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Il secolo della psicoanalisi - copertina

Descrizione


La fine del Novecento vede al tempo stesso il centenario della nascita della psicoanalisi e il compiersi di un secolo al cui interno l'influenza del pensiero psicoanalitico è stata così grande da poter essere difficilmente valutata in tutta la sua estensione. Nel corso del secolo le idee psicoanalitiche hanno modificato profondamente il modo di intendere la psiche infantile, le idee correnti sulla sessualità, la concezione della donna, il modo di intendere e di trattare i disturbi psichici.
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Informazioni:

1999. Copertina editoriale rigida e sovraccoperta in brossura pieghevole. 254 p.; Ill.; 23 cm BA3.3 . 254. . Molto buono (Very Good). . . .

Dettagli

1999
254 p., ill.
9788833912035

Voce della critica


recensioni di Di Carlo, A. L'Indice del 2000, n. 09

Questo libro contiene contributi di autori diversi, che cercano di dare una valutazione d'insieme dell'impatto della psicoanalisi sulla cultura del Novecento.In realtà lo scritto che più esplicitamente tenta una valutazione critica complessiva, in termini storici, del rapporto tra psicoanalisi e cultura del XX secolo, è il lungo capitolo di Jervis intitolato appunto Il secolo della psicoanalisi. Gli altri autori affrontano alcuni temi di grande interesse con un'angolatura in genere specifica, sempre tuttavia nella prospettiva di fornire strumenti per comprendere il peso e la presenza della ricerca psicoanalitica negli orientamenti culturali del secolo.
Al centro dell'attenzione di Jervis c'è preliminarmente il Freud interprete della "crisi della ragione".Freud introduce nel nostro tempo, dice Jervis, una profonda consapevolezza della fragilità, della contraddittorietà della natura umana - di fatto questo nostro secolo può essere chiamato freudiano proprio per questa diffusa consapevolezza dei conflitti che interessano la mente e dei continui fallimenti cui la ragione ha assistito.In questo senso il pensiero diFreud si coniuga con le "antropologie della crisi della ragione".E tuttavia un pensiero così consapevole della fragilità della natura umana è pur sempre un pensiero figlio dell'illuminismo e del biologismo medico dell'Ottocento, che crede nel valore della ragione e nel procedere della scienza e della civiltà.
La psicoanalisi non ha tuttavia avuto solo questo ruolo di testimonianza delle inquietudini del secolo.La psicoanalisi ha largamente segnato in profondo e in positivo le scienze dell'uomo, modificando ad esempio tutta la ricerca e la prassi terapeutica psichiatrica divenuta, dopo l'ingresso della psicoanalisi nell'orizzonte culturale del secolo, meno meccanicistica, meno autoritaria, più attenta ai fattori umani.
Vi è nel lavoro di Jervis una sorta di forte apprezzamento "culturale" dell'opera diFreud considerata portatrice di "un particolare tipo di saggezza", quella della grande letteratura classica e della grande narrativa psicologica da Dickens a Proust e Thomas Mann.Freud si colloca così in un punto di confluenza tra gli influssi diSchopenhauer e di Nietzsche e "il lascito di una tradizione narrativa giunta alla sua maturità". Così il pensiero diFreud viene presentato e interpretato con una doppia chiave, quella di una nobile tradizione ermeneutica e quella propria di un grande pensiero critico consapevole della modernità e del suo disincanto: "egli ci attira - dice Jervis - perché si richiama a quel patrimonio di saggezza e di dubbi, a quel mondo di incertezze, curiosità e incanti che è il mondo stesso della modernità".
Collocata l'opera diFreud in questo contesto alto, Jervis dichiara esplicitamente a questo punto le sue riserve nei confronti della psicoanalisi freudiana, legata, secondo il suo punto di vista, ai parametri di una psicologia intuitivo-introspettiva che non coglie in ultima analisi "cause e meccanismi di una data malattia" e viene valutata come un approccio allo psichico in cui finiscono per prevalere "la congettura, poi l'opinione e infine la convinzione, mai propriamente una constatazione verificabile".La critica è evidentemente radicale, ma ci si accorge presto che l'atteggiamento dell'autore è assai complesso e si muove, di continuo, tra critiche e apprezzamenti.
Le critiche vanno prevalentemente a un modello chiuso, dogmatico, oracolare di una psicoanalisi tutta centrata sulla risposta unilaterale (del terapeuta), ma vi è insieme l'apprezzamento per un pensiero e una prassi terapeutica che hanno insegnato un modo d'indagare, una particolare attenzione ai fatti della vita e un modo di porre domande sulla vita interiore che ha largamente influenzato la ricerca sull'uomo.Un tema di fondo che sicuramente attraversa il saggio di Jervis è la preoccupazione per il possibile carattere autoritario della relazione analitica: sembra che, in questo senso, il sospetto non lo abbandoni mai: i riferimenti a questi pericoli di una psicoanalisi dogmatica e sostanzialmente priva di fondamento scientifico sono in lui espliciti.Nel tracciare tuttavia la storia del sapere, della pratica analitica, emerge nel saggio l'idea che la psicoanalisi sia soprattutto esperienza di un rapporto fra due persone (terapeuta e paziente), e che il nucleo forte di questo rapporto siano i vissuti di transfert e controtransfert.Il tema è solo accennato.Più oltre, nel tracciare alcune linee di sviluppo della psicoanalisi post-freudiana, Jervis fa riferimento a un'analisi capace di "accoglimento comprensivo, di conferma psicologica, e perfino di rassicurazione affettiva basilare".Viene indicata l'esperienza del contenimento affettivo dei sentimenti di insicurezza, di abbandono, di scarsa coesione del sé, come i luoghi del dolore mentale dei pazienti con cui la psicoanalisi si confronta oggi, sempre più consapevolmente.Viene sottolineata l'attenzione della ricerca psicoanalitica più recente ai rapporti madre-bambino nei primissimi anni di vita, viene infine data l'indicazione di una via di sviluppo creativa che va da Ferenczj a Balint a tutta la teoria delle relazioni d'oggetto, con brevi riferimento a Winnicott e Bowlby, e con una singolare, sbrigativa liquidazione delle teorie kleiniane e post-kleiniane.
Il tema del transfert-controtransfert, cui Jervis accenna nel suo contributo, è esplicitamente ripreso da Roberto Speziale-Bagliacca nel saggio dedicato all'etica della psicoanalisi.Un saggio che nasce all'interno dell'esperienza clinica e dalla consapevolezza dell'intensità affettiva e dell'intrinseca eticità del setting analitico.L'analisi, osserva Speziale-Bagliacca, nasce per il costituirsi di un campo emotivo di cui il terapeuta è parte, ed è da questo "esser parte di un campo" che si rende possibile la comprensione dell'altro. In questo "campo" l'analista entra con la sua persona, con la sua umanità, con la sua stessa moralità.Sono questi (accanto alle esperienze di formazione) i fattori terapeutici ineliminabili che entrano nel rapporto analitico.Con evidenti riferimenti alla letteratura kleiniana e postkleiniana, Speziale-Bagliacca vede l'etica della psicoanalisi costituirsi come etica della libertà (Freud) e divenire, soprattutto, etica della riparazione e della responsabilità verso l'altro, da cui nasce l'esperienza vera della comprensione.
Nel volume curato da Jervis segnaliamo un capitolo dedicato al rapporto diFreud con la letteratura (MarioLavagetto), e due densi capitoli - il primo dello stesso Jervis e di Nino Dazzi, il secondo di MorrisEagle - sulla presenza, la diffusione, la crisi della psicoanalisi negliStati Uniti d'America.Molto utile il primo saggio per la ricchezza di informazione storica e per il gusto di lavorare con categorie storico-culturali nel leggere la presenza e il senso di questo sapere sull'uomo che ha nutrito la cultura alta del Novecento, l'esperienza clinica della terapia della mente trasformandola in profondo ed entrando infine nella cultura diffusa delle classi medie e negli stessi mass-media banalizzandosi come oggetto di consumo (non solo in America, ma anche in Europa).Anche in questo saggio si alternano la critica a una certa lezione psicoanalitica identificata come dogmatica e oracolare e l'interesse per la ricerca aperta ad apporti che vengono dalla infant research e dalle neuroscienze.
Quello che si può rilevare è l'assenza in tutto il volume di un'adeguata presentazione (in termini storici) della psicoanalisi britannica e della psicoanalisi francese.Nel primo caso si tratta di una linea di ricerca che ha fornito modelli interpretativi di rilievo per dare senso e pensabilità a vissuti estremi dove dominano frammentazione e non senso - penso a tutta la clinica delle psicosi, e di quelle infantili in particolare.Ma penso anche alla ricca trama di saperi sociologici, antropologici, filosofici che si intrecciano a questa ricerca, che si è mossa nella migliore tradizione del canone alto della psicoanalisi.
Gli ultimi tre capitoli sono dedicati alla diffusione della psicoanalisi in Italia con riferimento alla ricezione dell'opera diFreud nel nostro paese (MicheleRanchetti) e alle vicissitudini dell'edizione critica delle sue opere (P.Boringhieri).L'ultimo è una lunga intervista di Jervis a P.F.Galli.

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