Il risentimento. Lo scacco del desiderio nell'uomo contemporaneo

René Girard

Traduttore: A. Signorini
Collana: Minima
Anno edizione: 1999
Formato: Tascabile
Pagine: XI-188 p.
  • EAN: 9788870785692

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recensioni di Viacava, A. L'Indice del 1999, n. 10

In alcune delle sue opere precedenti - La violenza e il sacro (1972; Adelphi, 1992), Delle cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (1978; Adelphi, 1996), Il capro espiatorio (1982; Adelphi, 1987) - Girard sviluppò il concetto di mimesi: coazione a esistere secondo lo sguardo dell'altro, in una circolarità del sistema soggetto-modello da imitare nel tendere verso l'oggetto, che egli pone alla radice di ogni imitazione avida, rivalità, violenza, costitutiva nella costruzione dell'ordine sia micro- sia macrosociale.

Non di molto si discosta questa raccolta, il cui filo conduttore è l'idea del ressentiment, indicato da Nietzsche come la malattia spirituale del nostro tempo e da Girard come una condizione umana di fondo, esplicitata oggi dal progressivo cadere dei divieti conseguente all'affermarsi dei valori di uguaglianza e libertà. Si tratta di tre saggi, di cui i primi due risalenti agli anni settanta, nei quali Girard discute l'illusione tardoromantica della liberazione di un desiderio buono costretto alla rinuncia conformista da ottuse autorità religiose, politiche, sociali: il primo, su Lo straniero, esamina l'accusa camusiana alla società di generare solipsismo per poi condannarlo. Nel secondo, L'anticonformista, su Deleuze e Guattari, Girard critica il loro Antiedipo con tutta la paccottiglia postroussoiana sulla bontà del desiderio in quanto tale.

È il terzo saggio, quello recente sui disturbi alimentari, che, secondo Girard, rivela il destino del desiderio "liberato": diventato libero di infliggersi penitenze e sofferenze tanto più atroci quanto prive del senso e anche dei limiti che le limitazioni esterne, religiose o in qualche modo autoritarie, fornivano. È la parafrasi sociologica del fatto ben noto in psicoanalisi che l'apparente assenza di una struttura superegoica riconosciuta ed esplicita non significa libertà, ma al contrario, schiavitù di strutture più arcaiche, sadiche e mortifere, organizzate - come ha ben descritto Herbert Rosenfeld - in modi articolati e mimetici, tanto più efficaci nei loro intenti distruttivi quanto più misconosciute.

Stranamente, fa notare Girard, i disturbi alimentari tendono a essere medicalizzati da un lato, o dilatati storicamente deattualizzandone la specificità. Invece, secondo lui, che si tratti di anoressia o del suo polo complementare, l'abbuffata bulimica con purga o vomito provocato successivo, la cosa riguarda in varia misura un po' tutti, e ha a che vedere con quello che solo gli specialisti non vedono: l'estremizzazione del desiderio ossessivo di perdere peso per adeguarsi a un modello vincente. L'altra grande fissazione collettiva è infatti il "tenersi in forma" nei più svariati modi, dai noiosamente ripetitivi come jogging e palestra nelle mille varianti, alle forme che l'autore trova più irritantemente politically correct come estenuanti attività all'aria aperta, sempre a caccia della caloria. Non che ne sia esente il fumatore accanito, che spesso non smette per il timore di ingrassare.

La causa di tutto ciò non può essere cercata in quelli che Girard chiama i soliti capri espiatori istituzionali, bastonati per due secoli e stramazzati già da parecchio tempo, "proprio come il famoso cavallo di Nietzsche a Torino". Chi è invece il responsabile? Il commendatore mimetico, in italiano nel testo, ben nascosto e inaccessibile e proprio per questo indisturbato nella sua efficacia. E anche qui, come non pensare al tiranno interno di Rosenfeld, capo dell'organizzazione narcisistica onnipotente a servizio della distruzione? È singolare l'affinità tra due autori che, in discipline diverse, probabilmente del tutto ignari l'uno dell'altro, sviluppano, per spiegare fenomeni l'uno intrapsichici, l'altro micro- e macrosociali, modelli così affini.

Ma torniamo a Girard, che dispiega il suo concetto di rivalità mimetica, l'equivalente sociale dell'invidia kleiniana, e altrettanto votata a non avere pace. "Finché non siamo dotati di uno scopo degno della nostra vacuità, copieremo la vacuità altrui e riprodurremo costantemente quell'inferno da cui stiamo cercando di evadere". Abbiamo perso Dio e siamo governati dal magro. Dostoevskij lo intuì: l'Adolescente digiuna per volontà di potenza, e prima di lui Stendhal in Il rosso e il nero.

La caduta progressiva delle interdizioni sociali e religiose ci metterebbe dunque nella difficile e dolorosa condizione di essere posti di fronte a qualcosa che, proprio perché non più eludibile, invita a farci i conti alla conquista di una "difficilissima libertà".

La tesi è senza dubbio affascinante, se considerata un modello filosofico e sociologico fondante una possibile interpretazione di un fenomeno talmente vistoso e invasivo che rischia davvero di essere, nella sua pervasività, invisibile. Non fa però giustizia della sofferenza individuale, in qualche caso estrema, che può essere legata al cibo, né dà conto di una varietà di motivazioni legata ai diversi livelli di sviluppo psichico implicati. Girard sostiene che il fenomeno mimetico, a partire da un'origine più o meno casuale - in questo caso il vitino anoressico dell'imperatrice Sissi D'Austria -, una volta innescato, debba essere destinato, come i record atletici, all'incalzare di una emulazione sempre più spinta. Ma perché sia partita proprio quella gara lì e non un'altra, e perché sia così imbevuta, dietro la facciata fatua, di morte, non ci dice. Forse che la perdita di contenitori collettivi trascendenti sia l'equivalente della mancanza di buoni oggetti parentali che introiettati possano arginare derive mortifere?