Raccontare, resistere. Conversazioni con Bruno Arpaia

Luis Sepúlveda,Bruno Arpaia

Editore: TEA
Collana: Saggistica TEA
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
In commercio dal: 14 novembre 2003
Pagine: 148 p., Brossura
  • EAN: 9788850204205
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    gianluca guidomei

    06/12/2008 17:28:07

    "L' utopia è come l' orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L' orizzonte è irraggiungibile. E allora a cosa serve l' utopia? A questo: serve per continuare a camminare." Il libro è un' intensa conversazione tra Bruno Arpaia e Luis Sepulveda, in cui si spazia dalla letteratura alla politica, dalla filosofia alla sociologia. Sepulveda esprime una grande saggezza, uno spirito critico figlio dell' esilio, dello studio dell' Uomo e forse dell' ancestrale passione per la vita che caratterizza l' America Latina. Mi ha colpito un bellissimo concetto di Sud: "Esiste un Sud geografico ed esiste un Sud dell' anima. C'è una parte del corpo che invecchia prima, no?, ed è quella superiore, mentre quella inferiore conserva il suo vigore per un tempo più lungo. Nel mondo succede più o meno la stessa cosa. Il Nord è stanco. Il Nord ha mangiato con avidità, mentre il Sud faceva la fame. Il Nord non ha capito che forse dividendo il cibo con il Sud l' intero organismo sarebbe rimasto sano. Così il Sud è stato considerato da molti come un' ultima possibilità quando si fossero esaurite le potenzialità del Nord, una specie di ultima ratio. Eppure, il Sud a suo modo è cresciuto, si è sviluppato, ha prodotto una sua cultura, una sua attitudine mentale ed emotiva. Al Sud è ancora viva una necessità di prossimità; mentre al Nord, per scaldarsi, si poteva usare il carbone che si portava via dal Sud, al Sud si preferiva abbracciarsi per avere il calore che mancava. Così nel Sud è rimasto vivo qualcosa che al Nord è sparito: in quell' abbraccio gli uomini continuano a parlarsi. Diceva Juan Gelman: Il sud genera risposte senza preoccuparsi se le domande siano quelle giuste."

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    giacomo sgorlon

    18/03/2003 22:10:24

    Sinceramente l'ho trovato un libro molto bello e intimo.La visione della politica di Sepulveda,anche se si capiva dai precedenti lavori,è chiara;come è chiaro il suo impegno ambientalista.La visione di una sinistra che ha perso,secondo me,è giusta ma questa critica non è un epitaffio anzi tutta l'intervista è uno stimolo alle nuove generazioni di chiedere sempre di più a chi ci governa.Purtroppo a tutt'oggi i Grandi pensano solo alla guerra e non ad uno sviluppo sostenibile.

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    scarabeo

    08/09/2002 22:46:27

    "Quando vivi intensamente, capisci presto che la cosa più facile, più normale, è il fallimento. Però solo dai fallimenti ricavi una vera lezione". Altro da aggiungere? Un capolavoro, assolutamente imperdibile.

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    Marco

    25/08/2002 22:43:14

    Non è un romanzo, ma un'intervista che scopre il "Sepulveda complete": lo scrittore, il militante, il profugo, l'essere sociale. Inevitabilmente il giudizio dipende dai gusti del lettore - se chi legge è un militante di Forza Italia la distruzione è assicurata. A me lui, Luis, risulta simpatico, specialmente quando racconta dei casini che ha fatto scoppiare. La sua politica - evidentemente condivisa da Bruno Arpaia - invece mi urta (senza essere forzista). Mi irrita ad esempio che la sinistra abbia, nel loro giudizio, perso le capacità di proposta con la caduta del Muro: se anche prima la proposta era quella, meglio lasciar perdere. Mi irrita che tutte le speranze stiano col popolo di Puerto Alegre: lo sviluppo economico non è tutto, ma quando il progresso si misura in calorie serve, eccome. E mi urta in generale l'attitudine di entrambi alla retorica e a guardarsi l'ombelico. Francamente anche la parte letteraria mi sembra riduttiva, con questo concetto che il romanzo deve essere basato su una bella storia coinvolgente. Sia chiaro, io sono così, preferisco l'Isola del Tesoro alla Veglia di Finnegan o alla Montagna Incantata, ma restringere così la letteratura mi mette a disagio. Ma comunque ... il tentativo l'ho fatto. Non ci ho trovato granché che mi piaccia, ma almeno ho pensato un po'. Naturalmente gli ambientalisti troveranno tesi che piacciono. Ma non considero questo un buon motivo per leggere un libro: e questo francamente lo sconsiglio.

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    Silvio

    06/08/2002 22:48:57

    Semplicemente... un vero e proprio capolavoro! Imperdibile!

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«O si è un seduttore o non si è uno scrittore. Se non si è convinti di stare usando le parole più belle del mondo, della necessità di raggiungere con quelle parole un ordine esteticamente perfetto che riempirà di ammirazione chi legge, non si sta credendo in ciò che si scrive. Non si può fare nulla in letteratura se non si parte dalla premessa fondamentale che si scrive per sedurre il lettore.»

Un romanzo è sostanzialmente il racconto di una vicenda e tutto ciò che è superfluo va eliminato: questa è la tesi e il metodo di lavoro di quel grande scrittore che è Luis Sepúlveda e proprio questa idea della scrittura indica come l'essenzialità e la capacità di sintesi sia una delle doti più difficili da possedere. Che cosa è più difficile? Sicuramente tagliare, potare l'albero di parole che si è creato e che di certo fa ombra all'idea centrale del racconto.

Le parole poi devono essere funzionali ai temi che vogliono essere comunicati e non amate in sé, tutto ciò in una visione di contenuti, di concetti e nella concezione stessa della vita che un uomo ha.

Due scrittori, Luis Sepúlveda e Bruno Arpaia, così simili e così diversi, dialogano sulla letteratura e sull'etica, sulla tecnica e sulle scelte, e ciò che emerge è principalmente la stretta unione tra arte e vita, tra uomo e scrittore.

Così il dolore, la sofferenza provata non possono diventare materia della scrittura se non quando la vittima ha raggiunto un certo distacco e sa rendere la propria esperienza in modo universale e non solo strettamente autobiografico.

Ma l'elemento che dà maggior fascino (e che le discrete domande di Arpaia evidenziano) al personaggio Sepúlveda è la sua vita avventurosa e drammatica, la coerenza e l'onestà intellettuale che hanno caratterizzato opere e scelte. Così emerge dal libro come lo scrittore cileno non abbia reputato per anni possibile per lui trasferire direttamente sulla pagina la propria esperienza, anche se avrebbe potuto rappresentare un modello, ma abbia dovuto far trascorrere molto tempo perché la violenza subita era stata eccessiva e non riusciva a trovare parole adeguate a descriverla.

Così si nota l'attenzione al linguaggio, al termine, allo stile oltre che al "messaggio". Altro elemento da segnalare è la lucida capacità di osservare le trasformazioni politiche ed economiche in atto, e la determinazione con cui si schiera (è un suo antico vizio) dalla parte dei perdenti e dei deboli. Così il Sud, del Cile in particolare e del mondo in generale, ha rappresentato la materia privilegiata del suo narrare e la Patagonia con gli immensi spazi e gli immensi silenzi è, grazie a Sepúlveda, diventato un luogo dell'immaginario collettivo, un luogo in cui perdersi è ritrovarsi, e la fantasia può compiere vagabondaggi senza confini.

Si deve ringraziare Bruno Arpaia per la capacità di sollecitare l'interlocutore con domande stringate e che volutamente danno spazio all'intervistato.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi

LA SPERANZA E LA POESIA

Bruno Arpaia Vorrei iniziare questa nuova conversazione con una frase, secondo me straordinaria, di Elsa Morante "Una delle possibili definizioni giuste di scrittore sarebbe addirittura la seguente: un uomo a cui sta a cuore tutto quanto accade, fuorché la letteratura". Una definizione che penso aderisca perfettamente al tuo modo di intendere la letteratura e la vita.

Luis Sepúlveda Sì, perché per me uno scrittore è un uomo o una donna che è a suo agio dentro la vita, nelle cose più apparentemente insignificanti, e proprio per questo scrittore. Queste parole della Morante hanno forti reminiscenze di Walt Whitman, quando scriveva che nulla di ciò che accadeva gli era estraneo, nessun dolore e nessun piacere gli erano sconosciuti, ogni dubbio gli apparteneva. Ciò che meno gli interessava era la coscienza di essere un letterato perché gli faceva perdere tempo prezioso per appropriarsi di altre cose. Le parole di Whitman e della Morante sono un manifesto contro l'assurda sacralizzazione dello scrittore, considerato come una creatura da scrivania che vive totalmente di letteratura e per la letteratura. Contesto l'esistenza di quel limbo dello scrittore o dell'intellettuale che gli permette di essere lontano dagli altri e tuttavia di esprimere opinioni. Anche se mi piace la letteratura, anche se amo moltissimo scrivere, ci sono momenti in cui preferisco passeggiare con i miei figli, fare l'amore, pescare, giocare con il mio cane, cucinare perché vengono amici a cena. Non sacralizzo nulla e man che meno la letteratura, che pure mi riserva momenti felicissimi.

B.A. Del resto, per la tua e la mia generazione, molto vicine temporalmente, cresciute a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta, scoprire il mondo significava scoprire insieme la letteratura, anche se da semplice lettore, e la politica, intesa nel senso più nobile e più ideale. Saranno questi i due temi principali delle nostre conversazioni: due temi accomunati dalla passione per la vita, dall'interesse per gli altri. Per i più giovani, forse, si tratta di un percorso strano, di un apprendistato irripetibile, perciò credo che valga la pena provare a raccontarlo. Tu come e quando ti avvicinasti alla politica?

L.S.. All'inizio del liceo, a Santiago. C'era un ragazzo di un paio d'anni più grande che mi affascinava molto: era il primo della classe, dirigeva il giornalino dell'istituto e aveva sempre un'opinione sicura su tutto. Era comunista. Un giorno mi invitò a partecipare a una manifestazione al Parque Bustamante in cui parlava Neruda. Io ammiravo già Neruda, a volte andavo a sedermi di fronte a casa sua a scrivere poesie in segreto e a guardare i meravigliosi tramonti che si vedevano da quella panchina. Fu a quella manifestazione che si avvicinarono due ragazzi: chiedevano in giro se qualcuno voleva entrare nel partito. Senza pensarci su, alzai la mano e dissi "Io". Mi diedero una tessera da aspirante. Quella vera, quella militante, avrei dovuto guadagnandomela creando la cellula della Gioventù comunista del mio quartiere. Andai in sezione, parlai con i vecchi che mi accolsero molto bene, ma la verità è che non sapevo da dove cominciare. Comprai con i miei risparmi un secchio di vernice bianca e ridipinsi la sede del partito, ma poi? Mi sentivo destinato a cambiare il mondo, però in realtà non sapevo come fare. A quei tempi in sezione arrivava una rivista che si chiamava "Unione Sovietica". C'erano molte foto e articoli sull'avventura spaziale, su Garin e Valentina Terekova e sul progresso scientifico dell'umanità e della patria del socialismo. Allora mi venne in mente di organizzare una mostra sull'Unione Sovietica e il cosmo. Mentre ritagliavo foto e articoli, si avvicinò un ragazzo della mia stessa età, Marcos Leal, un tipo meraviglioso, straordinario. "Che stai facendo?" mi chiese. "Una mostra sull'Unione Sovietica e il cosmo" risposi. Studiava in una scuola professionale, sembrava molto interessato all'aspetto scientifico della mostra, così gli domandai a bruciapelo se voleva entrare nella Gioventù comunista. "Di che si tratta?" domandò. Allora gli recitai il catechismo: si tratta di lottare per l'avvenire, la giustizia sociale e blablablà. "D'accordo" disse lui alla fine della cantilena. Eravamo in due, ora, e la nostra mostra fu un successo, anche perché la sezione del partito era vicino a una fermata del tram. Un posto strategico. Quando pioveva, la gente entrava a frotte a visitarla. Sei mesi dopo eravamo già venti e finalmente mi diedero la tanto desiderata tessera da militante. Diventai il primo segretario politico della cellula della Gioventù comunista Antonio Gramsci. La cosa più strana era che allora la Gioventù pubblicava una rivista che si chiamava "Gente Joven": una rivista comunista, ma fatta in realtà da vecchi anarchici amici di mio nonno. Ci trattavano con grande affetto, ma non rinunciavano a far filtrare messaggi libertari in quelle pagine. Noi distribuivamo la rivista fuori delle fabbriche il venerdì pomeriggio, alla fine del turno, e a me toccava salire su una cassa e fare agitazione mentre la bandiera rossa sventolava alle mie spalle. Un anno dopo, comunque, i "miei" militanti erano diventati quasi cento.