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Anna Detheridge

Editore: Einaudi
Anno edizione: 2012
Pagine: XV-300 p. , ill. , Brossura
  • EAN: 9788806210526
L'obiettivo di Anna Detheridge alle prese con gli Scultori della speranza è chiaro sin dalla premessa: "L'evoluzione, dagli anni '60 a oggi, di un'idea di arte che ha messo in dubbio la funzione stessa della rappresentazione artistica, minando le basi del proprio linguaggio". Si tratta evidentemente dell'arte concettuale e delle "attitudini, sensibilità e orientamenti" che da essa scaturiscono fino a oggi. Un libro denso, generoso di riferimenti e citazioni, che alterna storie note ad altre inedite. Sull'esempio di Carla Lonzi, l'autrice mette intanto in discussione il suo ruolo di critico quale dispensatore di giudizi: alla forma finale dell'opera preferisce il processo e il contesto, al giudizio estetico l'ascolto, la relazione e l'interazione tra i soggetti in campo, l'ineludibilità soprattutto del giudizio etico. L'approccio è tematico: quattro macro-argomenti (L'arte concettuale e la sua eredità; Lo spazio fisico e le sue interpretazioni; Nuove visioni per la rigenerazione del territorio; Poetiche della relazione) sono affrontati in modo diacronico, interdisciplinare e internazionale. Se l'architettura è l'interlocutore privilegiato, nella sua estensione alla città, all'ambiente, al paesaggio e al territorio, l'arte abbraccia la filosofia, la sociologia, l'antropologia e la geografia, irrompendo "in territori che non le sono propri (…) per aprire le diverse discipline a un campo potenziale di scambi percettivi e di apprendimento". Ricerca, insomma, nelle vicende storiche e contemporanee, una centralità del valore, dell'impegno, dello sconfinamento, della marginalità, sottolineando, dove possibile, la preminenza della ricerca italiana su quelle d'oltralpe. Già nel primo capitolo, infatti, se non manca di sottolineare la primogenitura concettuale della mostra Arte povera + Azioni povere del '68 su quella di Seth Siegelaub The Xerox Book, Detheridge parla del concettualismo italiano come di "storia rimossa": "L'arte smaterializzata e l'arte concettuale in Italia, nonostante i molti proclami, sono rimaste senza mentori e senza sostenitori": il legame imprescindibile, seppur fortemente critico, con il passato e la tradizione umanistica avrebbe impedito a questi artisti di approdare a un'arte di sole idee. Un limite o un pregio: quando Kounellis dichiara infatti che il quadrato minimalista ha tradotto "le motivazioni popolari e l'idea della storia" in un "dato strettamente metrico", rivendica una diversità proprio in nome della storia. Il movente antirinascimentale e antieuclideo guida anche gli "ambienti spaziali", realizzati negli anni sessanta sulla scia di quello aurorale di Fontana del '49, giustamente definiti da Detheridge un "primato dell'arte e dell'architettura italiana". Ambienti letteralmente "a misura d'uomo" come In-cubo di Fabro, dinamici, reversibili, che coinvolgono lo spettatore con tutti i sensi, come quelli programmati e cinetici. E lo spazio, nelle sue varie declinazioni, è l'oggetto del secondo capitolo. A partire dal territorio, di cui i geografi tra i primi hanno compreso il limite di una visione esclusivamente contemplativa ed estetica. Se l'autrice ribadisce i guasti della globalizzazione in termini di disgregazione sociale e del territorio e descrive con precisione le specificità del paesaggio italiano e della sua storia, ammonisce, e qui risiede il suo contributo originale, dall'attestarsi sul piano di mera e moralistica denuncia, alibi spesso, per architetti e urbanisti, per un'astensione progettuale. Anche se, pur coraggiose e "di grande valore sociale", le deturpazioni territoriali restano comunque tali. Vicende note come la Land Art, la relazione arte-architettura, le rassegne che invadono la città, si alternano vorticosamente alla trattazione dello "spazio sociale", da Gibson a de Certeau a Lefebre. Sullo sfondo della controcultura degli anni settanta (le radio popolari, l'esperienza di Basaglia a Gorizia) della quale l'arte, l'architettura, il design e la fotografia si mettono spesso al servizio. Se gli "ambienti percettivi" anticipano quelli attuali di Eliasson e Bartolini e le ricerche di Laboratorio di Comunicazione Militante quelle odierne di Studio Azzurro, anche la fotografia registra una nuova attitudine verso il territorio, non più idilliaca e armonica ma, come in Viaggio in Italia del 1984, problematica e riflessiva, attenta al territorio antropizzato, alla storia locale, alla cultura orale e materiale. Il terzo capitolo si apre interrogandosi sul destino dell'utopia: è emblematico che la frase citata da Manfredo Tafuri, in cui lo storico considera l'architettura erede delle avanguardie ma nello stesso tempo traditrice dei suoi valori sperimentali se immessa nella produzione, sancisca la morte del progetto. Se annovera tra le utopie le cupole di Buckminster Fuller, il manifesto di architettura mobile di Yona Friedman, e, ancora, i situazionisti per le derive urbane, riprese oggi dagli Stalker, da Francis Alys e dal fotografo Sinclair, nel gap tra queste e la realtà, Detheridge si interroga opportunamente sul destino dell'architettura in un'epoca di mobilità sociale, di svuotamento dei centri storici, di centrifugazione verso periferie sterminate e invivibili, seppur vitali. Città regione? Città rete? Collage city? Ogni opzione è preferibile a una pianificazione dall'alto, ordinatrice e razionale. Lo stesso ribaltamento di punto di vista è rivendicato dallo spazio pubblico la cui estetizzazione (leggi arredo urbano) implica esclusione, gentrificazione, soffocamento dei conflitti, condizione, secondo la storica dell'arte americana Rosalyn Deutsche, per l'esistenza di quello stesso spazio. Se al cospetto del disastro ambientale alcuni artisti (Miele Laderman Ukeles) si sporcano letteralmente le mani inserendo l'opera in un processo di reale bonifica del territorio, sulla piaga delle "città informali" che proliferano ai margini delle nuove metropoli, Detheridge nomina come esperienze pilota sia l'associazione Arte/Cidade in Brasile che, sull'esempio di Smithson, compie "mappature" sulle criticità dei grandi agglomerati urbani, sia il programma "Favela-Bairro", guidato dall'architetto Jorge Mario Jáuregui, che progetta abitazioni, infrastrutture e spazi pubblici ispirandosi alla creatività degli abitanti delle favelas. Alle poetiche delle relazioni Detheridge dedica l'ultimo capitolo, con grande attenzione alle vicende italiane. Temi trattati precedentemente, come arte e spazio pubblico, vengono ripresi nell'ottica non dell'arte calata nello spazio pubblico ma dell'arte frutto della relazione con il pubblico. La new genre public art, teorizzata e praticata dal '93 da Suzanne Lacy e Mary Jane Jacob, e i cui pionieri sono i brasiliani Hélio Oiticica e Lygia Clark, è l'alternativa all'arte site specific, attenta ai luoghi ma non ai suoi destinatari. Per concludere, una frase che fuga con intelligenza i dubbi e le perplessità affacciate da una trattazione così fortemente e generosamente "sbilanciata" sul sociale. "Allargare i confini della produzione artistica significa, per un artista, rischiare di scadere nel dilettantismo (…) I buoni esiti della sua pratica artistica dipenderanno (…) dalle brecce che i suoi interventi saranno in grado di aprire, mettendo in crisi le certezze di chi agisce quale 'esperto' legittimato a decidere. Nel campo dell'architettura, per esempio, l'apporto dell'artista non è quello di sostituirsi al professionista, ma di delineare visioni e opzioni che questi spesso non coglie". Sostituzione o fiancheggiamento? Per fortuna, non è questo il dilemma. Adachiara Zevi