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    Luca Aquadro

    13/08/2017 10:12:15

    Qual è il metodo corretto per scegliere un libro? Probabilmente non esiste. Da un lato giocano la bellezza della copertina (e in questo Sellerio è imbattibile), l'argomento trattato, la fama dell'autore, il prezzo, l'epoca cui risale; dall'altro ci si lascia guidare dall'istinto o da un dettaglio. In questo caso ho acquistato "Il senso della notte" unicamente per la bellezza del titolo, vagamente "noir". Probabilmente perché speravo che fosse un romanzo "noir". Invece no, era tutt'altro. E' la prima opera narrativa pubblicata, nel 1995, da un docente universitario e poi politico italiano, Giovanni Ferrara, uno scarno libretto di una novantina di pagine a metà strada tra autobiografia (scritta in terza persona, alla Giulio Cesare) e romanzo di formazione intellettuale e morale, nello stile un po' Proust, un po' Joyce. Nelle tre sezioni dell'opera il narratore racconta tre episodi della vita dell'autore, rivivendoli nel ricordo a distanza di decenni: l'abitudine di alzarsi prestissimo al mattino per studiare in modo compulsivo mantenuta per alcuni anni della sua giovinezza; il giorno dell'arrivo degli Alleati a Roma nel 1944; una gita sulle Dolomiti avvenuta negli anni Settanta che si conclude con un evento che dà luce al significato dell'intero libro. Nel complesso una lettura soddisfacente, magari non memorabile, che richiede un po' di pazienza per ambientarsi nello stile ruvido dell'autore, con alcune pagine di livello, specie quelle dedicate alla riflessione sul tempo e sul senso della guerra e, soprattutto, quelle in cui vengono rievocate le notti giovanili dedicate alla lettura, notti che "avevano anche una nota di serenità del tutto adeguata al silenzio della concentrazione intellettuale che avvolgeva e in qualche modo proteggeva il suo corpo seduto al tavolo nella luce della lampada riverberata dalla carta dei libri aperti e dei fogli bianchi lentamente ricoperti d'esile scrittura giovanile". (p. 29) Giovanni Ferrara (Roma 1928 - Pavia 2007)

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recensione di D'Agostini, F., L'Indice 1995, n. 8

Quel che Giovanni Ferrara ricerca, in questa sua prima opera narrativa (insegna storia antica all'Università di Firenze), è il senso non metaforico della notte. San Giovanni della Croce e con lui altri teorici del notturno hanno pensato la notte come metafora del nulla, come momento di una inesplicabile lontananza da Dio, come sofferenza cieca: non il semplice soffrire, ma il dolore che non vede e non conosce ragioni, senza riscatto e senza destino. La "notte dell'anima" è quel vuoto doloroso che santi e mistici descrivono per lo più come risultato di una condizione di estrema "aridità spirituale". Sorprende invece, nel testo di Ferrara, la totale assenza di procedure analogiche di questo genere: la notte di cui si tratta è solo la notte. Nel Senso della notte c'è un'esplorazione del notturno come esperienza effettiva, una riflessione su quel che accade tra il tramonto e l'alba, sulla qualità e il modo del tempo che si distende tra l'uno e l'altra.
Insolito, se non altrettanto sorprendente, è il fatto che questa riflessione è perseguita in un intreccio preciso, non fortuito, con la narrazione, Così che il meditare sul senso della notte si sviluppa in un alternarsi quasi dialogico con il narrare, e la comprensione si affaccia nella forma di un commento al ricordo, anche nei suoi aspetti più empirici (suoni, sapori, dolori fisici, emozioni). Ma le singolarità del breve testo di Ferrara non si riducono a questo. Un protagonista senza nome racconta tre esperienze della notte. La sua voce è però riportata da altri: "Lui racconta che... commenta... descrive... è convinto di questo... ricorda bene... dice che...". L'espediente, che ricorda Tabucchi - ed è un richiamo forse a Thomas Bernhard - può dare un effetto socratico di distanza e intimità, soprattutto se applicato a testi di riflessione.
La prima esperienza riguarda l'alzarsi presto la mattina, citato in stile proustiano all'inizio della narrazione: il protagonista adolescente, perseguendo il nobile e folle proposito di diventare "un dotto", si alza alle cinque, alle quattro, o anche alle tre di notte per studiare materie "straordinarie ed elevate" come la poesia greca e la filosofia tedesca. Il buio e la solitudine del mattino, il freddo, il voltastomaco procurato dal caffè a digiuno, il malessere e lo stordimento del sonno innaturalmente interrotto gli sembrano le condizioni necessarie per "la lenta e meditata decifrazione di frammenti d'Alceo o Simonide", o di "quelle micidiali pagine dell'"Analitica dei principi" il cui ricordo lo riempie ora di sgomento come un massacro". È la testimonianza di un gioco ambizioso, eroico e autolesionista, più diffuso di quanto si pensi (per diventare dotti, ammette Ferrara, sembra praticamente indispensabile cominciare a suicidarsi a diciassette o diciotto anni), e non è un caso che questa "ferocia della rinunzia", tipicamente giovanile, si serva della notte, e trovi il proprio ambiente più adeguato nel silenzio sospeso che precede i rumori dell'alba (il primo tram). Perché è lì, in un certo silenzio delle cose reali, visibili e tangibili, che nasce quel che Agostino chiamava la fede nelle cose che non si vedono, e forse non esistono, o comunque non esistono nel modo d'esistere proprio delle cose.
Questa "fede"- che Ferrara distingue molto accuratamente dalla percezione mistica dell'aldilà, e da forme analoghe di fuga visionara dalla realtà - è il centro di quel che non si riesce a spiegare se non con l'ambigua definizione di "vita spirituale": qualcosa di diverso (come d'altra parte insegna la "filosofia tedesca") dalle emozioni e dagli stati d'animo che appartengono alla psiche; qualcosa di diverso dalla vita empirica, ma non necessariamente proiettato altrove, verso il trascendente. A questo tipo di esperienza appartengono cose disparate. Per esempio, gli eventi passati, che esistono, ma senza avere un luogo, e forse neppure un tempo. La seconda e la terza parte del testo narrano infatti due esperienze del tempo come vicenda storica: il passaggio notturno dell'esercito alleato all'inseguimento delle retroguardie tedesche in fuga; la scoperta in montagna, durante una passeggiata, di un campo di battaglia della Grande Guerra, con trincee e rifugi, grotte e tracce di proiettile sulla roccia scheggiata.
Ferrara trae dall'una e dall'altra il senso dell'attesa e della libertà, il senso delle cose trascorse, e della loro conclusa esistenza. Su entrambe (come su tutto il testo) grava l'idea angosciosa o esaltante della presenza del passato, croce dello storico, indotto a neutralizzare "scientificamente" il tempo per il disagio di doverne sempre fronteggiare la curiosa natura di "inesistente problematico": "qualcosa che non si ha la più pallida idea di che cosa effettivamente sia, e nonostante ciò è spaventosamente presente e condizionante". Si tratta di una questione "filosofica, e perciò necessaria ma esasperante". Se in effetti Ferrara (o il protagonista narrante) avesse fatto il filosofo, come lasciavano supporre le sue notti giovanili, avrebbe incontrato un numero pressoché infinito di simili oggetti. Avrebbe anche incontrato, ad accrescere la sua sensibile incertezza, quelle tipiche entità insieme contingenti e perentorie con cui lottano i filosofi da sempre, come il linguaggio, il mondo, Dio, l'io: cose che probabilmente non esistono, ma non appena se ne parla diventano imprescindibili, necessitanti, onnipresenti, cose che non hanno propriamente un essere, e tuttavia (o forse proprio per questo) tendono ad assorbire tutto l'essere disponibile.

Il protagonista, solo una voce riportata da altri: un'ombra, sceglie di riunire la sua vita narrata in tre eventi: le albe studiose della sua prima giovinezza, l'osservazione da una finestra dei soldati tedeschi in ritirata dopo la battaglia di Roma del giugno del 1944, una escursione in montagna su un luogo della Grande Guerra. E in questi tre momenti, il tempo si insinua e si distende, in un movimento ipnotico che svela alla fine il perché della scelta: è solo un certo ritmo, una certa cadenza nel durare, la materia persistente di ciò che accade.