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La prima fake news della storia è una lettera mai scritta dal generale spartano Pausania, in base a cui fu considerato colpevole di alto tradimento per la sua presunta intenzione di tradire i greci per passare al servizio di Serse. Un tema attuale ma non nuovo, che ha che fare con le nostre paure più che con bot o algoritmi che spammano notizie false. Il fenomeno ha radici profonde e sull’argomento si possono rintracciare tracce sin dall’epoca greca e romana: quindi si tratta di un termine solo apparentemente moderno. Nel succedersi del tempo e percorrendo la letteratura si nota, poi, che si modifica il sistema di comunicazione con cui si trasmettono le false notizie. Si tratta quindi di un rischio che aumenta con l’aumentare della complessità nelle comunicazioni. Ai nostri giorni il termine ha valicato i confini spazio-temporali, tanto che l’autorevole Collins Dictionary ha definito, nel 2017, le fake news come espressione dell’anno. In Italia il dibattito è, inevitabilmente, in continua crescita, visto che il termine è impiegato per definire una vasta gamma di contenuti ingannevoli, inequivocabilmente falsi ma ugualmente capaci di creare divisioni e contrapposizioni, perché in grado di agire sui sentimenti elementari e immediati dell’uomo, come la paura, l’odio, l’interesse e la prepotenza, nonostante siano celati nell’anonimato. Ai nostri giorni, si tratta di un fenomeno che sta crescendo esponenzialmente. La deliberata creazione e diffusione di informazioni false (la disinformazione) e la condivisione involontaria di informazioni Italia, nel 2019 ha coinvolto il 53% degli italiani), ha sicuramente varcato i nostri confini e quelli del marketing politico e della propaganda, venendo condivise e commentate forse più delle notizie pubblicate online dai media tradizionali, diffondendosi come un virus sulle notizie senza verificarle. E oggi è sempre più difficile e pericoloso decidere chi debba diventare arbitro della verità.
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