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Nicola Lagioia

Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2009
Pagine: 288 p. , Rilegato
  • EAN: 9788806197124
Usato su Libraccio.it € 10,80

Goffredo Fofi, nell'intervista con Oreste Pivetta, La vocazione minoritaria, uscita da poco per Laterza, ha ribadito che gli anni ottanta sono stati "il decennio più stupido e inutile" che il nostro paese ha vissuto. Riportando tutto a casa, il terzo romanzo del barese Nicola Lagioia dopo Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (minimum fax, 2001) e Occidente per principianti (Einaudi, 2004), è un'investigazione su questo decennio recente dal punto di vista della città di Bari e di tre adolescenti che vi crescono, tre figli della nuova imprenditoria rampante che in pochi anni, quegli anni ottanta, ha bruciato le tappe della struggle for life capitalistica, tre figli del benessere, del superfluo e della televisione, insomma.
Il racconto è di uno dei tre, la ricostruzione dei rapporti complessi tra loro, delle dinamiche di gruppo e provinciali, del disprezzo e odio verso genitori anaffettivi e disgustosi, delle cose su cose che riempiono una vita vuota, delle feste sempre più decadenti che diventano la cartina di tornasole generazionale e degli approdi autodistruttivi come l'eroina. "Le civiltà si compiono nel momento in cui si dissolvono nel nulla" proferisce uno dei cinici squali del romanzo, commentando la caduta del comunismo e fiutando nuovi affari, ma è una sentenza ultimativa che vale anche per noi stessi. Quella di Lagioia è infatti un'analisi a posteriori, a vent'anni di distanza, del momento della nostra mutazione antropologica e culturale, come popolo e paese: gli anni ottanta, come risulta dalle pagine di Riportando tutto a casa, sono esistiti in perfetta continuità con i precedenti anni ideologici e sono il perfetto presupposto dei nostri. Un periodo in cui la televisione si conquista la posizione di medium principe, si trasforma in inconscio collettivo, al tempo stesso metronomo dell'"onda cronologica" e creatrice di storia: il disgelo, la tragedia dello stadio Haysel, Cernobyl, il Muro diventano tutti e solo eventi mediatici che scandiscono il tempo e penetrano con la stessa forza nel tessuto culturale come Drive in e la televisione spazzatura.
Quella che Lagioia racconta è un'umanità guastata fatta di esistenze completamente svuotate di valori e di fini. Il paradosso di questo libro è che l'autore rende più credibili i vecchi dei giovani, i genitori invece dei figli, perché i primi sono i veri attori e fautori dell'ascesa sociale di quegli anni e i secondi sono solo spettatori inerti. In questo senso Riportando tutto a casa è un romanzo fuorviante proprio nel suo impianto (addirittura è fuorviante la bella copertina di Gipi, nonché la quarta di copertina), perché vorrebbe essere un romanzo di formazione di provincia e, al contrario, è un implacabile ritratto di una generazione precedente, quella degli attuali cinquanta-sessantenni. La voce di quest'ultima si avverte più vera, le tragiche esistenze di questi nuovi ricchi sono più plausibili nella loro mediocrità e nel loro conformismo e la loro caratterizzazione psicologica è spaventosamente attuale, mentre i giovani appaiono troppo artefatti e funzionali alla storia, sono mal delineati e hanno una voce a cui non ci si riesce ad affezionare. Anche il racconto del narratore appare più lucido e ficcante nella descrizione dei genitori e sfocato in quella delle situazioni formative. Per questo è un romanzo statico, né interamente una discesa all'inferno, né una presa di coscienza (al limite incompleta), ma è simile a una coazione, una ricaduta delle colpe dei padri sui figli, il ripetersi di una condanna.
Nonostante questo, Lagioia è uno dei nostri migliori scrittori che ha la capacità di squarciare alcune delle sue pagine attraverso l'unione dello stile e di una visione del mondo sempre lucida e rivelativa che lascia spesso il lettore senza punti di riferimento. La sua è una scrittura ibrida da una parte classica e dall'altra, molto pop, fatta di continue allusioni e citazioni, come dice anche il titolo dylaniano del romanzo. Da tempo, già dai primi racconti (ne ricordo uno apparso sul "Caffè letterario" intitolato 1992), Lagioia ha intrapreso la strada di una narrativa nostrana segnata da Arbasino, Busi, Siti e, perché no, Pasolini, e con questo romanzo ha accentuato una vena pessimistica e una prospettiva senza speranza partendo da un periodo buio della nostra storia recente: "Di un'esistenza trascorsa per intero nel proprio regno d'elezione non avremmo la possibilità di ricordare il minimo dettaglio – non ci sarebbe niente da riportare a casa, perché niente ne sarebbe mai uscito".
Nicola Villa

Recensioni dei clienti

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    stefania

    10/02/2014 13.47.32

    ho trovato questo libro francamente insopportabile, l'ho finito nella speranza di una redenzione finale che purtroppo non e' arrivata.

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    Alecs

    30/04/2012 16.14.02

    Un meraviglioso romanzo di formazione a ritroso nel tempo, scavando nei giorni di un'epoca - corrotta e crudele - che ricordiamo con forse esagerata nostalgia (gli anni ottanta). Lagioia rivive, in modo doloroso e precisissimo, la sua adolescenza in una Bari che è stata un po' come tutte le città di quegli anni.

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    Stefano

    06/10/2011 11.02.08

    Alcune belle pagine, alcuni scatti vertiginosi, ma anche tanta pretenziosità, a volte irritante. Un'occasione in parte mancata.

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    Tim

    12/04/2011 01.41.52

    Questo libro non è nè carne nè pesce. Le prime pagine sono fulminanti, con la descrizione dell'umanità abbrutita delle ricamatrici della periferia di Bari, poi il romanzo scivola nella critica sociale. Quella di Lagioia, come dice la recensione dell'Indice è una critica a posteriori e a mio parere un po' ideologizzata, di quegli anni. Ma veramente eravamo così tristi negli anni Ottanta? Manca la freschezza e l'ingenua fiducia nel futuro di quel periodo. Deludente l'espediente narrativo dell'intervista ai vecchi amici che si re-incontrano dopo tanti anni, roba da temino delle superiori. Poi non si capisce come il protagonista riesca a diventare eroinomane senza alcun dramma personale. Se questo è uno dei migliori scrittori italiani, veramente abbiamo tutti le idee un po' confuse.

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    Umberto Mottola

    27/03/2011 19.07.32

    Soprattutto nella prima parte, lo stile è un po' troppo iperbolico e ridondante. A tratti ci sono pagine di buona narrativa, come pagina 159 dove parla di sesso. Buona la caratterizzazione del giovane tossico Rocco Splendore. Buona la capacità evocativa delle amicizie giovanili.

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    Chiara

    17/03/2011 14.09.15

    io e molti altri miei compagni di lettere l'abbiamo letto per un esame, e TUTTI ne siamo stati colpiti molto positivamente. bel romanzo davvero!

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    ant

    30/10/2010 23.06.57

    Un romanzo d'iniziazione alla vita e una disamina della società barese e sopratutto italiana fine anni 80, io lo vedo così il sunto d questo romanzo. Mi è molto piaciuto quando lo scrittore partendo da concetti locali, poi allarga l'orizzonte a situazioni nazionali. Ci sarebbero mille esempi da fare a proposito, mi ha colpito quando a casa di un borghese rampante, amico del padre del protagonista del libro, un gruppo di persone si era riunito per seguire la finale Juventus-Liverpool del 85(quella finita coi morti etc). Dalle sensazioni spiazzanti e dalle immagini sconvolgenti che arrivavano da Bruxelles, l'occhio critico dell'autore coglie un passaggio epocale della nostra società: non c'è più niente che si salvi, tutto è corrotto , tutto è finalizzato alla vittoria a tutti i costi e anche le esultanze e le manifestazioni di gioia sono fasulle. Questi flashback sugli anni 80 mi sono molto piaciuti(Cernobil, l'ascesa al successo dei cosiddetti piazzisti, la cementificazione etc)mi ha lasciato un po' così invece quando nel romanzo si eccede nel personale(storie di compagni di scuola spaccate e analizzate proprio al capello, incontri e amarcord di persone che si erano perse di viste vissute come momenti di un importanza francamente troppo ammantata di enfasi). Il libro poi ha come storia principale l'amicizia tra Vincenzo e Giuseppe e l'avvento nella società italiana dell droga in quantità industriali

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    denis

    15/10/2010 17.17.46

    Decisamente un buon romanzo!

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    Luciano Stolfi

    09/10/2010 17.09.19

    Veramente molto bello questo romanzo di Nicola Lagioia. Era da un bel pò di tempo che non leggevo qualcosa di così appassionante. Bella la trama e bello anche il linguaggio con cui essa è svolta. E' la storia di un gruppo di ragazzi che vive la propria adolescenza nella Bari degli anni ottanta. Sullo sfondo si snodano i grandi avvenimenti internazionali di quegli anni. La storia di questi ragazzi non è mai noiosa e trascina il lettore nel vortice degli avvenimenti (anche nel mondo della droga - con tutta la violenza e le brutture che ne conseguono - con cui gli adolescenti si trovano, ad un certo punto, a dovere fare i conti). Secondo me è veramente meritato il Premio Viareggio che il libro ha vinto.

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    pococurante

    02/05/2010 22.30.15

    Vicenda noiosa, scrittura presuntuosa, rumore di ferraglia nella narrazione. Si esce intorpiditi dalla lettura di "Riportando tutto a casa". Nicola Lagioia riprenda la via del suo primo buon libro, "Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj". Eviti interviste sul romanzo come quella che capita di incontrre sul web: imbarazzante, per compiaciuti professorismi, conditi di "come dire", "cioè" di cui ha già tutto detto Arbasino.

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    MIX

    27/04/2010 09.03.23

    Il romanzo è carente sulla tensione emotiva, filtrato da un linguaggio che appare costruito in laboratorio. La storia potrebbe funzionare se leggendo si fosse coinvolti. Ma purtroppo nessun coinvolgimento.

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    Simonetta

    21/04/2010 11.37.21

    L'ho letto perchè dovevo, è uno dei sei romanzi candidati per il Premio Biblioteche di Roma ed io voto per questo premio. Non conoscevo Lagioia e anche se avevo visto il suo libro nei negozi, non mi aveva attirato. Ho cominciato a leggerlo senza curiosità e con un po' di diffidenza, sempre i soliti romanzi di formazione,come scritto nel risvolto di copertina. E invece, man mano che leggevo, mi ha preso e posso dire che viene fuori uno spaccato di quegli anni piuttosto interessante con tutto lo squallore che li ha caratterizzati e che ancora ci portiamo dietro. Ma forse qualcosa di buono ci sarà stato anche allora? dal libro non viene fuori. Quello che ho trovato molto faticoso in alcuni momenti è il linguaggio. Efficace e godibile per lo più, ogni tanto si destruttura rendendo incomprensibile la lettura.

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    dedalus

    04/03/2010 22.55.39

    Lagioia crede di essere Busi, ma non basta l'imitazione e quelle cose sugli anni ottanta si sapevano già.

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    maria alice

    03/03/2010 11.22.21

    L'ho comprato indecisa. Sbagliato, mai avrei dovuto. Mi sono davvero arrabbiata. Un libro davvero davvero mediocre. Piace ai giornalisti perché le semplificazioni e le categorie sono utili. Presuntuoso e pretestuoso. Si riconosce ovunque lo scrittore. Non c'è vita. Ancora questa formazione dell'adolescente che ci racconta che ha capito tutto e guarda gli altri con disprezzo. Il disprezzo dello scrittore appunto. Quello che mi indigna di più sono le donne (e non capiscono le scrittrici che lo difendono, per il suo ruolo di editor probabilmente, quelle che da lui aspettano il romanzo del secolo, non hanno ancora capito che questo non ama le donne, se non giovani e belle, certo meglio se intelligenti, ma a suo uso e consumo, lo decide lui, giudice insindacabile. Eppur vero che di solito queste donne odiano le donne e solidarizzano, compagnone con questo tipo di uomini) Ecco, proprio le donne qui sono o giovani e belle adolescenti dalla pelle lattiginosa e si chiamano Giulia, o la madre sempre un po' scusata in quanto madre, ma piccolo borghese, rivelata dagli occhi del giovincello, o c'è, ovviamente, l'arrampicatrice sociale con un nome, secondo il giudizio di Paride (sempre lo scrittore Nicola), nome giudicativo (e giudicato) attaccata al denaro, nome anni settanta per una ventiseienne? negli anni 80? Il giusto sembra essere solo lo scrittore che scrive appunto e che ci dimostra pure che sa fare pure la bella frase ad effetto. Con Nicola Lagioia non abbiamo proiprio Truman Capote qui che sapeva sì come si distruggeva il sistema da dentro, era anche lui uomo da salotto, ma poi distruggeva pure se stesso. Un cordialissimo saluto e ringraziamento per l'opportunità che la redazione dà ai lettori di difendersi.

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    laura

    22/02/2010 22.34.27

    Una bella scrittura per un bellissimo libro denso profondo drammatico ma con una vena di speranza. Sono contenta di questo giovane autore italiano.

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    Bianca L.

    30/01/2010 17.35.06

    Ho letto delle ottime recensioni del libro su diversi giornali e così mi sono decisa a comprarlo. Fin dalle prime pagine però la delusione è stata molto forte: non riesco a capire come un giornalista possa trattare il compitino in questione (concordo pienamente con i giudizi che mi hanno preceduto) con entusiasmo. Mi è sembrato piuttosto algido, incapace di comunicare, come se fosse avvolto in una bolla di sapone sottile e allo stesso tempo capace di togliere qualsiasi emozione... Una delusione!

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    laura

    28/01/2010 23.11.03

    Sarà che riesce ad esprimere situazioni complesse e sfumature di sentimenti davvero profondi, sarà che la storia si colloca in una fase particolare per la nostra società, sarà che ci porta a vedere con disincanto dove siamo ora approdati...ma questo è un gran bel libro.

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    Giovanni

    15/01/2010 22.28.57

    Il tema del romanzo è interessante sebbene non nuovissimo, ma la declinazione della vicenda in una città meridionale come Bari rende il libro intrigante. Non condivido i giudizi liquidatori, la storia di una generazione vissuta negli anni '80 tra molte sconfitte e poche virtù, merita di essere rivisitata, e il libro si inserisce in un solco che ha visto già buone prove con Argentina, Desiati, Bugaro. Non mi convince invece la scrittura, troppo ricercata e barocca.

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    Licia

    07/12/2009 15.32.05

    In effetti concordo con la recensione che mi ha preceduto. Libro sciapo e inutile. Una specie di esercizietto di stile,senza nessun interesse. Bocciato.

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    Maddalena

    06/11/2009 10.07.36

    Il libro mi è stato regalato. E ogni regalo è sempre ben gradito. L'ho letto, trovando inizialmente il tema interessante, anche se ampiamente visto e rivisto nella narrativa italiana degli ultimi anni. Ma alla fine il mio giudizio non può davvero essere positivo, mi sembra che lo scrittore in questione usi tecnicamente la lingua (e non sempre la tecnica lo supporta) per raccontare una storia e soprattutto dei sentimenti mai veramente approfonditi. Sembra un libro scritto per mestiere e non per necessità, come credo dovrebbe essere per la scrittura vera. Si chiude questo libro e si resta davvero delusi. E la forte delusione giustifica il mio voto. Maddalena

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