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Informazioni:

Ritratti con le parole., Il Mulino, 1994. <p>37354</p> <p>917</p> <p>brossura</p> <p>Ottimo</p> <p><br />NB Questo libro, in quanto usato, potrebbe presentare segni di precedenti proprietari, quali sottolineature e scritte a matita o penna oppure timbri di appartenenza, non indicate nella scheda, come pure lievi abrasioni, piccoli strappi, piegature, tracce d'umidità, ingiallimenti delle carte, incurvamenti e foxing, tipici dei libri usati.</p>

Dettagli

1994
184 p.
9788815043153

Voce della critica


recensione di Catalano, G., L'Indice 1994, n. 7

Il quadro di Dosso Dossi, "Giove Mercurio e Vergine", che appare sulla copertina del nuovo libro di Lea Ritter Santini, quasi come un emblema a commento di un'iscrizione, sembrerebbe confutare l'ipotesi annunciata dal titolo, "ritratti con le parole": con il dito poggiato sulla bocca Mercurio invita la Vergine a tacere, a non disturbare con la voce l'opera di Giove intento a dipingere farfalle, simbolo dell'anima. L'immagine rivendica il suo predominio sulla parola, ma rammenta anche la problematica di una "concorrenza" che costituisce il sottile filo rosso dei vari saggi del volume. L'opposizione diviene riflessione critica sulle differenze, poiché è dalla coscienza della diversità che possono sorgere le forme di una correlazione, intese come espressioni di un rapporto dialogico. Sono ipotesi di dialogo, infatti, quelle su cui Lea Ritter Santini, con uno stile non a caso orientato sui modi del condizionale, attrae l'attenzione del lettore nel saggio "Idee difficili e immagini facili", lo guida attraverso una catena di supposizioni che nella diversità di prospettiva fra filologia e iconologia conduce a rintracciare le matrici di un discorso comune. Dedicato a un immaginario dialogo fra Aby Warburg e Ernst Robert Curtius, il saggio ricostruisce un confronto fra il filologo e l'iconologo, l'uno in cerca delle idee, l'altro della loro ricorrenza nella memoria dei gesti, una diversità che trova infine una profonda concomitanza di intenti in nome di un grande letterato, caro a entrambi, Gotthold Ephraim Lessing. Attraverso le considerazioni sulle forme del patetico, Lessing tracciava i limiti fra rappresentazione iconica ed espressione verbale per argomentare in ultimo la necessità di un approccio che fosse intellettuale e visivo insieme. Di nuovo il dialogo si rende paese, e quel Mercurio che nel quadro del pittore ferrrarese appariva come negatore delle congiunzioni, ritorna invece nelle sue abituali vesti di mediatore nel più mercuriale autore del Novecento, Thomas Mann. "Lotte a Weimar" o la trilogia di "Giuseppe e i suoi fratelli" sono esempi di quell'inclinazione così fortemente metaletteraria che fa di Mann l'artista per antonomasia del mascheramento. Un mascheramento di cui Lea Ritter Santini svela per la prima volta il ricchissimo sostrato visivo a dispetto delle stesse affermazioni di Mann che amò sempre appellarsi alla propria natura auditiva. Nell'archivio zurighese si rinvengono quelle preziose fonti iconografiche che furono alla base dell'immenso lavoro di collazione da cui nacque il grande 'pastiche' sul testo della Bibbia. La ricerca di dettagli visivi, di citazioni figurative, di descrizioni che al codice della somiglianza affiancano non l'evidenza della visione bensì l'ambiguità della parola sono i termini di un confronto che l'autrice ripercorre parlando del "Werther" o dell'"Angelo azzurro" di Heinrich Mann o nell'effettuare qualche incursione proustiana. L'assenza di voce raffigurata nella complessa iconografia del quadro di Dosso Dossi è l'allegoria di un mistero: chi osserva interrogherà quell'attimo della temporalità sospesa nel silenzio sia con gli occhi che con la mente; allo stesso modo dovrà fare chi legge allorché il segno visivo diventa segno verbale e, perciò, figurazione scritta.

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