Il romanzo della fanciulla

Matilde Serao

Editore: Liguori
Anno edizione: 1986
Pagine: 268 p.
  • EAN: 9788820713935
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recensione di Zaccaria, G., L'Indice 1986, n.10

Il lavoro condotto sulla narrativa cosiddetta "minore" (o presunta tale) dell'Otto-Novecento ha posto da tempo in primo piano il problema filologico, per le difficoltà di reperire testi attendibili e corretti. È davvero opportuna, quindi, questa riproposta della Serao, di cui F. Bruni presenta, in edizione filologicamente accertata, oltre che attentamente discussa sul piano critico e linguistico, "Il romanzo della fanciulla" (cinque racconti riuniti nel 1885) e "La virtù di Checchina" (1883). Le pagine del "Romanzo", in particolare, sviluppano la tematica della "condizione femminile" colta in alcuni momenti rivelatori: i rapporti mondani, nelle diverse stratificazioni sociali; l'amore e la maternità; il mondo del lavoro, raffigurato in "Telegrafi dello Stato"; l'ambiente della scuola. Ma è soprattutto la tecnica narrativa che sollecita le maggiori attenzioni, dopo aver suscitato, fra i critici contemporanei, non poche perplessità: si tratta di una ininterrotta sequenza (quasi la pellicola di un film) che si sofferma sulle persone, sui loro dialoghi incontri separazioni E tuttavia non si può parlare di "bozzettismo" nel senso corrente e riduttivo del termine. Dei postulati naturalistici la Serao rispetta, al più alto livello di coerenza, non solo l'oggettività impersonale, ma anche la scomparsa dell'"eroe" e il ripudio del "romanzesco". La conclusione delle vicende può anche essere suggellata dal suicidio o dalla monacazione, ma questi motivi hanno perso la loro connotazione esasperata, tardo-romantica; fanno parte dei tanti esiti della vita, e come tali hanno un valore parentetico, interlocutorio. È lo stesso valore che l'eruzione del Vesuvio, a conclusione di "Nella lava", sembra attribuire ai fatti contingenti dell'esistenza. Simbolo di una fatalità in grado di distruggere e schiacciare, essa ribadisce una eterna condizione di rassegnata impotenza, che è tra le cifre costanti dell'opera. Soluzione perfettamente adeguata risulta allora - sul piano della tranche de vie, del "documento" - la notizia di un giornale, che riporta il nudo elenco delle vittime. Non diversa la funzione delle note di un diario che informano, a distanza di tempo, sul destino dei personaggi di "Scuola normale femminile", un brano che, per la sfiducia di cui è investito, serve da efficace contraltare all'imminente ottimismo deamicisiano ("Cuore" è del 1886). Voglio dire che l'accettazione dell'ordinamento esistente - soggetta all'etica borghese della "mortificazione" e della "rinuncia" - non esclude un profondo moto di rifiuto e di rivolta. Proprio su questa tensione - per lo più inespressa - viene a costruirsi lo stupendo racconto "La virtù di Checchina": qui, nell'incapacità di portare a termine un già stancamente progettato adulterio, è il definitivo abbandonarsi al vuoto del grigiore quotidiano. La dialettica della privazione, dell'assenza, fa coincidere adesso, in negativo, rimozione e impotenza, sì che nel titolo non sarà forse assente un'amara ironia, per l'inevitabile trionfo di una repressione destinata a vanificare ogni attesa di riscatto.