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Theodor Fontane

Curatore: G. Baioni
Traduttore: S. Bortoli
Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 2003
Pagine: 2 voll., CCXLIX-2898 p. , Rilegato
  • EAN: 9788804513421

Si dice che Berlino non sia mai uguale a se stessa e che invece sia in continuo divenire. Fontane, che vi è vissuto quasi ininterrottamente per oltre sessantacinque anni, dal 1833 alla sua morte avvenuta nel 1898 (era nato nel 1819 a Neuruppin, una cittadina del Brandeburgo), l'ha conosciuta dunque sotto innumerevoli aspetti. Se al suo arrivo in città negli ultimi anni di regno di Federico Guglielmo III, caratterizzati da cupo immobilismo, la capitale del regno di Prussia contava meno di trecentomila abitanti e presentava un volto provinciale, alla sua morte era divenuta una metropoli che si avviava a toccare la soglia dei due milioni di abitanti - un incremento demografico dovuto in gran parte all'immigrazione, dapprima essenzialmente dal circostante Brandeburgo, poi da province più lontane del Reich, che diventò sempre più frenetica con l'avanzare dell'industrializzazione. Nel frattempo, passando per la rivoluzione del 1848 e la sua repressione, per l'ascesa di Bismarck alla cancelleria, per le tre guerre combattute in meno di un decennio (contro Danimarca, Austria-Ungheria e Francia), Berlino, da capitale qual era del regno di Prussia, era divenuta la capitale del Reich, assumendo un'indiscussa posizione egemonica in Germania.

E nella nuova capitale, resa opulenta dal pagamento dei danni della guerra del 1870-71 dalla Francia, spuntavano i quartieri con le ville della media e grande borghesia finanziaria e industriale. Non lontano, crescevano i quartieri operai con i casermoni per il proletariato industriale. Intanto si sviluppava con sorprendente rapidità l'industria del divertimento con l'apertura di teatri, circhi, cabaret, variétés, caffè, mentre si profilavano già le avvisaglie della décadance e andavano nascendo i primi movimenti di avanguardia artistica, sprezzantemente condannati dal Kaiser Guglielmo II.

"Berlino diventa una metropoli", si sentiva orgogliosamente ripetere di continuo: la capitale del Reich ne era anche la quintessenza, il luogo che ne esprimeva in misura potenziata l'ideologia. Spettatore partecipe e critico di tutte le trasformazioni della sua città, solo quando essa è divenuta la capitale e il centro ideale del Reich Fontane trova le parole per farne non il semplice teatro dell'azione di molti dei suoi romanzi e dei suoi racconti, bensì l'ambiente sociale e culturale dal quale possono svilupparsi le storie che racconta, sicché Berlino, insieme al Brandeburgo, finisce per diventare in una certa misura la protagonista segreta delle sue opere narrative.

Lo scrittore ha quasi cinquantanove anni quando pubblica il suo primo romanzo nel 1878 (diventando "quasi improvvisamente il più grande narratore tedesco", come scrive Giuliano Baioni nel saggio introduttivo) e nei vent'anni che gli restano da vivere ne scriverà ancora sedici, "uno migliore dell'altro" secondo Thomas Mann.

Dei diciassette lavori narrativi di Fontane, i due volumi dei "Meridiani" ne presentano quattordici, con l'esclusione della monumentale opera prima Vor dem Sturm (Prima della tempesta) e di due lavori minori: Quitt (Pari e patta) e Graf Petöfy (Conte Petöfy). In compenso si può leggere quel capolavoro che è il "romanzo autobiografico" La mia infanzia. Si tratta senza eccezioni di nuove traduzioni, affidate a una traduttrice di rango, Silvia Bortoli, che viene felicemente a capo delle innumerevoli trappole di cui è disseminata la prosa fontaniana. Ha ragione infatti il curatore Giuliano Baioni a sottolineare che la grandezza di Fontane non consiste nell'uso sapiente dell'ironia, dell'umorismo e della conversazione, ma è pur vero che il lettore non ne conoscerebbe gli strumenti prediletti, se chi traduce non riuscisse a restituire in italiano, come invece avviene in questo caso, la sovrana disinvoltura con cui conduce i dialoghi, la finezza dell'umorismo e dell'ironia che ne percorre la pagina e infine anche la complessa, magistrale costruzione delle parti descrittive.

Se in Silvia Bortoli Fontane ha dunque trovato una congeniale traduttrice, non si sarebbe potuto immaginare interprete più sensibile e acuto di Baioni, la cui scomparsa recente ha purtroppo privato la germanistica italiana di uno dei suoi maggiori esponenti.

Il riconoscimento dell'importanza di Fontane come narratore e dunque la diffusione dei suoi romanzi fra il pubblico dei lettori risale a non molti decenni or sono. A ritardarne la ricezione hanno concorso diversi fattori. Qui mi limiterò a ricordarne un paio. In primo luogo non risultava particolarmente accattivante quella che veniva considerata la povertà di azione nelle sue opere: provocatoriamente lo stesso scrittore scrisse a proposito di uno dei suoi romanzi che alla carenza di materia doveva supplire il modo di narrare; in verità non è che manchi l'azione, si può dire però che essa sia come velata da un costante understatement, da una strategia narrativa che mira a togliere ogni enfasi agli avvenimenti. In secondo luogo sembra mancare nei romanzi di Fontane il cosiddetto scavo psicologico: colpa capitale in decenni di psicologismo dilagante, non di rado d'accatto; anche in questo caso il narratore è, in realtà, psicologo acutissimo, solo che preferisce mostrare lo stato d'animo dei suoi personaggi attraverso il loro modo di comportarsi, attraverso le loro azioni, le loro gaffe, le loro sviste. Si tratta, come si può intuire, di un modo di narrare di gran lunga più raffinato e che mostra quanto l'autore sia e voglia essere privo di ogni "arroganza" nei confronti dei suoi personaggi.

Prima ancora che la critica militante e il pubblico, dell'importanza di Fontane come narratore si sono accorti alcuni degli autori che hanno fatto la storia del romanzo del Novecento, da Thomas a Heinrich Mann, da Musil a Kafka. L'interesse critico per la sua opera narrativa, e poi la ricezione da parte del pubblico dei lettori, risale invece agli anni cinquanta e sessanta del Novecento. Ne è auspice György Lukács, il quale colloca lo scrittore all'interno della grande tradizione della letteratura realistica dell'Ottocento e lo considera come un critico aperto della società bismarckiana e guglielmina. Tuttavia non si riesce proprio a farne un critico implacabile, sicché in fondo i suoi romanzi e i suoi racconti non soddisfano fino in fondo chi li legga in questa chiave: rispetto alla contemporanea narrativa francese, russa o inglese, pesa in lui in la mancata denuncia della miseria, delle ingiustizie e degli squilibri sociali che affliggono Berlino, la Prussia e la Germania guglielmina. Da allora, con le inevitabili, ma modeste correzioni del caso, si è continuato a leggere Fontane in questa chiave, sicché è stato relegato in un limbo nel quale appariva, sì, come il maggior narratore di lingua tedesca, ma era ancora lontano dalle vette della narrativa europea.

Nel suo saggio introduttivo, Baioni rimette con i piedi per terra la discussione sul realismo di Fontane, che sta, secondo lui, nello sguardo privo di tratti moralistici e ostinatamente rivolto alle vittime, uomini o donne che siano, della morale "virile" affermatasi con la fondazione del secondo Reich, una morale che è tanto arcigna ed esteriormente impeccabile quanto intimamente falsa e che deve necessariamente produrre, senza tuttavia essere capace di soddisfarlo, quel bisogno appunto inappagato di felicità che non è solo il vero tema di Fontane, ma il segno distintivo stesso della modernità.

A rivelare e mettere in crisi il precario equilibrio su cui si regge la morale dominante sono i personaggi femminili, "creature dell'inquietudine moderna" protese naturalmente verso il nuovo, l'ignoto, perché animate da un desiderio senza meta. Il contrasto fra morale prussiana e modernità, che non potrebbe essere più eclatante, pare ricomporsi soltanto nell'ultimo grande romanzo, Lo Stechlin, dove al personaggio femminile più affascinante e inquieto, Melusine, viene affidata una missione estetica: guidare il protagonista, un giovane aristocratico, ufficiale dell'esercito prussiano, lungo la via di una bellezza che è "strumento contro la barbarie del mondo dominato dal denaro".

La lettura che Baioni dà di Fontane non è semplicemente affascinante, è di straordinaria limpidezza perché mostra in che cosa consista la grandezza dello scrittore e riesce a svelare la profondità e radicalità della sua critica.

D. Mugnolo

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    aldo

    26/02/2004 14.31.53

    peccato che si sia utilizzata così male una occasione così importante. molti dei romanzi di fontane non erano mai stati tradotti, nonostante la sua importanza sia paragonabile a quella di flaubert. le traduzioni sono oscene. forse sono lettetarlemente ineccepibili, ma assolutamente illeggibili. ripetizioni su ripetizioni, cento frasi per pagina che iniziano per E. sintassi ballerina. una lingua che annoia talmente da far pensare che forse era meglio non leggere fontane per un altro po'. anche perchè adesso prima che qualcuno riprenderà in mano la faccenda passeranno altri cinquant'anni. meglio imparare il tedesco e leggerlo in originale

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