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Henry de Montherlant

Traduttore: C. Colletta
Editore: Adelphi
Edizione: 3
Anno edizione: 2000
Pagine: 222 p.
  • EAN: 9788845915642

recensioni di Bertini, M. L'Indice del 2000, n. 11

Henri de Montherlant nasce a Neuilly nel 1895, in una famiglia di antica aristocrazia. Dal 1910 al 1912 studia in un collegio dei Gesuiti, ma ne è allontanato a causa della sua "amicizia particolare" con un compagno. Studierà privatamente, conseguendo nel 1913 il baccalauréat in filosofia. Si arruola volontario nel 1915; nel 1918 sarà gravemente ferito. La celebrità letteraria arriva per lui con Les Olympiques, del 1924, celebrazione in versi e in prosa dello sport che prolunga in tempo di pace "il grande lirismo fisico della guerra". Affascinato dalla fraternità degli stadi e dalla sfida alla morte che consacra le forme estreme dello sport (in particolare la tauromachia), Montherlant sarà lui stesso uno sportivo e resterà ferito in Spagna, nel 1925, durante una corsa di tori. Alla sua vita appartata, che trascorre in gran parte in viaggi e lunghi soggiorni in Africa del Nord, corrisponde un'attività letteraria intensa, prevalentemente saggistica e autobiografica sino ai primi anni trenta, poi segnata dai grandi successi romanzeschi come Les Célibataires (1934), amara satira dell'aristocrazia in decadenza, e il ciclo delle "Jeunes filles" (1936-1939). Ma è con l'approdo al teatro, nel 1942, che Montherlant, benché ami presentarsi come "sovversivo" e solitario, diventa una sorta d'incarnazione del classicismo francese più ufficiale: già negli anni cinquanta le sue opere teatrali sono accolte nella prestigiosa Pléiade, e il 1960 lo vede entra-
re all'Académie de France, tra i quaranta "immortali". Al centro dei suoi drammi campeggiano grandi problemi morali: nella Reine morte (1942) la vicenda trecentesca di Inés de Castro è letta alla luce del conflitto tra sentimenti e ragion di Stato; nel Maître de Santiago, del 1947, sono messe sotto accusa la cupidigia e la crudeltà che caratterizzano la conquista del Nuovo Mondo da parte degli spagnoli del Cinquecento. Ma il testo forse più affascinante resta La Ville dont le prince est un enfant, scritto negli anni quaranta ma rappresentato solo nel 1967, che affronta - come il romanzo Les Garçons, di cui solo dopo la morte dello scrittore è stata pubblicata l'edizione integrale - i complessi intrecci emotivi e spirituali nascosti dietro la facciata di un collegio maschile. Nel dopoguerra, Montherlant alterna alla sua produzione teatrale opere romanzesche, che non avranno più la risonanza di quelle degli anni trenta: Les Chaos et la nuit (1963), derisoria epopea di un anarchico spagnolo che è una sorta di moderno Don Chisciotte, e La Rose de sable (prima pubblicazione integrale nel 1968), storia della rivolta di un ufficiale francese che rifiuta la violenza del colonialismo ma che, paradossalmente, morirà ucciso dagli stessi ribelli che non ha voluto colpire. Divenuto cieco in seguito a un'insolazione, Montherlant si uccide a Parigi nel 1972; per sua volontà, le sue ceneri saranno disperse tra le rovine del Foro Romano.

Mariolina Bertini



recensioni di Lauro, C. L'Indice del 2000, n. 11

Con Le ragazze da marito (Les Jeunes filles) l'Adelphi rimuove la cortina di disattenzione caduta da moltissimi anni su Montherlant, non solo in Italia. Sarà comunque interessante osservare se questo primo romanzo della omonima tetralogia Les Jeunes filles (un vero successo negli anni trenta) riscatterà almeno in parte l'inattualità del suo autore.
Certo, le simpatie collaborazionistiche di quest'ultimo determinarono, dal dopoguerra in poi, un risentito ostracismo della critica. Ma parte dell'opera, nonostante la qualità letteraria, invecchiava progressivamente in alcune delle sue premesse, e prima di tutto in quel culto dell'individualismo e della forza (la peggiore eredità di Maurice Barrès) con gli strascichi nel bel gesto competitivo, sportivo ed eroico, nella tauromachia.
È anche vero che Montherlant è abbastanza accorto da smorzare o, in certi casi contraddire, le sue stesse ostentazioni, e da giocare su più piste le diverse aspirazioni all'ascetismo e alla sensualità, all'engagement e al distacco, alla semplicità e allo snobismo aristocratico. Le "alternanze" (qualcosa che potrebbe ricordare la "disponibilità" gidiana) convivono e giocano nella narrativa, ma rivelano un modesto spessore dialettico negli scritti teorici, nonostante la lucidità di varie pagine dei Carnets o di quel Service inutile ammirato da Camus.
C'è un non detto, un sottinteso mai veramente esplicitato (se non troppo tardi) nell'opera di Montherlant e che probabilmente è la chiave di tutto: l'amore pederastico. Inizia ai tempi del collegio, prosegue in trincea, si evolve nei soggiorni africani, non si arresta neanche durante l'occupazione nazista né dopo. Diverrà anche l'oggetto di una corrispondenza cifrata (con Peyrefitte) in cui il vizio diventa insieme un'ossessione lucida, un progetto di corporazione, un ordine morale.
La popolarità dello scrittore fu convenzionalmente legata alla tetralogia delle Jeunes filles, ma la sua verità apparteneva alla trilogia dei ragazzi intitola-
ta La Jeunesse d'Alban de Bricoule: il cui elemento più importante, Les Garçons, appunto, dedicato alla stagione del collegio e alle amicizie particolari, attraversò tutta l'esistenza di Montherlant, sino all'outre-tombe: gli abbozzi risalgono al 1914 ma, come un cantiere senza requie, conoscono ripetute e inesauste redazioni negli anni venti, quaranta, sessanta, uscendo infine nel '69 e in versione definitiva soltanto nel '73, a un anno dal suicidio di Montherlant.
La trilogia incarna ideali e miti di cui l'autore non seppe e non volle mai disfarsi: cameratismi amorosi, fedeltà reciproche, scuole di lealtà e di agonismi, ma anche di rinunce, lontani da qualsiasi riferimento femminile che non sia la madre. Dove termina questa irripetibile stagione della vita, per Montherlant inizia la desolazione borghese senza scampo. I romanzi che potrebbero sommariamente definirsi di critica sociale, Jeunes filles comprese, rappresentano l'inevitabile risvolto di questa egotistica idealizzazione dell'adolescenza. Il registro classicheggiante e quasi sacrale, ma duttile agli sbocchi della sensualità, si euforizza verso sarcasmi, pungenze, amarezze di un osservatore fondamentalmente spietato che racconta la realtà di patetici individui destinati a smacchi, miserie
e tracolli: aristocratici ormai spiantati e abbandonati (Les Célibataires, 1934) o bibliotecari con frustrazioni ai limiti della follia (Un assassin est mon maître, 1973). La stesso vitalismo della corrida che Montherlant aveva celebrato in Les Bestiaires (1926) decadrà a malinconica metafora di una sconfitta nel tardo Le Chaos et la nuit (1963).
La realtà "prosaica" non coincide necessariamente con uno scadimento dell'ispirazione, spesso è un'acquisizione di lucidità, in parte confermata dalla stessa rapidità di elaborazione: tra il 1936 e il '39 tutto il ciclo delle Ragazze è pronto. Sin dal primo volume si staglia la figura di Pierre Costals, scrittore di successo, perseguitato da lettere e dichiarazioni d'amore (sentimento che disistima) delle sue devotissime lettrici. Costals, ateo e libertino, avrebbe un'insofferenza istintiva verso questi assalti, ma (somigliando in questo a Montherlant e alle sue "alternanze") adotta un principio di quasi cristiana comprensione rispondendo di buon grado ad alcune lettere e incontrando a Parigi Andrée Hacquebaut, una di queste disgraziate provinciali, così disperatamente dipendenti dal suo carisma umano e letterario. Nonostante l'ostinazione di Andrée (un vero assedio con tutte le argomentazioni pensabili), Costals non deroga alla sua impossibilità di ricambiare amori (difendendosi con Bossuet: "Si fa un torto irreparabile alla persona che si ama troppo") e si limiterà a offrire una blanda, cameratesca, pur sempre dominante, forma di amicizia.
Scritto in una forma efficacemente ibrida (epistolare, in terza persona, con stralci documentaristici), in una prosa spavaldamente sicura (Cesare Colletta ne è traduttore impeccabile) e forte di una tensione interna da cui si evince anche l'estro del drammaturgo Montherlant, Le ragazze da marito sono a loro modo il romanzo di un moralista sui generis, in cui si potrebbe ravvisare qualche accidentale coincidenza con il Tolstoj della Sonata a Kreutzer per lo smascheramento del matrimonio borghese e delle sue contraddizioni.
Ma Montherlant non è certo un propugnatore dell'astensione e della purezza, la sua etica anche in questo caso è alimentata dal grande sottinteso, il rifiuto tout court di una società che non riconosce forme ed espressioni di sessualità alternative a quel-le istituzionalmente "normali". Hanno perciò un livido spicco le pagine meccaniche e documentaristiche degli annunci matrimoniali, femminili e maschili, sul mensile "Il giorno più bello". Annunci, lettere, telefonate, luoghi di incontro: la borghesia francese degli anni trenta appare, dall'osservatorio di Montherlant, dominata dall'esibizionismo di coppia, dal principio egemonico della "sistemazione" (con sprezzo ingiusto per lo zitellaggio), in un'ostentazione di felicità inficiata dai modelli della modernità ("È proprio vero" pensava Costals "che sulla povera coppia uomo-donna pesa una massa ciclopica di volgarità - letteratura, cinema, giornali, romanze... - ed è ben triste che non si possa venirne fuori!").
E così Le ragazze da marito porta in giro il lettore tra le liete coppiette del Bois "così uguali l'una all'altra", o in un pretenzioso ristorante a Montmorency o nei templi della borghesia musicofila: ovunque lo scrittore avverte nell'aria snobismi nauseanti e l'espressione "di noia, stupidità e cattiveria" delle donne.
Tanta misoginia di Costals trova anche ambigue compensazioni in certe ammissioni d'autore sulla sincera dedizione femminile verso una monogamica felicità e sull'incontentabile e bugiardo egoismo dei maschi. Ma sottolineando l'irriducibile disarmonia tra i sessi, Montherlant assestava il colpo di grazia al meccanismo della coppia, giudicandolo nulla di meno che "un ingranaggio di sventure" voluto da entrambi, auspicato dalla società e richiesto dalla natura per il cieco anelito alla continuazione della specie.
Non stupisce che Les Jeunes filles scatenasse dibattiti e polemiche, e prevalentemente sulla condizione femminile; ancora un decennio dopo, nel Deuxième sexe, Simone de Beauvoir ne attaccava le tesi di fondo, stigmatizzando l'orgoglioso ripiegamento di Montherlant su se stesso come la timorosa fuga di uno sradicato non solo dall'impegno ma dalla condition humaine in generale.
Difficile è però pretendere inserimenti in alcuna "condizione" da un accanito e recidivo dragueur di amori bollati dalla clandestinità: da qui la fuga artistica nei rimpianti perimetri adolescenziali o nella visione nichilistica della società contemporanea. Senza la duttilità intellettuale - engagée - di Gide nel primo caso, né il potere trasfiguratore di Céline nel secondo.
In una fredda ansia di palingenesi, accavallando i propri miti alla Storia, il Montherlant di Solstice de juin (1941) giunse ad auspicare che le giovani armate tedesche (eredi di un'antichità barbarica cantata da Tacito) riuscissero a far sventolare la "Roue solaire" (la svastica) sulle torri di Notre-Dame per instaurare un nuovo ordine. Anche per sfoghi di disperata e insensata solitudine come questo, le migliori riuscite del romanziere hanno pagato un dazio amarissimo.

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    baton

    16/09/2006 06.37.54

    Bellissimo romanzo che rappresenta i meccanismi sottesi alle dinamiche del corteggiamento e del desiderio. Pierre Costals non è nè un vincente nè un vinto ma un uomo fuori dal tempo che non si vergogna delle proprie debolezze e contraddizioni e che dedica tutte le proprie energie all'amore. Dello stesso autore consiglio anche "Gli scapoli".

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