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Editore: Mondadori
Collana: I Meridiani
Anno edizione: 1999
Pagine:
  • EAN: 9788804457763

recensioni di Barenghi, M. L'Indice del 1999, n. 10

Un duplice proposito sottostà alla pubblicazione del Meridiano dedicato a Giacomo Debenedetti.Il primo e più evidente consiste nella volontà di consacrarlo come scrittore tout court, senza aggettivi o clausole di sapore restrittivo. Gli elogi alle qualità della sua prosa si sono negli anni accumulati, fino a costituire un ingente repertorio di giudizi non di rado autorevolissimi. L’inclusione ora in una collana letteraria, che fino ad oggi – fatta salva l’eccezione di Roberto Longhi – ospitava scritti di critica e saggistica solo in connessione (e quindi in qualche maniera in subordine) a una produzione poetica o narrativa, intende sancire in via definitiva questo riconoscimento di valore. Il secondo obiettivo, apertamente dichiarato dal responsabile del progetto editoriale, Alfonso Berardinelli, e manifesto nella stessa scelta del titolo Saggi, sta nella rivendicazione dell’appartenenza alla letteratura del genere saggistico in quanto tale. Un grande critico, sostiene Berardinelli nell’introduzione, non può non essere uno scrittore originale: e ad esemplificazione del suo assunto cita i nomi di Edmund Wilson, Walter Benjamin, Viktor klovskij, Roland Barthes, George Steiner. "Non solo il critico è a suo modo uno scrittore. Ma è anche ‘tenuto’ ad avere uno stile: lo stile è parte irrinunciabile e connotato richiesto della sua professione". Più lapidariamente: "lo stile è un requisito professionale".

Ecco come è composto il volume. In apertura, un centinaio di pagine equamente divise fra il saggio di Berardinelli (Giacomo Debenedetti, il libertino devoto) e l’ampia cronologia, curata da Marco Eduardo Debenedetti. Seguono i testi: poco meno di milleseicento pagine, ripartiti in Racconti, Critica, Appendice. Infine, circa centocinquanta di apparati, a cura di Angela Borghesi: note ai testi, un’utile bibliografia degli scritti dell’autore, una bibliografia (denominata "essenziale", ma in realtà abbastanza ampia) della critica.

La scelta dei testi punta, con ogni evidenza, sugli scritti critici editi. La sezione Racconti comprende infatti Amedeo (1926), 16 ottobre 1943 e Otto ebrei (1944), ma non i tre esperimenti narrativi che accompagnavanoAmedeo nelle Edizioni del "Baretti" (Cinema Liberty, Suor Virginia e Riviera amici), né il successivo frammento noto come Amedeo II, che si leggono nel volume curato da Enrico Ghidetti Amedeo e altri racconti (Editori Riuniti, 1984).Nella sezione Critica sono invece riprodotti per intero tutti i libri saggistici pubblicati vivente l’autore: cioè le tre serie di Saggi critici (1929, 1945, 1959) e Intermezzo (1963), ai quali s’aggiunge la celebre Commemorazione provvisoria del personaggio-uomo, apparsa in rivista nel 1965 (due anni prima della scomparsa di Debenedetti). Parchi, ma giustamente mirati sul Romanzo del Novecento, i prelievi dai volumi postumi delle lezioni universitarie: le pagine su Joyce e Proust del corso 1962-63 e tutto il corso 1963-64 (Aspetti del romanzo).

L’Appendice documenta due aspetti meno vulgati ma tutt’altro che marginali dell’attività di Debenedetti: l’interesse per il cinema e il lavoro editoriale. La parte cinematografica include cinque articoli degli anni trenta (in cui si parla dei fratelli Marx, di Greta Garbo, Katherine Hepburn, Charlie Chaplin), più il testo di una conferenza del 1948 (Cinema: il destino da raccontare), rimasta inedita fino alla preziosa raccolta di scritti cinematografici debenedettiani allestita da Lino Miccichè (Al cinema, Marsilio, 1983). Seguono tredici delle note editoriali scritte per la "Biblioteca delle Silerchie", la collana che Debenedetti creò fra il 1960 e il 1965 per il Saggiatore di Alberto Mondadori (la raccolta completa si legge in Preludi, a cura di Michele Gulinucci, Theoria, 1991).

Le obiezioni che si potrebbero sollevare sull’impianto di questo Meridiano non reggono, credo, all’osservazione – peraltro ovvia – che una scelta più ampia non era editorialmente praticabile. Né è giunto il momento, ancora, per la pubblicazione dell’opera omnia di Debenedetti: nella quale dovrebbero trovare posto, fra l’altro, non solo i non pochi scritti sparsi – sia di critica militante, sia di critica editoriale –, ma anche i tuttora inediti frammenti di romanzo, conservati fra le sue carte; a tacere di quella elusiva, semiclandestina attività di sceneggiatore cinematografico, esercitata, specie durante il periodo della persecuzione razziale, insieme all’amico Sergio Amidei. Certo, una congrua valutazione del contributo debenedettiano agli studi letterari esige tassativamente il rinvio ai quaderni universitari (e ripetiamone i titoli: Il romanzo del Novecento, Niccolò Tommaseo, Poesia italiana del Novecento, Verga e il naturalismo, Vocazione di Vittorio Alfieri, Pascoli: la rivoluzione inconsapevole, Rileggere Proust, Quaderni di Montaigne). Ma qui si trattava non di dar conto di tutte le esplorazioni critiche di Debenedetti, bensì di proporlo come modello di stile: in termini debenedettiani, di esibire le sue "credenziali" per l’ammissione in un ideale canone letterario novecentesco.

Ciò precisato, era poi opportuno aprire almeno uno spiraglio sui vari ruoli via via ricoperti dallo scrittore lungo mezzo secolo di un’irrequieta, febbrile, attività. Fermo restando che, se i panni di insegnante risulteranno a Debenedetti singolarmente congeniali, al cinema aveva però riservato a lungo un’attenzione assidua e tutt’altro che dilettantesca, come attestano le molte acute osservazioni d’ordine tecnico. E quanto alle note alle "Silerchie", alcune hanno il carattere di autentici saggi critici in nuce (chi ne dubita si rilegga le due paginette dedicate agli Immediati dintorni di Vittorio Sereni). Semmai, volendo proprio fare un appunto su questo volume, si potrebbe accusare di superfluità la doppia citazione (nella cronologia e nelle notizie sui testi) di una lettera del 1954 legata a un attrito con Luigi Russo che non credo meriti ormai troppa enfasi; e forse qualche ragguaglio supplementare sugli scritti cinematografici si sarebbe potuto prendere in prestito dal lavoro di Miccichè.

Per quanto concerne invece la ricostruzione della personalità di Debenedetti operata da Berardinelli nel saggio d’apertura, mi pare che presenti un carattere di provvisorietà che – non fosse per lo scrupolo di evitare eccessi di osmosi – si vorrebbe definire tipicamente debenedettiano. Da un lato infatti vengono segnati alcuni punti fermi: la statura dell’autore, la sua idea del Novecento letterario, i suoi modelli (segnatamente Saba e Proust), e soprattutto i tratti distintivi del suo stile, improntato a una "conversazione critica" tanto ancorata al common sense quanto perennemente intesa a varcare i confini tra diversi linguaggi e diversi ambiti del sapere ("il tono più costante e subito caratteristico della scrittura di Debenedetti è quello di un brillante, sofisticato buon senso, di un concreto e disincantato senso comune. Da questa rassicurante materia solida vengono poi fatte scoccare le scintille dei paradossi, delle rivelazioni e degli aforismi"). Dall’altro, però, l’analisi si chiude su una diagnosi che poteva (che potrebbe) essere un eccellente punto di partenza. Nel suo garbatissimo, affettuoso racconto biografico Giacomino (Rizzoli, 1994), il figlio di Debenedetti, Antonio, aveva scritto che in lui convivevano "due nature": una rabbinica, e una dominata da un’intelligenza libertina. Berardinelli, a sua volta, propone una variante: "Debenedetti era nello stesso tempo tre cose: un dandy, un rabbi e uno scienziato". Fra parentesi, osservazioni siffatte trovano alimento nella recente scoperta di un remoto cimento biblico del Nostro (Profeti. Cinque conferenze del 1924, a cura di Giuliana Citton, introduzione di Cesare Segre, Mondadori, 1998). Ma il punto più interessante è un altro. Come si rapporta questa bina o trina identità con quella, a mio avviso decisiva, di appassionato di musica?

Berardinelli insiste sul rapporto con Proust. Come dargli torto? Il "quaderno" proustiano (databile 1946) evoca un’autentica epifania: "Dire che allora Proust ci incantò – come si può vedere dalle testimonianze non del tutto cancellate del nostro fervore – sarebbe poco dire. Fu addirittura l’unico: fu lo scrittore che più ci dette l’illusione di essere venuto a manifestare tutte le cose che a noi urgevano sulla punta della lingua". Ma a compulsare quelle testimonianze si registra un’originaria, insistita, quasi istituzionale associazione fra il nome di Proust e quello di Wagner.Il parallelo fra il lettore di Proust e il devoto di Wagner, in Proust 1925. La giovinezza della generazione dell’autore della Recherche identificata con "i giorni delle frenetiche e rapite iniziazioni wagneriane", in Proust e la musica (1928). Ecco un punto cruciale. Bisognerebbe capire come il "mito della musicalità wagneriana" (della musicalità, si badi, non della musica: una diversa idea di forma ne è chiamata in gioco) agisca sul destino dello scienziato, del rabbi, del dandy. Bisognerebbe rileggere Debenedetti alla luce della storia del wagnerismo in Italia: tenendo ben presenti (ma senza sopravvalutarle) le didascalie musicali scelte per la Radiorecita su "Jean Santeuil".

Ma che dire? La critica "di contatto" è contagiosa sul serio. Anche questa recensione, ahimé, finisce dove avrebbe dovuto cominciare.