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Il rogo nel porto - Boris Pahor - copertina
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Descrizione

Il percorso creativo di Boris Pahor, scrittore sloveno e cittadino italiano, ruota in prevalenza intorno al destino della gente slovena nel Novecento e alle suggestioni di una città elusiva e ammaliatrice come Trieste. La prima di queste opere è la raccolta di racconti "Il rogo nel porto", che non solo lievita ai livelli più alti della grande letteratura europea ma prelude a quasi tutta la restante produzione dell'autore quanto a temi e motivi ispiratori, restituendo al lettore italiano aspetti della storia contemporanea dimenticati o colpevolmente rimossi: le vicissitudini della comunità slovena sotto il fascismo, la difesa di un'identità culturale brutalmente conculcata, la violenza che investe umiliati e offesi di dostoevskijana memoria e annuncia l'orrore delle deportazioni nei campi di sterminio. Tre sono i nuclei generativi - tutti direttamente o indirettamente autobiografici - dei racconti: il mondo dell'infanzia, l'esperienza del lager (descritto una dolente potenza espressiva tale da ricondurci alla raccapricciante grandezza di "Necropoli") e il faticoso, straniante ritorno nella città natale, Trieste, dopo la guerra e la detenzione nei lager nazisti. Lo sfondo, a parte il ciclo del lager, è il medesimo: la città di Trieste, le cui architetture e stagioni, i cui colori e paesaggi fatti di piogge ventose, iridescenze marine e barbagli di pietra carsica sono rievocati con un lirismo visionario intriso di potenti metafore.
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Dettagli

2008
XII-224 p., Brossura
9788895538112

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Il mio libro preferito di Pahor...Racconti molto intensi, di altri tempi. Mi sa sempre colpire il quasi centenario Pahor.

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Voce della critica

Sulla scia di Necropoli (Fazi, 2008; cfr. "L'Indice", 2008, n. 4), che ha dato all'autore la giusta notorietà, escono adesso i racconti scritti in un lungo arco di tempo, qui per la prima volta tradotti dallo sloveno o dall'autore riscritti in italiano (Fiori per un lebbroso e Una sosta sul Ponte vecchio). Si potrebbe dire che di Necropoli molti di questi racconti, prevalentemente autobiografici, siano lo sfondo e ne costituiscano in qualche modo l'antefatto. Nel libro maggiore Trieste e l'odio fascista antislavo erano temi già fortemente intrecciati: qui, talora fino all'eccesso, diventano causa scatenante, motivo ricorrente. La tessitura necessariamente ideologica, che sfocia in un autentico grido di dolore, qua e là appesantisce la scrittura: l'urlo di ogni minoranza calpestata, per quanto legittimo e civilissimo, è pur sempre un urlo, e perciò ogni tanto deborda (la violenza subita nell'infanzia è sempre la più dolorosa da tollerare).
Il racconto più bello, quello che dà il titolo al volume, è anche il testo dove il fardello del diritto violato è meno opprimente, nonostante tutta la vicenda ruoti intorno all'incendio del Narodni dom, la Casa della cultura slovena bruciata il 13 luglio 1920 dalle camicie nere. Le date sono importanti. Due anni prima i triestini, e insieme con loro gli sloveni della Venezia Giulia, erano diventati cittadini italiani: iniziava quel giorno una storia di tragedie, di violenze e di ferite che saranno solo in parte cicatrizzate alla fine del XX secolo.
A Trieste, ai luoghi dell'infanzia violata, in specie nel racconto Il naufragio, sono dedicate pagine di struggente bellezza, che tenderebbero all'elegia se non fossero trattenute dalla lezione dei fatti: ci si sofferma sulla mutevolezza delle stagioni, sulla popolazione variopinta dei bagnanti che riempiono i tram d'estate, ma la scontrosa grazia della città di Saba è qui declinata in chiave slovena. Inclusa la via del Monte o il Canale, Pahor non può dire "la mia città" alla stessa maniera di Saba: egli invoca giustizia per le vittime dimenticate della violenza fascista.
Manca naturalmente ogni venatura dannunziana. Pahor non è un nazionalista, non ha la stoffa dell'esclusivismo: ha molti legami con l'Illuminismo francese e la sua visione delle cose è quella del cosmopolita che guarda all'Europa delle nazioni di cui sognava Denis de Rougemont. Guarda anche lui, è vero, come gli irredentisti triestini di inizio Novecento, alla Firenze vociana e umanista, come nel racconto Una sosta al Ponte vecchio. Alla patria delle lettere per antonomasia guarda con occhi non diversi da quelli di Scipio Slataper. Ed è sorprendente osservare come il mito vociano-dantesco sopravviva nello scrittore, ma anche nel docente Pahor, quando porta in gita lungo le rive dell'Arno le sue alunne dell'Istituto magistrale sloveno, imponendo loro la pagina del Convivio nella quale Dante "marchia a fuoco la vigliaccheria infame di colui che tradisce la lingua materna".
Alberto Cavaglion

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Conosci l'autore

Boris Pahor

1913, Trieste

Scrittore italiano, di madrelingua slovena. Nel 1940 viene arruolato nell'esercito italiano e mandato sul fronte in Libia. Dopo l'armistizio dell'otto settembre torna a Trieste, ormai sotto occupazione tedesca. Dopo alcuni giorni decide di unirsi alle truppe partigiane jugoslave che operavano nella Venezia Giulia. Nel 1955 descriverà quei giorni decisivi nel famoso romanzo Mesto v zalivu ("Città nel golfo"), col quale diventerà celebre nella vicina Jugoslavia. Testimone coraggioso dei crimini perpetrati dal fascismo e voce vibrante di una minoranza linguistica perseguitata, durante la seconda guerra mondiale, come si è detto, prese parte alla resistenza antifascista jugoslava. Tradito da una delazione finì deportato nei lager nazisti tra il gennaio...

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