Scritti dispersi (1943-1952)

Alberto Savinio

Curatore: P. Italia
Editore: Adelphi
Collana: La nave Argo
Anno edizione: 2004
In commercio dal: 25 febbraio 2004
Pagine: XXII-1899 p., ill. , Rilegato
  • EAN: 9788845918391
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Descrizione
Alberto Savinio (Atene 1891 - Roma 1952), fratello del celebre pittore Giorgio de Chirico, è stato uno dei maggiori "irregolari" della letteratura italiana del Novecento. Scrittore ricco d'illuminazioni e d'invenzioni, surrealista fuori da ogni schema precostituito, Savinio scrisse in poco meno di un decennio una serie di articoli per quotidiani e riviste, di vario argomento, dando così sfogo al suo dilettantismo (nell'accezione originaria, positiva, del termine) e al suo desiderio di "universalismo".

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    Sbaruffo

    12/03/2015 22:02:20

    Il prezzo è eccessivo? Forse. In compenso, quasi 2000 pagine di Savinio. Guizzi di genio, a volte diari di viaggio o recensioni, ritratti fulminanti, episodi autobiografici conditi da una irresistibile ironia, da una proprietà di linguaggio mai pedante e sempre scorrevole oltre che da una mutevolezza di interessi che non può che incentivare la lettura tra miti greci, freud, leopardi, pitture greche, polemiche linguistiche, considerazioni politiche eccetera. Savinio, da perfetto dilettante, si diverte a saltellare su tutti gli argomenti, su tutto ha qualcosa da dire, su tutti il suo sguardo parte da prospettive originali. Uno scrittore che, come Sciascia (che fu il primo a raccogliere questi scritti avendo sempre apprezzato molto Savinio) ha il dono di scrivere sempre con qualità e interessando il lettore, che si tratti di romanzi, racconti o critiche teatrali. Da leggere e da rivalutare, Savinio fu uno scrittore grandissimo.

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Benché inaugurata dai Romanzi (1995) di Dossi, l'elegante collana di classici italiani moderni dell'Adelphi, la "Nave d'Argo", sembra immaginata fin dal nome apposta per ospitare l'opera di Alberto Savinio (1892-1952): italiano d'Atene, sedicente "novello argonauta" in molti pezzi autobiografici, a cominciare dal lungo racconto, La partenza dell'argonauta , incluso in quell'"emporio levantino, un bazar di tappeti o d'ottoni" (come lo descrisse Papini) che fu il suo primo romanzo, il futurista Hermaphrodito (1918). Ma si potrebbe guardare anche più indietro: agli appunti in Apollonio Rodio letto alla Braidense nel 1909, quando Savinio si firmava ancora col suo vero nome, Andrea de Chirico (si tratta del più antico autografo descritto nel catalogo della mostra Le carte di Alberto Savinio , Firenze, Gabinetto Vieusseux, Archivio Contemporaneo Alessandro Bonsanti, a cura di Paolo Italia, Polistampa, 1999); o al sillabario dove l'innominato narratore di Tragedia dell'infanzia (1937) s'affaccia all'avventura dell'alfabeto: "La pagina dell'A era dedicata alla partenza degli Argonauti. Tre uomini armati e composti come statue, guardavano l'orizzonte del mare e levavano la mano al saluto".

E "mare" da solcare in lungo e in largo, o di veramente dolce naufragio, sarà la poliedrica opera completa (quella letteraria, s'intende: ai dipinti e alla musica penseranno altri editori!), che a occhio dovrebbe comprendere sei o sette volumi. Dei quali, in dieci anni, ne sono usciti finora tre, Hermaphrodito e altri romanzi (1995), Casa "La Vita" e altri racconti (1999) e il recente Scritti dispersi 1943-1952 , sotto la direzione di Alessandro Tinterri, autore anche dei bei saggi apposti al secondo e terzo volume (il primo è introdotto da un notevole scritto di Alfredo Giuliani), per la cura dello stesso Tinterri e dell'infaticabile Paola Italia, che ricostruiscono la storia interna ed esterna d'ogni libro, e mettono a disposizione un buon apparato di varianti e altri materiali altrimenti irreperibili.

Così, ad esempio, in appendice al volume dei romanzi si ritrovano i quattro capitoli dell'incompiuto Avventure e considerazioni di Innocenzo Paleari (forse il libro che Savinio, nel '19, pensava di intitolare Il ritorno dell'argonauta ), apparsi in rivista tra il '21 e il '22, e mai più ristampati. O, in quello dei racconti, nelle note ad Achille innamorato (1938) si può leggere quella pagina esilarante sul "marito meccanico" ("una macchinetta che compie nel modo più preciso, perfetto, pulito quella funzione che la più parte dei mariti oggigiorno non sono più capaci purtroppo di compiere. Gran sollievo, lei capisce bene, per quei poverini, E anche per le mogli, uno sfogo grandissimo" ecc.), conservata in rivista, ma censurata dalla stesso Savinio per la pubblicazione in volume del racconto eponimo, Achille innamorato misto con l'"Evergeta" (della sua assenza anche nella ristampa Adelphi del '93, si rammaricava Rocco Carbone proprio qui sull'"Indice", 1993, n. 9).

Nessuna perplessità, dunque, rispetto ai criteri dell'edizione; semmai qualche curiosità. Ad esempio, dove saranno accolte, se il volume dei romanzi è già uscito, le pagine inedite di Tragedia dell'infanzia scoperte pochi anni fa, e pubblicate nella ristampa di quel libro nella "Piccola Biblioteca" Adelphi (a cura di Paola Italia, 2001)? Né sarà facile, credo, trovare una collocazione ai Chants de la mi-mort , che Giancarlo Roscioni aveva compreso nell'edizione einaudiana di Hermaphrodito (1974), ma non appaiono nel volume della "Nave d'Argo" (come filologicamente ineccepibile; anche se, in effetti, i Chants conservano un'indubbia parentela con alcune parti di Hermaphrodito , e forse qualche diritto di cittadinanza l'avrebbero avuto)?

Dopo quell'esordio (nell'agosto del '14, sulla rivista di Apollinaire "Les soirèes de Paris"), il "civile" Savinio si sarebbe allontanato dalla "poesia (versi in colonna), indegna della nostra condizione di adulti mentali": "La poesia ha ragione di esistere prima della nascita della città , ma dopo che la città è nata la poesia non ha più ragione di essere, e far coesistere città e poesia è assurdo. La città, piana, organizzata, 'utile a tutti' è la Prosa". Ma i Chants restano un testo di grande importanza, non foss'altro per il valore affettivo che gli accordava l'autore, non solo come esordio letterario, ma soprattutto come visibile testimonianza delle sue affinità con l'amatissimo Apollinaire; il quale - come Savinio scopre solo trent'anni dopo, e racconta commosso in un articolo del '46 - vi si era ispirato nel comporre la Jolie rousse : "Gioia per un conchiuso patto d'amicizia. Perché io ho pensato, ho sentito 'come' la mia poesia, cioè a dire io stesso sono entrato per mezzo della mia poesia in lui, e sono diventato lui, ossia 'sua' poesia. Gioia di sentire questa reciprocità, questo legame; e che anche lui deve qualcosa a me, che a lui devo tanto".

Il volume degli Scritti dispersi 1943-1952 ripropone, con alcune preziose integrazioni e un impagabile indice dei nomi, gli articoli già raccolti da Sciascia e Franco De Maria nell'omonimo volume Bompiani (1989), frutto della fitta attività giornalistica (sulla "Stampa", la "Lettura", il "Corriere della Sera" ecc.) cui Savinio - passati i cinquant'anni e, per sua stessa ammissione, ormai stando "più comodo nella vita" - si dedicava assiduamente, mentre attendeva alla stesura, o alla ristampa, d'altre opere maggiori, tornando anche a occuparsi di musica e di teatro, sia da autore che da scenografo (e che sia affatto illegittima la distinzione fra opere maggiori e minori è dimostrato, ad esempio, da come i capitoli del Signor Dido , 1978, nascano da semplici articoletti sul "Corriere").

Si tratta di centinaia di pezzi, riflessioni letterarie, morali, politiche - come nelle straordinarie pagine in cui, argomentando l'obsolescenza d'ogni modello di stato, si raccomanda di "togliere ai reggitori e amministratori della cosa pubblica la posizione di centro (...) e disporli in fila, in 'ordine sparso', ai ininterrotta "conversazione", come notava Sciascia, che nell'introduzione all'edizione Bompiani citava il Tommaseo, dove la parola "comprende e il convivere e il discorrere insieme di qualsiasi argomento", glossando poi lui: "quasi sinonimo di società 'eletta'" (e si può ben dire che Sciascia - cui si deve anche la ristampa, presso Sellerio, di Souvenirs , 1976, e di Torre di guardia , 1977 - abbia borgesianamente "creato" in Savinio il suo precursore).

"Savinio ogni tanto scrolla la testa e dice: 'È inutile, non riesco ad essere infelice'. Savinio è al di là delle cose, scrive di rendita", ricorda (in Via privata , Mondadori, 1973) Valentino Bompiani, che dal '42 divenne il suo editore fisso, e con la sua casa editrice fu certo una delle ragioni della "felicità" saviniana. La quale ha tuttavia altre motivazioni ben interiori; anzi no, piuttosto "greche", più "leggere", profonde e superficiali al tempo stesso, fondandosi proprio sulla rara saggezza di non discriminare fra interiore ed esteriore, dentro e fuori, io e mondo: perché come Empedocle, "fisico e assieme poeta", anche "il signor Dido pensa che tra fisico e metafisico non c'è frattura, e che il metafisico è la diretta e naturale continuazione del fisico".

Perciò nelle sue pagine case e cose son così facilmente animate, "ispirate", quando e più degli esseri cosiddetti viventi. Perciò la sua estrema confidenza - niente affatto parodistica anche nell'ironia - con la mitologia e le sue metamorfosi. O - tra mille esempi - la sua predilezione, sopra il Boiardo o l'Ariosto, per le ottave più umili del Pulci, dove "il soprannaturale [è] sentito e detto con tanto naturalezza". Di qui anche la cautela di tenersi sempre a debita distanza da ogni genere di sapere specialistico, che per definizione si mangia la coda ("Come specialista di psicologia, Freud ha il difetto comune agli specialisti, manca di intelligenza psicologica"), e ad ogni occasione praticare invece quel "dilettantismo" che è stato di Eraclito (che "con venticinque secoli di anticipo, ci dà l'immagine del 'nostro' universo"), di Luciano di Samosata, di Montaigne, di Voltaire, che ha avuto il suo maggior esponente in Stendhal ("benché egli stesso in fondo non sapesse chiaramente quello che si faceva; benché egli fosse inconsapevole dell'immensa portata filosofica dello stendhalismo"), e ancora di Nietzsche e di Savinio stesso: una "suprema libertà" che è anche "la condizione umana di là dalla categorica determinazione dei sessi; di là dalla stessa perfezione del divino e dell'umano. Regno di Ermafrodito. Suprema maturità".

"Savinio era uno di quei pochissimi spiriti, la cui esistenza mi soddisfaceva pienamente per il dono perenne che ne avevo", annotava Libero de Libero nel suo diario, quello stesso 6 maggio 1952 in cui ricevette notizia della morte improvvisa dell'amico. "In lui stupiva, oltre che la forza della mente, la completezza del sentimento, una qualità umana di affetto che era una solidarietà, un principio di salute morale. Sentirlo parlare era uno di quei piaceri dell'intelligenza che solo pochi artisti danno, un piacere che diveniva intelligenza in chi l'ascoltava. (...) Si poteva a volte non accettare un suo giudizio sul tale scrittore del passato o del presente, su un pittore o un musicista, ma nella sua definizione c'era sempre qualcosa che induceva a riflettere, a rivedere un nostro convincimento; nella sua ironia sempre lampeggiava una delicata indulgenza, a volte egli arrossiva per vincere l'orgasmo che gli dava uno slancio d'affetto verso qualcuno degli amici, diveniva timido, arrancava ridendo, voleva farsi perdonare se non poteva dire di più. (...) Savinio era il solo artista che volesse raggiungere un'interezza nella continua ricerca di un'armonia, nella realizzazione completa d'un'opera che unisse in se stessa e in un'assoluta emozione tutti insieme gli attributi della poesia, della pittura e della musica; in ciascuna di queste espressioni egli pareva continuare un discorso che non interrompendosi l'aiutava a compiere più armoniosamente quell'interezza ora in un capitolo di prosa, ora in un quadro, ora in una scena di musica. (...) Compiango chi non ha parlato almeno una volta con Savinio e chi non l'ha ascoltato in una di quelle serate che per me restano memorabili; invidio chi un giorno dovrà scoprire nella sua opera di scrittore di pittore e di musicista quelle luci che non soltanto a me rischiararono certi cieli e quelle ragioni che a molti spiegarono il significato dell' essere artista rimanendo uomo tra gli uomini".

E continua, due giorni dopo, descrivendo il funerale: "Giorgio de Chirico, l'unico fratello di Savinio, piangeva come un bambino, si capiva che il suo dolore era una sorpresa per lui, egli non s'attendeva un dolore così grande, e il suo pianto rivelava smarrimento, pietà, orrore, proprio come il bambino alla prima sofferenza umana. (Prima che il coperchio della bara fosse chiuso De Chirico ha posto sul capo del fratello una coroncina d'alloro, come i greci antichi usavano con gli eroi e coi poeti)" ( Borrador. Diario 1933-1955 , Nuova Eri, 1994).