Curatore: A. Ceni
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 1999
Pagine: 969 p., ill.
  • EAN: 9788806142230
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recensioni di Mochi, G. L'Indice del 2000, n. 03

C'è una frase di Borges molto citata - slogan perfetto per una quarta di copertina - che pure conserva ancora per me la pregnanza e l'intensità delle grandi intuizioni: "Fin dall'infanzia Stevenson è stato per me una delle forme della felicità". Se l'accenno all'infanzia, o meglio al residuo di infanzia che ci portiamo dietro, allude alla straordinaria capacità della scrittura di Stevenson di catturarci nel gioco e nel gusto dell'attesa, del desiderio e dello stupore, quello che mi incanta nelle parole di Borges è l'idea di una forma della felicità, l'idea che la felicità (così come il dolore, come l'ansia, o come il pensiero) abbia delle sue forme - spazi, colori, suoni, ritmi - nelle quali meglio si riconosce, si distende o forse si trova e si costruisce; e, se questo è vero, è certamente vero che le storie di Stevenson costituiscono una sorta di stampo che modella e orienta la lettura in un percorso fluido e armonico, fitto di sensazioni, di emozioni e di eventi ma libero da dissonanze, esitazioni e domande.
Le cose accadono, nelle storie di Stevenson, per una loro intrinseca coerenza e necessità, ed è da questo ordine narrativo autonomo e lineare che nasce la felicità di una lettura rapita e irresponsabile, che si scopre a tacitare e sospendere le istanze disgregatrici di una coscienza critica adulta, dei suoi disincanti, delle sue frammentazioni e incredulità. È la felicità della coincidenza e della corrispondenza - delle cose ai luoghi, dei luoghi ai nomi, dei nomi ai personaggi; quella corrispondenza e quel disegno della vita in cui tutti vorremmo credere, e che il narratore Stevenson ha cercato di inventare: "Una cosa, nella vita, ne chiama un'altra: c'è una predisposizione per ogni luogo o evento. La vista di un pergolato ombroso ci fa venire in mente di sedervisi; certi ambienti suggeriscono l'idea del lavoro, altri l'ozio, altri ancora il desiderio di alzarsi presto e di fare lunghe passeggiate nell'erba ancora umida di rugiada. (...) Qualcosa, lo sentiamo, deve accadere; non sappiamo ancora che cosa, e tuttavia cominciamo a cercarlo. E molte delle ore più felici della vita ci passano accanto in questa vana attesa del genio del luogo e del momento. (...) Quando ero bambino cercavo di inventare vanamente i giochi appropriati a quelle scene, come ora, altrettanto vanamente, tento di adattarvi le storie giuste" (A Gossip on Romance).
Ritrovarsi ora tra le mani tutti i racconti di Stevenson, pubblicati nell'arco di circa trent'anni, nella bella edizione dei "Millenni" Einaudi, arricchita dalle immagini che da sempre associamo alle sue storie (il mare naturalmente, cupo o solare, minaccioso o tragico o assopito nella magica luce del Sud; ma anche una Londra gotica e notturna, e gli immancabili paesaggi scozzesi), è quindi, prima di tutto, una festa e un regalo che ci promette ore di piacere e di passione, di attese e di incanti. Ma è anche l'occasione per verificare questo piacere, per capirne meglio la natura e la qualità, e per riflettere ancora una volta sulle alterne vicende del canone letterario e sulle sue sempre più rapide mutazioni e revisioni: Stevenson infatti, da sempre apprezzato come maestro di stile, è stato a lungo relegato nello spazio marginale e subalterno della letteratura per ragazzi - o d'avventura, o di evasione - per essere poi recuperato come grande narratore proprio in nome di quella qualità romanzesca e adolescenziale e di quella leggerezza che ne aveva decretato l'esclusione dalla "grande tradizione" del romanzo inglese. Salvo qualche recente bacchettata postcolonialista o femminista, il recupero è entusiasta e tuttora in atto; ma resta un entusiasmo e una passione da amatori, proclamata quasi fosse una provocazione, e mai disgiunta dalla tenerezza e dal sorriso nostalgico e un po' imbarazzato con il quale rovistiamo nelle variopinte cianfrusaglie del nostro passato personale. Dopotutto, forse Stevenson è davvero un grande scrittore per ragazzi (meglio se maschi). Ma cerchiamo ora, con tutti i suoi racconti sotto gli occhi, di capire in che senso.
L'edizione Einaudi è basata sul testo della "Centenary Edition" che raccoglie in due volumi tutti i racconti ordinati cronologicamente (1864-1893/94), con la sola esclusione delle opere scritte in collaborazione (con la moglie Fanny e con il di lei figlio Lloyd Osbourne). Si tratta quindi di una materia composita e diseguale, in molti sensi; a partire dall'individuazione, sempre problematica, del genere "racconto" (short story), che include prodotti diversissimi nel senso non solo della lunghezza, ma della complessità strutturale, della articolazione narrativa e della prospettiva autoriale. Con questa ultima distinzione mi riferisco soprattutto al gruppo delle Favole (Fables): brevi, talvolta brevissime narrazioni (o dialoghi) in forma di apologo che, esibendo una immediata chiave di lettura di ordine gnomico/moralistico (una morale peraltro amara e severa, a tratti cinica), sono quanto di più lontano da quelle "forme della felicità" nelle quali abbiamo creduto di riconoscere il passo lieve e inimitabile della narrazione stevensoniana. Così come leggermente disorientante può suonare l'attribuzione alla classe dei "racconti" del celeberrimo Lo strano caso del Dr. Jekyll e del Sig. Hyde, che si è conquistato quella autonomia e quella unicità che meglio riconosciamo nella forma del "romanzo breve". Inoltre, la scelta del curatore di non tenere conto delle raccolte in cui i racconti sono apparsi all'origine contribuisce in qualche caso ad aumentare il senso di frammentazione e discontinuità che inevitabilmente deriva dalla giustapposizione in ordine cronologico di tanti testi brevi scritti in un lungo arco temporale: e forse è un peccato rinunciare, oltre a due titoli bellissimi e fortemente suggestivi, a quel tanto - o quel poco - di unità tematica e narrativa suggerito, nel caso delle raccolte Le nuove mille e una notte e Gli intrattenimenti delle notti sull'isola, dal taglio e dal progetto autoriale di collegamenti interni e di spazi coerenti e inclusivi di particolari atmosfere e specifiche modalità di lettura.
Ma è proprio l'eterogeneità e il dislivello anche qualitativo di questi racconti - belli e meno belli, cupi, solari, avventurosi, fantastici, ironici, tragici - che ci ripropone la domanda sul segreto della scrittura stevensoniana, e su quel senso immediato di appartenenza, di riconoscimento, su quel sorriso di intesa con il quale - e siamo in tanti - ci disponiamo a una nuova lettura di Stevenson come se andassimo incontro a un amico che ha un regalo per noi.
Ci sono i colori e i suoni della Scozia: le brume, i lunghi crepuscoli, il mugghiare del mare tra le scogliere, lo stridere dei gabbiani, il movimento delle maree, l'odore del rum, i suoni chiusi e arcaici della lingua scozzese, le superstizioni, le stregonerie, i volti e i corpi contorti, i lampioni di Edimburgo, l'incombenza fatale della Morte. E c'è l'altro mondo, quello luminoso, caldo e sensuale dei Mari del Sud, animato da creature misteriose e diffidenti, da ritmi lenti e incantatori, da riti barbarici e da nomi musicali e impronunciabili (Keawe, Maea, Kokua), ma anche dalle figure e dai simboli spaesanti, e spaesati, di una civiltà estranea: il denaro, la Bibbia, e tutto quel mondo di missionari, commercianti, marinai e avventurieri che approda su quelle magiche coste con un bagaglio composito di pregiudizio e stupore, di avidità e desiderio, di parole e gesti che al contatto con l'isola perdono, o mutano e scambiano, identità e significati. E poi Londra, Parigi, il mondo prezioso del dandy: uno spazio metropolitano in cui si muovono lievi, insieme alle carrozze e ai primi treni e ascensori, prìncipi e colonnelli in incognito dai nomi orientaleggianti, personaggi tragici e grotteschi disfatti dall'ennui, e nitide figurine di giovanotti che si aggirano per le strade cittadine con enormi vassoi di paste alla crema o con una scatola di cartone dal contenuto ignoto: il tutto glossato in calce dalla voce incongrua di uno scrittore arabo, che collega e conclude storie scollegate e inconcluse. E le taverne, le risse, le ballate in cerca di una rima del poeta Villon, che si aggira in una notte scura colorata dal candore abbagliante della neve e dalla sfavillante, ingiuriosa ghirlanda di riccioli rossi di un cadavere; e la indolente Señora di Olalla, sempre in cerca del sole in un'antica casa malata, con gli occhi senz'anima e il corpo pesante, e poi, e poi...
Potrei, e vorrei, continuare a lungo, abbandonarmi al flusso di innumerevoli immagini, scene e personaggi che si affollano alla memoria, ricercarne i percorsi, i nessi e le parole, ritrovarne, seppure in frammenti, le storie, e raccontarle di nuovo. Forse è questo il segreto delle storie di Stevenson: il desiderio, ma soprattutto la capacità che ci trasmettono di ricordarle e di ri-raccontarle, e di fare di quel racconto un'esperienza da condividere e da trasmettere ad altri. Eccolo il regalo per noi, e non è un regalo da poco - per noi che sappiamo leggere il detto e il non detto, che sappiamo costruire e decostruire interpretazioni, che sappiamo muoverci con destrezza nelle reti di linguaggi e metalinguaggi, ma che ci troviamo improvvisamente a disagio quando si tratti semplicemente di raccontare.
Lo diceva benissimo Walter Benjamin nel saggio Il narratore come "l'arte di narrare si avvii al tramonto"; non l'arte del romanziere che, solo con il suo lettore anch'egli solo, si è tirato in disparte a contemplare in silenzio i disorientamenti e le incertezze dell'Io, ma quella del Narratore, che "prende ciò che nasce dall'esperienza - dalla propria o da quella che gli è stata riferita - e lo trasforma in esperienza di quelli che ascoltano la sua storia" - quel narratore che è "persona di consiglio" per chi lo ascolta, capace di trasmettere un utile e un vantaggio, un sapere artigianale semplice e arcaico, una saggezza che è "il lato epico della verità". Stevenson, a cui gli indigeni delle sue amate isole dettero il nome di Tusitala - "colui che racconta" - è sicuramente uno di questi ultimi grandi narratori-artigiani, e il gusto di raccontare è il "consiglio" e la saggezza che ci trasmette.
Due parole sulla traduzione: se pensiamo a quanto la magia della scrittura stevensoniana sia legata alla sua ineguagliabile leggerezza, a specifiche cadenze ritmiche, variazioni di voci e di tempi, giochi di suoni e di luci, ci viene proprio da dire che tradurre Stevenson può essere "una delle forme dell'infelicità", e che la frustrazione e il senso di inadeguatezza che sempre accompagnano il traduttore può solo essere attenuato dal gusto e dal privilegio di ripercorrere con la propria voce quel viaggio seducente, e di ritrovarne, in qualche momento fortunato ed esaltante, la misura, i gesti e le parole appropriate. Di questi momenti felici, e della passione che vi conduce, questa traduzione di Alessandro Ceni ne trova molti, di cui il lettore italiano non può che essergli grato. Ma in ogni sfida - e la traduzione è sempre una sfida - si diventa temerari: e il tentativo di Ceni, in più punti, di riprodurre i toni cupi e arcaici dello scozzese con un pastiche fonolinguistico di toscanismi improbabili dai suoni e dalle grafìe stravaganti si risolve in una cappa opaca e artificiosa che soffoca, anziché esaltarlo, il sapore e il timbro della differenza linguistica e umana; e quando ciò si protrae, come nel caso del bellissimo (ma purtroppo quasi illeggibile) Janet la tòrta, per diverse pagine, il danno è a mio avviso notevole. Forse è necessario, qualche volta, rinunciare alla sfida.