Curatore: J. Dubois, B. Denis
Editore: Adelphi
Collana: La nave Argo
Anno edizione: 2010
In commercio dal: 27 ottobre 2010
Pagine: XXIV-1832 p., Rilegato lusso
  • EAN: 9788845925399
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Descrizione
Il secondo volume della raccolta presenta i romanzi: La neve era sporca, le memorie di Maigret, la morte di Belle, Maigrait e l'uomo della panchina, L'orologio di Everton, Il Presidente, Il treno, Maigret e le persone perbene, Le campane di Bicetre, L'angioletto, Il gatto.

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Nella prefazione di un vecchio "Omnibus" Mondadori, A tavola con Maigret (1988), Renato Olivieri lo descrive mentre, "come un fenomeno da circo", butta giù in una giornata un intero romanzo, Le roman d'une dactylo, seduto in un caffè di place Pecqueur. Nel 1973, quando manda in pensione Maigret, Simenon ha pubblicato 214 volumi a suo nome, trecento romanzi sotto pseudonimo, un migliaio di racconti. È prolifico perché viene dalla palestra malfamata della letteratura popolare, quella degli scrittori di vena, spesso accompagnati dalla condiscendenza della critica e dallo scetticismo verso una produzione troppo abbondante per essere di buona qualità. Ma a colpire, nel suo caso, è la paradossale coerenza tra dismisura produttiva e regolarità del calibro stilistico. Se ne accorge facilmente chi sfoglia il secondo cofanetto dei Romanzi, a cura di Jacques Dubois e Benoît Denis, pubblicato da Adelphi (il primo era già uscito nel 2004), traduzione italiana dalla "Pleiade" Gallimard. Il libro contiene "romanzi alimentari", da Les memoires de Maigret (1951) a Maigret et les brave gens (1967) e "romanzi duri" come Le neige ètait sale (1948) e L'horloger d'Everton (1954), oltre a una cronologia 1948–1989, che completa gli importanti apparati del primo volume. Impossibile stabilire differenze di livello. Non è un dato trascurabile che Simenon appartenesse alla generazione della "Masque" e di "Le Detective", dei polizieschi "poetici" di Claude Aveline, Jacques Decrest e tanti altri. Un genere che lo scrittore di Liegi aveva magistralmente innovato, inserendovi un investigatore à visage humain, l'uomo qualunque evocato dai manifesti populisti degli anni trenta "per farla finita con i personaggi del bel mondo" e con i feuillettons alla Maurice Leblanc. Ma speciali poteri creativi sembrano sprigionare dal famoso "rituale di scrittura", dallo "scrivere senza tregua", che Simenon ha descritto tante volte nelle interviste e nelle lettere. Due o tre giorni di ambientamento, per "entrare nello stato di romanzo". Ancora un giorno o due per cercare i personaggi tra i dossier dei noms e stendere il progetto su una busta gialla. Poi la redazione, un capitolo al giorno, chiuso nello studio dalle sei e mezza alle nove del mattino. In tutto una settimana per un Maigret, dieci, quindici giorni, per un "romanzo duro". Una full immersion per concludere senza interruzioni, pena la perdita del filo del racconto, l'impossibilità di ritrovarlo. Un lavoro tutto a macchina, dominato dalla ricerca urgente dell'espressione neutra e concisa, concedendo poco al cambiamento, sin dai primi libri con Fayard, Monsieur Gallet, décédé e Le pendu de Saint-Pholien (1931) e offrendo tutto alla tiratura e al lettore, dopo la parentesi con Gallimard e la collaborazione ininterrotta con Presses de la Cité. E un singolare gioco di specchi tra autobiografia e scrittura. Sempre, sin dalla prima fase di stesura, Simenon è invaso dal malessere e dall'angoscia, percepisce il romanzo come un peso da cui liberarsi a ogni costo. Seguono l'irritabilità, le crisi di singhiozzo e il vomito, fino allo svuotamento, provocato dalla mobilitazione di tutte le facoltà mentali ed emotive. Una sospensione della soglia di coscienza, che spiega la misura breve, l'incapacità di resistere a lungo a una tensione così acuta: "Il libro è il prodotto di qualcosa che sfugge alla piena coscienza del suo autore, di un impulso che lo attraversa e che egli ha la funzione di incanalare attraverso la scrittura, senza poter tuttavia giungere ad una lucida consapevolezza di ciò che lo condiziona e lo induce a scrivere" (Romanzi I, Introduzione). Un metodo evanescente, un non-metodo, ma assai vicino a quello del suo personaggio più famoso, per cui conta soprattutto l'immedesimarsi nei pensieri e nei sentimenti della vittima e del colpevole, l'appropriarsene per stabilire un rapporto diretto e segreto con il delitto e il suo ambiente. Come il suo autore, che accingendosi a scrivere una storia ne ignora il tema e il finale, ma vi si cala, portandone dentro di sé solo una specie di richiamo onirico. È vero che in omaggio alle regole del genere, dalle scarpe gialle di Louis Thouret (Maigret et l'homme du banc), alla passione per le corse del buon borghese René Josselin (Maigret et le brave gens), ogni elemento è buono per riflettere. Ma la ricerca si estende inesorabilmente a elementi non materiali, "prende in considerazione le risonanze fisiche e mentali, psichiche e sociali che emanano dall'ambiente osservato", se ne lascia dominare come per "metereopatia": "Chissà se quella notte aveva piovuto a lungo… Maigret non ne aveva idea, ma al suo risveglio fu ben lieto di trovare i marciapiedi nerastri e in parte ancora lucidi, dove si riflettevano vere nubi, non le lievi nuvolette rosa dei giorni precedenti: nuvoloni dai contorni scuri, carichi di pioggia. Non voleva più saperne dell'estate delle vacanze, non vedeva l'ora che tutti tornassero al proprio posto" (Maigret e le persone perbene). È un ritmo fatto di "lentezza e straniamento": "Io non penso niente. Cerco. Se domani mi farete un cenno, io capirò" – dice Maigret, rapito nella stessa strana trance del suo autore. Valentino Cecchetti