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Editore: Garzanti Libri
Collana: Saggi blu
Anno edizione: 1996
Pagine: 206 p.
  • EAN: 9788811598541
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recensione di Esposito, E., L'Indice 1996, n.10

Di questa "Scatola nera" (titolo la cui metafora tecnologica esibisce una trasparenza non del tutto scontata), che presenta una parte degli interventi critici che Giorgio Caproni conservava "in previsione di una raccolta", non è precisato il curatore, n‚ i criteri che possono aver guidato nella scelta. Presumeremo che essi siano rappresentativi di un'attività che Caproni, pur senza sistematicità professionale, ha lungamente esercitato, e può stupire, in questo senso, che siano così pochi i brani dedicati a una libera riflessione sul tema della poesia, o del proprio fare poetico: soltanto sei, e piuttosto brevi, gli "Scritti di poetica" che aprono il volume, pur integrati come appaiono dalle osservazioni" Sul tradurre", che non fanno lievitare però oltre la cinquantina le pagine compromesse con la dimensione "teorica" della critica.
Dovremmo aggiungere che stupisce, in questa scarsità, il riproporsi monocorde degli stessi motivi, l'affidarsi del poeta a poche immagini che si ripetono o si richiamano senza variazioni sostanziali: se non fosse che Caproni ci avverte subito che "definire che cos'è la poesia non è mai stato nelle mie aspirazioni", e se non fosse che quei pochi motivi e immagini forniscono un quadro concettuale di indubbia chiarezza e fermezza.
Un passaggio relativo ai problemi del tradurre compendia efficacemente gli essenziali principi cui il poeta si affida: "Si dirà che per tradurre onestamente basta contentarsi della riduzione: basta trarre l'idea, il senso letterale. Già, una traduzione-commento. Ma resta poi da vedere se l'espressione poetica (l'idea poetica: la poesia, insomma) nasca soltanto da quel senso, o non piuttosto da un qualcosa d'intimamente fuso con tale senso, il quale qualcosa vien del resto perduto o traviato non solo nella traslazione da una lingua all'altra, ma addirittura compiendo l'operazione nella stessa lingua: spostando appena una parola o un accento, un appena che basta a distrugger l'incanto".
Il "qualcosa", l'"appena", alludono infatti a ciò che costituisce la "musica" (tutt'altra cosa dalla "musicalità") del testo, a quella "compenetrazione" fra suono e senso per la quale Caproni rimanda a Dante come a Montale, e che gli fa sostenere nel linguaggio poetico il primato del ritmo, in quanto è grazie a esso che la parola cessa di essere soltanto "segno d'un codice convenuto" e, lungi dal limitarsi a trasmettere dei contenuti di realtà, genera essa stessa una realtà. Del resto in poesia, come nell'arte in genere, "non si tratta tanto di capire ma di sentire", sostiene Caproni, e questo "sentire" sarà possibile e tanto più profondo in relazione alla ricchezza delle note che ogni parola-nota susciterà in noi, così come in musica le vibrazioni di una singola nota altre ne "sveglia e rende udibili (sensibili: facendo realmente vibrare le altre corde)".
Non si fa riferimento - si badi - a una parola "evocatrice", e nemmeno al suo grado di simbolicità; pur non negando l'importanza di queste dimensioni della parola poetica, Caproni ne privilegia piuttosto l'aspetto propriamente fisico, la sua "natura" altra e distinta rispetto alla natura da cui pure prende le mosse, e tanto può bastare a sottolineare l'originalità della sua concezione: "linguaggio non come mezzo di conoscenza ma come essenza: cioè a dire come verità in atto".
Non è il caso di insistere, soprattutto alla ricerca di formulazioni di più razionalistica evidenza. In quest'era "in cui tutto s'è trasmutato in scienza o raziocinio" Caproni ha il coraggio, come "un artigiano dell'età comunale", di richiamarsi anzitutto e umilmente al proprio mestiere e alla propria sensibilità, e di ritrovare per questa strada ("in atto", appunto) le ragioni della teoria. Forse per questo, la parte più viva del volume - nonostante tutto - è quella analogamente tesa a cogliere "in atto", dovunque essa si manifesti, la poesia, e che ci rimanda al lavoro di recensore esercitato non senza assiduità da Caproni nell'immediato dopoguerra (per la "Fiera letteraria") e negli anni cinquanta-sessanta di nuovo per la "Fiera" e per il quotidiano fiorentino "La Nazione".
È qui che meglio si mostrano la sua finezza di lettore e il suo acume critico, è qui che il suo gusto dà la prova più netta della saldezza del pensiero che lo regge. Ma "gusto" non è termine che egli avrebbe gradito ("il gusto procede per modelli a lui impostisi dopo essere stati avversati"), e anche se la valutazione non ci trova concordi diremo allora della ricchezza e varietà di questa parte, la meno riassumibile nel suo spaziare da Rebora a Sereni, da Sbarbaro a Penna, da Luzi a Pasolini (non senza soffermarsi su narratori come Gadda, Landolfi, Tobino, la Morante): autori e opere tutti che hanno costituito il nutrimento costante di Caproni, o piuttosto la sua scuola - per usare termini suoi - di verità e libertà.