogni campo, privo di malizia e pudore, incompreso e quasi emarginato dalla società di allora semplicemente perchè diceva le cose così come stavano, affermava l'indicibile uscendo dalla finzione perbenista e corrotta che ogni persona possedeva. E infine, forse più di ogni altra cosa, si parla di Laura Betti, attrice, cantante, nonchè grandissima amica di Pasolini. Si assiste alla visione di una Laura, allora direttrice del Fondo Pier Paolo Pasolini, sul viale del tramonto, ormai anziana, prigioniera della sua obesità e dei suoi vizi, ma sempre impavida e feroce come una tigre, senza peli sulla lingua, detentrice di un caratteraccio piuttosto irascibile, burbero e bisbetico che le conferirà il soprannome "La Pazza". Eppure è proprio questa donna "l'erede" del compianto Pier Paolo, una specie di sua rimanenza al femminile, uno specchio che riflette qualcuno che non c'è più e al tempo stesso è onnipresente. Scritto con un linguaggio piuttosto complesso e ricercato, con tutti questi contenuti spesso mischiati tra loro senza divisioni precise, "Qualcosa di scritto" trasporta il lettore in un altro tempo, quasi in un'altra dimensione. E'un viaggio tra cinema, letteratura, storia e arte, un viaggio "dentro" le persone, in un mondo ormai scomparso, ancora neonato e schiavo di una metalità chiusa alle innovazioni, eppure in qualche modo detentore di un'antica bellezza che ora non c'è più.

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    aristos

    30/08/2012 12:38:44

    "Da più di duecento anni (dai tempi di Diderot, di Sterne, tanto per fissare un punto) la letteratura non aveva, si può dire, smesso di correre. Inseguiva un limite ideale, sempre un po' oltre la possibilità dei singoli. Dai suoi stessi sprechi e fallimenti, ricavava preziosi combustibili. Tra i saperi umani, poteva considerarsi come una punta di diamante. Più destino che mestiere, il suo esercizio produceva ad ogni generazione forme di santità e follia destinate a rimanere a lungo esemplari. (...) Mettendo in conto innumerevoli cadute, quella concezione ormai tramontata della scrittura letteraria continuava a procedere sui trampoli dell'Esperimento e dell'Inaudito. Una naturale affinità elettiva la rendeva complice di ogni tipo di rivolta e sovversione, non importa se il bersaglio era l'ordine politico o le abitudini della vita interiore. Tutto questo noi lo chiamiamo, con una parola un po' risaputa ma tutto sommato adeguata, modernità. Alla parola si connette in modo quasi automatico l'idea, sempre identica nell'infinita varietà degli stili e delle visioni individuali, che la letteratura sia una forma insostituibile di conoscenza del mondo. Non un repertorio di trame buone per il cinema, tantomeno un consumo destinato a un'illusoria elevazione "spirituale", ma una sfida, un oltraggio irrimediabile, l'ultimo giro destinato a conficcare la vite nel cuore stesso della verità". Così parlò Emanuele! e non c'è altro da aggiungere!

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    Giulia

    01/08/2012 09:49:54

    Ritrovo con piacere Emanuele Trevi in questo nuovo libro, lo avevo perduto dal suo ultimo lavoro che fatico a considerare come opera letteraria. Lo ritrovo con la sua bella scrittura, acuto e spesso poetico nelle pagine su Laura Betti, nelle annotazioni su Roma, nel racconto della proiezione non filtrata di Salò a Castel Sant'Angelo ed in altri brani felici. Lo ritrovo, ma lo riperdo proprio nel momento di trattare il materiale che vuole essere ragione e nucleo del suo testo, la sua scrittura si affloscia, si intimorisce, forse comprensibilmente, di fronte alla ribollente materia di Petrolio e del suo autore. Avvilente l'appendice fotografica, un po' diario di viaggio, un po' supporto icografico che, al contrario delle note ricche e stimolanti, riporta ad espedienti di editoria furba dalla quale Trevi prende le distanze anche nelle pagine di questo libro.

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    MAURO

    31/07/2012 17:50:01

    peccato per lo Strega mancato - UN LIBRO ORIGINALE ,INTELLIGENTE, FUORI DAGLI SCHEMI, PER ME GIA' UN CLASSICO.

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    Daniele Botti

    30/07/2012 11:18:42

    Ho recensito positivamente Trevi nel caso di "Senza verso", che mi era sembrato ottimo. In questo caso invece la scrittura è totalmente priva di forza, mentre l'impianto complessivo è una specie di ircocervo che mischia la biografia con la critica letteraria senza arrivare a un risultato soddisfacente in nessuno dei casi. Due pallini invece di uno per alcuni passaggi degni di nota: la gita al monumento di Pasolini a Ostia, il viaggio finale a Eleusi, alcune scenette con la Betti. Un libro moscio, una conferma che il premio Strega è solo una spartizione della torta tra editori e conventicole varie.

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    Cristiana

    29/07/2012 13:40:32

    In Italia è una vera anomalia: un saggio e insieme una quasi autobiografia. Un po' slegato forse, ma molto interessante e ben scritto. Incredibile che sia candidato allo Strega data la qualità scadente degli ultimi autori vincenti. Speriamo....

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    francesco v

    25/06/2012 17:00:44

    Scrittura agile e accattivante. Consigliato a chi ha letto almeno una volta Pasolini. Consigliatissimo a chi di Pasolini non ha letto nulla mai

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    Claudia

    30/04/2012 14:44:18

    Intanto Emanuele Trevi scrive da dio; e poi l'argomento del libro (Laura Betti, Pasolini, Petrolio, i misteri eleusini, l'iniziazione) è affrontato con totale sensibilità, riuscendo a "iniziare" il lettore a questo mondo che, più gli anni passano, più sarebbe un peccato dimenticare. Un libro importantissimo, a mio avviso.

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    Romolo Ricapito

    13/04/2012 01:12:45

    Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi scandaglia le personalità di Pier Paolo Pasolini e Laura Betti nel momento della caduta. Di Pasolini viene analizzato principalmente il testo di Petrolio, romanzo rimasto incompiuto, mentre della Betti il ritratto che viene fuori è a dir poco impietoso. Ovvero quello di una donna che, a capo della Fondazione Pasolini (sita in un appartamento ricco di faldoni e molto trafficato da parte di studiosi, giornalisti e imboscati) aveva l'abitudine di offendere tutti in modo osceno e grottesco, dando agli uomini sostantivi e aggettivi al femminile. La vittima principale della furia devastante e immotivata della Betti è proprio l'autore del libro al quale non pare vero di vendicarsi, descrivendo tutto il peggio di colei che egli chiama anche la Giaguara. E così il saggio assume un aspetto chiaramente intellettuale per colui che Trevi per brevità chiama PPP, mentre una cornice grottesca imprigiona la Betti. Di "Petrolio" vengono fornite delle precise chiavi di lettura, utili a svelare un "non-romanzo" ostico e dai sottotesti talmente oscuri da rivelarsi totalmente incomprensibili anche ai lettori più preparati. In sintesi, di Petrolio viene disvelato il mistero del "doppio" che vede il protagonista Carlo, un industriale, sdoppiarsi in un altro Carlo. Il Carlo-bis cambia improvvisamente sesso: al posto del pene gli spunta una cavità; vagina che il poeta stesso sogna di inglobare, ossia di diventare tramite questo alter ego egli pure una donna che si concede a 20 uomini con lussuria, sfrenatezza e torbida sottomissione. Questa precisa forma di asservimento sarebbe l'unica chiave utile a penetrare la realtà vera dell'esistenza; sperimentare, cioè, la sessualità nel ruolo di chi "riceve" (o è sottomesso) garantirebbe in realtà la completezza e la comprensione dell'Infinito. Un libro sufficientemente esaustivo.

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    Massimo Gatta

    02/03/2012 11:15:28

    Non perdiamo inutilmente tempo e spazio: bellissimo.

Vedi tutte le 13 recensioni cliente (dalla più recente) Scrivi una recensione

  Forse mai come in Qualcosa di scritto è contenuto il "carattere letterario", la cifra più autentica di Emanuele Trevi. Come se in questo nuovo lavoro fosse più chiaramente svelata e portata alla luce la tessitura minuziosa che, fin dagli esordi nel 1994 con Istruzioni per l'uso del lupo, rende i suoi libri così illuminati da un'attitudine innata e coltivata, imperniata sulla ricerca-rivelazione di una propria voce, tanto più capace di incidere e di fissarsi nella mente quanto più legata a un'urgenza, una necessità interiore. Testi sospesi tra la prosa, la saggistica, la critica d'arte, un'autobiografia sempre impastata e confusa, inverata dalla finzione, un genere che si sviluppa per ritrarsi e annacquarsi in un altro, con una tale sistematicità e coazione a ripetere da porsi come l'esempio più autentico, efficace, di una scrittura letteraria alternativa all'ansia definitoria e così fortemente concentrata sulla forma romanzo, dominante in questi anni: qualcosa di scritto allora, impossibile e inutile da definire, come i segni che si lascia dietro un'esistenza, imperfetti, misteriosi. Solo qualcosa di scritto,come una fra le più alte forme di rispetto e comprensione: esistenziale, quindi letteraria, artistica. C'è sempre un che di commovente nello scoprire e nel seguire qualcuno alle prese con il proprio mondo interiore, e qualunque sia il gradiente più o meno alto di affinità con quanto si va apprendendo, il discrimine è sempre dato dalla materia viva che ne emerge, dall'incandescenza che riesce a ricrearsi in una forma nuova, palpitante. "Il talento è solo la forma artistica del carattere", si legge in Senza verso, e tutti i lavori di Trevi ne portano il segno. Quell'attitudine consumata a far rivivere il proprio percorso intrecciando aneddoti, ricordi, soffermandosi su un'opera d'arte, un dipinto, un libro attraverso cui più profondamente tratteggiare l'orizzonte che si va schiarendo, fin da subito è parsa come qualcosa di indispensabile. Ed è inseguendo con gli occhi della mente il profilo di questa figura perfetta, evanescente eppure realizzabile, che si incastona alla perfezione, ancora una volta, e con maggiore evidenza, Qualcosa di scritto. Di che cosa tratta questo libro? Di Pier Paolo Pasolini, certo. Un Pasolini fatto rivivere alla luce di colei che era convinta di essere l'unica persona ad averlo compreso nel profondo, Laura Betti. Ed è "all'ombra di quella Chernobyl mentale" che lo scrittore, trentenne, proprio in prossimità della pubblicazione del suo primo libro (nel 1994), compie un'esperienza decisiva al Fondo Pasolini. È qui, a pochi passi da piazza Cavour, in un edificio divenuto un vero e proprio "spazio psichico", "estensione della mente malata e infelice di Laura", che Trevi, narratore in prima persona, avvicina lo spettro di una figura così potente. E la grandezza di questo progetto è tale anche perché, procedendo nella lettura, come sempre abbiamo visto accadere nella sua opera, da un libro se ne genera un altro: un libro nel libro nel libro. "La Pazza": così Trevi definisce l'attrice e l'artista, ed è come se in questo soprannome sia compresa tutta l'ostilità che misurava la distanza tra lei e il mondo (ad esclusione naturalmente di Pasolini), ma è, ugualmente, un soprannome in grado di restituire tutta la dolcezza di uno sguardo capace di cogliere come raramente accade un carattere, una personalità, anche quando schiacciate dalla follia: "Le uniche scuole davvero degne di essere frequentate sono quelle che non ci scegliamo e delle quali, per così dire, imbocchiamo la porta per caso; così come le uniche materie che ci conviene approfondire sono quelle che non hanno nemmeno un nome ben preciso, e tantomeno un metodo razionale di apprendimento. Tutto il resto, alla fine, è relativo. Laura era un libro di testo chiassoso e sgradevole da sfogliare, ma pieno di rivelazioni". Il nucleo della ricerca si rivela in tutta la sua luminosità quando a coincidere non sono solo degli eventi contingenti, uniti da legami più o meno evidenti, ma è l'avventura stessa, umana e artistica, a inverarsi: l'una nell'altra. Nel prisma di Qualcosa di scritto (dalla formula ripetuta più volte nel testo pasoliniano) si riflettono ritratti intensi dello scrittore friulano, più volte incentrati sul suo incarnare se stesso fin oltre ogni limite (Trevi parla di "morte in atto"), oltre il crinale nevralgico superato il quale nulla è più come prima, ed emerge un'interpretazione radicale, luminosissima di Petrolio, riletto in una chiave legata a filo doppio con un antichissimo rituale misterico, i misteri eleusini, celebrati ogni anno a Eleusi, vicino Atene, alla fine dell'estate. "Con una serie di allusioni molto precise Petrolio intendeva rinnovare la memoria di questo antico culto greco, fondato sull'iniziazione, sulla metamorfosi dell'individuo che produce la conoscenza suprema, contenuta nella visione. Non era una semplice citazione erudita (…) Semmai Pasolini aveva scoperto, in quelle esperienze antiche, un riflesso delle proprie, e viceversa" . E ancora: "Mentre scrive Petrolio, o gira Salò, è andato oltre, non alla maniera di chi sta esplorando, ma di chi a casa non tornerà mai più. Petrolio è la cronaca in presa diretta di un'iniziazione, ovvero: di una presa di possesso della realtà". E non è, verosimilmente, anch'essa un'iniziazione, ciò che Trevi vive agli inizi della sua attività di critico e scrittore, in quegli stessi anni novanta che videro apparire l'opera pasoliniana (uscì nel 1992), quando ogni giorno accanto a Laura Betti era una sfida lanciata contro la prevedibilità e il buon senso? Nel seguire gli indizi che in Petrolio conducono al più misterioso dei rituali antichi fondati sul concetto di iniziazione, Trevi intreccia l'esistenza di Pasolini, beneficiario egli stesso di una metamorfosi irreversibile, e l'apprendistato dell'autore a fianco dell'attrice di Teorema brilla della medesima qualità e sostanza. "Nel vero calamaio, quello che usano i grandi, ribollono materie ben diverse: sangue e sperma e materia fecale e tutti gli altri innominabili fanghi dove pullulano desideri e aspirazioni e ricordi più vasti ed oscuri (…) Lì, per quanto la affilassi, la punta del mio pennino non riuscivo a intingerla. Ed ero certo che la Pazza, quell'essere impossibile, quella punizione vivente, aveva qualcosa di prezioso da insegnarmi, qualcosa che non avrei potuto continuare per sempre a fingere di ignorare". E allora, il profilo di Pasolini suggerito anche attraverso la persona tutta della donna che lo amò infelicemente tutta una vita, un'interpretazione originalissima della sua opera incompiuta, la responsabilità della vocazione per uno scrittore, un'iniziazione che dall'antica Grecia sfiora, impregna un'opera misteriosa e importante del Novecento italiano e viene declinata anche nell'alfabeto pazzo di un'artista dal carattere impossibile sono le immagini che scorrono nel prisma di possibilità che quest'opera regala. "I had my vision", è la citazione da Virginia Woolf a introdurre l'ultimo capitolo, Come un lampo, il racconto straordinario, pieno di grazia ed eleganza, del viaggio dello scrittore da Atene a Eleusi, in chiusura di un libro raro, prezioso, cui guardare con attenzione e ammirato stupore. Raffaella D'Elia

Finalista Premio Strega 2012.
P.P.P.: tre lettere come un monogramma, quasi un emoticon che somiglia molto a un triplice sberleffo.
Tre linguacce sequenziali che irridono chiunque, riferendosi al titolare di quelle iniziali, continui a lodarne ammirato le qualità divinatorie, e l’essere stato “il più scomodo degli intellettuali”. Pier Paolo Pasolini, però, è irriducibile a santino, e non c’è forse modo peggiore di omaggiare l’attualità del suo pensiero che quello di provare ad imbalsamarlo in una definizione che ne sminuisca la ricchezza.
Nel lavoro del poeta friulano l’opera viva, proprio come quella che nel vocabolario dei marittimi descrive la parte della nave che sta sotto il pelo dell’acqua, è tutto ciò che sottende e sostiene un sistema di pensiero che bisogna studiare e frequentare con assiduità per poter comprendere.
Trevi, con questo suo bellissimo libro, prende le mosse da una passione intellettuale - quella per Pasolini - e compie una ricognizione in profondità sul tema della forma, che certo Pasolini aveva sviscerato declinandolo attraverso la sua versatilità: poeta, romanziere, saggista, cineasta e pittore, ogni ambito espressivo sembrava alla sua portata. Qualcosa di scritto si presenta a noi sotto la ragione sociale di "romanzo", com'è la stessa copertina a ricordarci. Ma una volta aperto il libro e sfogliatane qualche pagina dovremmo cominciare a sentir puzza di bruciato: questo libro è un fluire mercuriale di forme - dal memoir al saggio - che sembra non vogliano assestarsi, così che il lettore non possa agevolmente etichettare quello che sta leggendo, pagina dopo pagina. Ecco il primo aggancio con l'oggetto della trattazione di Trevi. Che è un altro libro.
Tutto Qualcosa di scritto, infatti, è attraversato da una quarta “P”, embricata alle prime tre: abbagliante di una luce nerissima, quella lettera è l’iniziale di “Petrolio”, romanzo ultimo del poeta. Ma “romanzo”, anche e soprattutto in questo caso, è davvero sigla inadeguata a dare conto della complessità straordinaria di un libro che somiglia forse più – sostiene Trevi – a una performance definitiva, a un tentativo di annullare ogni confine fra opera e vita, mettendo in scena con agghiacciante precisione la propria estinzione, e assieme a quella l’avvento di un mondo che più nessuna parola – fra quelle in nostro possesso – è capace di dire.
Il tentativo, per inciso, è riuscito come meglio non si sarebbe potuto sperare, e oggi possiamo dirlo a ragion veduta: sono passati quarant'anni dalla sua stesura e venti dalla prima pubblicazione, e ancora Petrolio rimane un lacerto inclassificabile, eppure capace nella sua incompiutezza, nella sua ostinata irriducibilità ad una forma conclusa in sé (e forse proprio grazie a questa prerogativa) di dirci moltissimo a proposito degli anni in cui fu partorito.“Petrolio”, come gran parte dell’opera di Pasolini, gode di una fama equivoca; nel senso proprio di una conoscenza che gli deriva dal fatto di non essere stato affatto compreso.
Se ne parla e se n’è parlato molto, ma ogni volta bagnando le polveri micidiali di cui è intriso quel meteorite del tardo novecento con le litanie annacquate del complotto. Infatti, non sono le presunte rivelazioni sulla morte di Enrico Mattei, o il ritratto a tinte foschissime di Eugenio Cefis, suo comandante in seconda all’ENI e autentica eminenza grigia dietro molte trame occulte, a fare di “Petrolio” un libro pericoloso: è la sua stessa forma, inaudita e spiazzante, a distinguerlo dagli altri romanzi e renderlo un oggetto ancora in cerca di classificazione certa.
Palinsesto monstre di frammenti diversissimi ed eterogenei, Petrolio racconta una storia non facile da riassumere, ma all’interno della quale convergono tutti i temi e le ossessioni pasoliniane, portate a un livello estremo di rappresentazione. Ma da cosa prende le mosse la scrittura di Trevi? Trevi, nel 1994 passò un periodo presso il Fondo Pier Paolo Pasolini, nel tentativo di assemblare un libro che avrebbe contenuto le interviste rilasciate da P.P.P. Grande inquisitrice e nume tutelare di quella istituzione era Laura Betti. L’autore, nel ricordare i giorni e le sere passate a fare da antenna agli umori saturnini e biliosi dell’inteprete di “Teorema”, non indulge in ipocrite celebrazioni della “pazza” - come fin da subito la donna ci viene presentata - e il ritratto che ne esce è così intenso proprio perché sincero fino in fondo. Il libro di interviste pasoliniane cui Trevi era chiamato a presiedere non vedrà mai la luce, ma il senso profondo di quell'incontro impossibile con il poeta sedimenterà e crescerà, continuerà a parlare all'autore nel corso degli anni e ne illuminerà l'itinerario intellettuale; fino ad arrivare ad assumere la forma di un libro, che è il libro che abbiamo fra le mani, e che non è più che una delle forme possibili in cui quell'incontro avrebbe potuto cristallizzarsi, ma è certamente quella più giusta: è qualcosa di scritto. Emanuele Trevi chiude la cronaca raccontando di un suo viaggio in Grecia; viaggio nel corso del quale si è recato a Eleusi per partecipare della vibrazione di questo posto incredibile, che nell’antichità fu teatro delle iniziazioni misteriche.

A cura di Wuz.it